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giovedì, febbraio 22

Numero sconosciuto

21.02.2027
Ha promesso che avrebbe dormito dopo il goccetto condiviso con Darius ma proprio non ce la fa. Fissa il bicchiere, oscillando quel poco che resta di liquore ambrato, movimenti ipnotici del polso, pieni, morbidi. Sospira ripassando nella testa ogni fotogramma delle dita dell'uomo mentre le ricuce il buco nel braccio, ripassa e sottolinea gli errori che segna su di un blocchetto "per la prossima volta". Stenta a tenere la testa dritta ma una parte di lei è lucida da far schifo e vorrebbe davvero farla smettere di rimuginare ma nè gli antidolorifici, troppo blandi, nè l'alcol aiutano. Per questo dormire non è un'opzione valida, si conosce abbastanza bene da sapere che se abbassasse la guardia lascerebbe loro campo libero. 
Un brivido la fa sobbalzare sulla sedia. Sgrana gli occhi e si guarda attorno, per un solo istante le è parso di sentire tutte le grida della sera prima. Gli uomini agonizzanti oltre qualsiasi possibilità di soccorso, le urla della Patriot bionda nella nebbia viola, la voce metallica della ragazza col buco nella spalla e i poteri, quella canzone sussurrata tra le grida di dolore e paura. Si alza di scatto, buttandosi la giacca addosso nonostante i punti inizino a tirare e dare fastidio, prende le chiavi del pickup, infila il revolver nei jeans e si incammina fuori dalla clinica, litigando con lo zippo e le sigarette. Marcia accanto l'auto e si allontana a piedi, sapendo che con tutto quello che ha assunto per dominare sè stessa, finirebbe con molta probabilità contro un palo o peggio. 
Cammina e per un attimo solo la sfiora la voglia di passare dal Ruin, andare a trovare Routh ma poi ricorda che lei non c'è più e che dovrà campare con l'ennesimo debito non saldato. Allora riprende a camminare fino a che la stanchezza non diventa nausea e il dolore qualcosa di persistente, un sottofondo in cui naviga il cervello. Cammina fino a che il corpo non entra in modalità automatica  avanzando per inerzia e la mente semplicemente si spegne. E' in quel momento che trova la forza di cantare. Da ragazzina non faceva altro ma ha gradualmente smesso perchè di esternare quello che sente ha imparato a farne a meno, o a cercare di nascondere quanto più possibile la debolezza dietro una determinazione fastidiosamente feroce. Lungo le strade parallele alla Ghost Road lascia che una delle sue canzoni preferite le scivoli tra le labbra, la voce roca, priva di enfasi almeno sulle prime note.

We are proud individuals living on the city
But the flames couldn’t go much higher


Ha sempre camminato un sacco per scaricare il nervosismo, la frustrazione, la rabbia. Può sopportare un proiettile nel braccio, i punti a crudo, ma non riesce a sopportare di restare impotente, di non poter fare, che le venga impedito di agire. Da qualche parte in lei c'è qualcuno che le ricorda che non può salvarli tutti e di certo ieri sera non avrebbe potuto fare nulla per quegli uomini, le loro grida, l'orrore. Ma non si accontenta. Non riesce semplicemente ad accettare di non avere la forza di fare di più.

Oh, that’s life
Left dripping down the walls
Of a dream that cannot breathe
In this harsh reality


La realtà è uno schiaffo costante, un muro che prende a testate costantemente. Come il venire a patti con lo stare tra l'incudine e il martello, consapevole che presto o tardi diventerà un ostacolo per qualcuno e dovrà guardarsi le spalle anche da quelli con cui, fino ad ora, ha mantenuto i patti chiari. Si guarda attorno, lo sguardo docile inquadra i segni, la strada la conosce e la segue, testa bassa, impattando la spalla sana con la gente, evitando per un soffio di puro istinto quelli che rischiano di schiantarsi con quella ferita. Sale le scale a due a due, allungando la mano sulla vernice scrostata, toccando le bolle, i graffi prima di far impattare le nocche. Tira su col naso, vacillando sulle gambe incerte e quando le viene aperto perde l'equilibrio con la sicurezza e la fiducia di chi sa che se anche arriva a baciare il pavimento non farà mai male come quello che ha provato assistendo impotente alla morte di persone, stronzi, senza dubbio, ma pur sempre persone.

From which we’ll rise over love
Over hate
From this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear and into freedom
You just got to hold on!

Le gira la testa, il braccio fa male ma non fa una piega, ha imparato a gestire il dolore, ignorarlo e passare oltre, come ha fatto la sera prima. Non si pente di aver scansato Flare dalla traiettoria del proiettile, prendendoselo al suo posto, non le ha dato fastidio venire richiamata, sgridata per l'ennesimo colpo di testa, così come non si è risentita di come le abbiano ricordato che sia "Solo un medico", infatti è quello che è, orgogliosa di esserlo, dannatamente fiera. 

To those who can hear me, I say, do not despair

The misery that is now upon us is but the passing of greed
The bitterness of men who fear the way of human progress
The hate of men will pass, and dictators die
And the power they took from the people will return to the people
And so long as men die, liberty will never perish
Don't give yourselves to these unnatural men
Machine men with machine minds and machine hearts!
You are not machines, you are not cattle, you are men!
You, the people, have the power to make this life free and beautiful
To make this life a wonderful adventure

Le braccia di Ryan l'accolgono al volo, abituato a farle da cavalier servente. Vede le sue labbra muoversi, legge la preoccupazione nei suoi occhi ma la verità è che ha solo bisogno di dormire e ha paura di farlo. Lui non ci pensa due volte a tirarsela in braccio, chiudere la porta con un calcio e portarla a stendere sul letto. E' conciliante, è soffice, il profumo familiare, di qualcuno di cui fidarsi senza sconti, senza timore, una lealtà fedele come quella dei cani, reciproca come può essere in un branco, per quanto ormai siano solo rimasti in due, solitari e sparpagliati rispetto a quelli che erano un tempo. Lo trattiene, le dita impigliate contro la felpa degli Eagles. Lotta contro di lui per non farlo andare, nonostante paia solo volersi premurare di prenderle qualcosa, lei insiste, le dita si fanno d'acciaio, se lo tira addosso cedendo terreno all'unico modo che ha di tenerselo vicino, ora, lì. Schianta la bocca contro la sua, lo assapora avida, bisognosa fino a che tutto si scioglie e diventa fluido, lontano come la musica che sfuma.

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Quando il cellulare le suona si rotola nel letto, impigliata tra le lenzuola. Numero sconosciuto.

Ciao carissima. Tu non mi conosci ma io conosco a te, sono Phantom Quartz. Senza perderci troppo in chiacchiere, c'è un vigilante ferito nella discarica di Philadelphia. Ha un polmone perforato... immagino non sarà un problema per te recuperarlo e dargli una riassestata.
- Shit!

Le chiavi sul tavolo, l'angelo le ha parcheggiato il pick up sotto casa sua, il biglietto appeso alla porta perchè qualcuno dei due deve avere turni e orari normali. Quando arriva alla discarica di gente ce n'è tanta da recuperare, il polmone perforato è un problema. La strada da lì a Groundwaters è un battito di ciglia.

And we’ll rise over love
And over hate
Through this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear
And into freedom
Into freedom!





mercoledì, febbraio 14

Epiphany

13.02.2027
Le epifanie arrivano sempre quando meno te l’aspetti, o non sarebbero epifanie d’altronde. Per lei capita in momenti discutibili, per lo più legati a sregolatezza e mancanza di amor proprio. Di norma il copione prevederebbe lei a sostenere la fronte di qualcun’altro, brilla abbastanza da riderne ma non sbronza abbastanza da finire per collassare a propria volta. Da che il fratello e i suoi compari l’hanno battezzata nell’alcol non ha mai perso completamente il controllo se non in rari casi e a quanto pare qualcosa l’ha spinta fin oltre il limite. Spalancando gli occhi verdi, acquosi e arrossati per lo sforzo, si affaccia sulla tazza di porcellana di un appartamento nella North che non è il suo. Le dita callose le sorreggono la fronte, si impigliano tra i capelli mentre ricaccia anche l’anima tra le lacrime e la frustrazione. Di solito è lei a prendersi cura degli altri così, era il suo compito, il suo ruolo e trovarsi in quella situazione non fa che acuire il senso di insoddisfazione e fastidio. Svutata di energie e di forze si accascia come un sacco di iuta e viene prontamente raccolta, con la ritrosa rude dolcezza di qualcuno che non è affatto abituato a dover essere l’infermiere di turno. Un caffè nero e lenzuola che sanno di fresco sono un toccasana così come lo è l’assenza assoluta di domande, il silenzio comprensivo di chi ti conosce da una vita e non ha bisogno di sentirti parlare per sapere come stanno le cose.

Ha esagerato, lo capisce semplicemente da come le tremano le dita, da come le ginocchia stentino a reggerla, da come il battito cardiaco sia impennato. Ha esagerato e lo capisce dal sapore che le raschia in gola, non importa quanti caffè butti giù o quante aspirine prenda. Le tempie, quelle non perdonano, ha un dannato martello pneumatico nella testa e niente sembra riuscire a spegnerlo. Non si vergogna, di rannicchiarsi su di un letto che non è suo diritto occupare, così come non prova vergogna nel pietire braccia robuste entro cui nascondersi per soffocare le lacrime frustrate contro il cuscino che si sporca di trucco e che poi dovrà pulire. Odia essere vulnerabile e allo stesso tempo non riesce ad evitare di finire costantemente in difetto. Eccedere nell’alcol questa volta non le è servito. Non è bastata la sbronza a scacciare gli incubi, non trascina il corpo in un sonno senza sogni com’è successo per notti passate, tutte le notti passate da quando ha avuto il faccia a faccia con Matt che ancora la tormenta. Ha espresso i propri dubbi con sincerità a Darius, dubbi legittimi che nella sua testa filano come una storia già sentita da qualche parte. Non è abbastanza. Non lo può essere perchè lei non si sdoppia e quando cura lo fa lentamente, non ha la magia di Routh e, sopra ogni altra cosa, i mali della testa la spaventano da morire. Quando spalanca gli occhi è madida di sudore, un profilo incombe su di lei e la confusione viene subito annullata da un odore. La memoria olfattiva è qualcosa di meraviglioso, ha la capacità di evocare cose di cui si credeva di aver perso ogni traccia. Sbotta a ridere, nervosa mentre scivola via dalla stretta protettiva per infilarsi in bagno, buttarsi sotto la doccia e uscirne ripulita, almeno all’esterno.

Fa un ampio respiro ma le spalle sono curve, il peso al centro dello sterno lo sente agitarsi. Allunga la mano, la passa sul vetro appannato e si fissa in viso. Lo vede fin dentro le ossa, il male di cui le parlava la nonna da bambina. Una condanna, tramandata per generazioni, di padre in figlio, di madre in figlio. Annidata tra i geni di cui tanto fieramente si vanta con gli altri c’è quella malinconia che consuma, figlia di un popolo perennemente sconteto, insoddisfatto, che non dimentica mai i flussi migratori, le invasioni, gli abusi di governi la cui sovranità non è al popolo, l'aggregarsi in comunità che sono famiglie, che inseguono le radici e le piantano, infestanti come la gramigna in giro per il mondo. Però, nonostante l'abilità ad adattarsi, ad infestare resta sempre l'irrimediabilmente afflizione del mal di casa. Nan lo diceva sempre, quelli come loro sono destinati a soffrire, perchè è nel loro DNA. Non importa quanto diluito nel tempo sia il legame con la madre patria, l’Irlanda ti ruba un pezzo e se lo tiene stretto come una madre possessiva.
Nell’affacciarsi dal bagno contempla il profilo di Ryan e un ricordo la colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco.


Aveva 15 anni la prima volta che viaggiarono tutti oltre oceano e l'Irlanda non era nulla di quello che le avevano raccontato. Papà non faceva altro che abbracciare gente, stringere mani e caricare le bisacce della moto. L’MC era tutto raccolto poco fuori la periferia di Belfast; da ogni parte del globo motociclisti e pezzi delle loro famiglie, un’unica grande tribù accomunata principi solidi -a detta loro- e simboli stampati con l'inchiostro sulla pelle e con la stoffa sulla schiena dei gilet. All’epoca aveva una visione particolarmente romantica della vita dei membri maschili della sua famiglia. Era l'unica femmina del gruppo e la cosa non compiaceva affatto la nonna, ma lei non volle sentire ragioni. Fece il diavolo a quattro pur di andare con 'i ragazzi' a visitare gli amici e vedere quello di cui aveva sempre solo sentito parlare, nelle canzoni, nei racconti, il posto a cui tutti erano così dannatamente fieri di appartenere. Si sa però che i racconti e la realtà non sempre coincidono. La polizia era ovunque, i confini pattugliati, ma i pub erano pieni di musica e vitalità. Da Belfast dovevano raggiungere Dublino passando il confine in una processione che richiese non poche autorizzazioni, e lei avrebbe viaggiato con papà, come aveva promesso spesso ma mai fatto. Documenti sempre pronti per passare i blocchi, mazzette che passavano di mano in mano, una ragazzina che in qualche modo fungeva da imbonitore. Una mezza pinta di Guinness originale, sotto banco perchè ancora non aveva l'età era il suo premio inconsapevole di essere uno strumento agli occhi del padre, o semplicemente, preferiva già all'epoca non sapere e fingere che tutto andasse bene.
Per lei che era nata e cresciuta negli stati uniti non era semplice capire cosa ci fosse di così complicato nell'unire due pezzi di una sola piccola isola minuscola, il paese in cui è nata di stati ne comprende 52 di cui uno sparso nel Pacifico come briciole di pane e una fetta praticamente in culo all'Artico, la voglia di capire il perchè di barriere, posti di blocco, lingue e colori differenti la spinse ad interrogare uno degli amici di vecchia data di Mickey che stava con loro. Lo sguardo di biasimo che le riversò addosso una domanda innocente, portata senza riflessione e senza sfondo, a piantare il seme. E così fu che venne spiegato tutto. Da Cromwell e la tirannia, Orange Walks, Cattolici e Protestanti, Easter Rising, Original IRA, Collins, Lynch, Bloody Sunday, Bobby Sands, P-IRA, R-IRA, New IRA. Scissioni, bombe, morti, attentati. Case in fiamme, bambini e donne uccise. Abusi, soprusi, dolore ad una manciata di km da dove stavano loro. Comprese in quel momento perchè la nonna ripeteva che erano dei dannati, perchè le storie, quelle cupe di guerra e ribellione riuscivano a toccare le viscere, farle torcere nel fastidio dell'impotenza, scoppiavano di rabbia e incomprensione. Sentire sempre una sola campana, quella intimamente legata al senso di unione. Si ritrovò con i lacrimoni senza nemmeno capire perchè, la mano di papà sulla testa, una coccola come non ne aveva mai ricevute, che sapeva di consolazione. Colin era fiero dei suoi figli, della sua famiglia, ma le effusioni non erano da lui, non da quell'uomo alto e scuro, con troppe rughe per la sua età e gli occhi spiritati, densi di rabbia bruciante che lo ha consumato in fretta assieme al suo fegato.


Quella sera - lo ricorda improvvisamente - dormì accoccolata tra Mark e Ryan, aggrappata alle magliette di entrambi perchè la birra le faceva dondolare la testa e i racconti le diedero gli incubi. Ha sempre avuto il vizio di cercare qualcuno che scacciasse i suoi mostri, se non era papà era Mark, se non era Mark era Ryan, se non loro Cian. Gli irlandesi non sono fatti per stare soli, ma irrimediabilmente ci finiscono. E' la loro croce, il loro tormento. Quando riemerge dai ricordi si ritrova a specchiarsi nei suoi occhi scuri, il calore del corpo prossimo, l'odore della pelle, di una canna di troppo e il sapore di birra sulle labbra. Ha smesso da tempo di essere quella bambina, ma ancora riesce a farsi sorprendere dalle emozioni altrui, che sia rabbia, o paura, o desiderio. Il respiro, improvvisamente accelerato lo sente infrangersi contro il viso, l'attrito tra pelle e asciugamano gradualmente viene meno e quando tra le scapole sente premere debolmente lo stipite della porta del bagno chiude gli occhi, rilasciando la tensione. E' un attimo che quella tensione torna ad annodarle i muscoli: la stanza inondata dalle note di Sunday Bloody Sunday degli U2, la luce led dello schermo illuminato che spezza ogni equilibrio. Entrambi voltano la testa di scatto, perchè entrambi sanno cosa significa quella canzone. L'ha messa lui per lei, l'ha associata lui ad un numero che ha stentato a inserire in rubrica ma che si ostina a tenere nel portafogli. Le sue labbra si muovono, un debole 'Cannot catch a break' esasperato le fa arricciare un sorriso debole, colpevole mentre le bacia la cicatrice sulla spalla e lei scivola via, lanciandosi contro il comodino per recuperare il telefono ma il nome sullo schermo non è quello che si aspettava e il cuore le si spezza, ancora una volta, come infinite volte prima di quella quando si è permessa di sperare e di farsi illudere. Ringhia quando risponde e dall'altro capo si alza un muro indignato di silenzio.

- Che cazzo vuoi?
- ...
- God have mercy, Cian, che c'è?
- Ti sei dimenticata di chiamare, te l'avevo chiesto come favore personale.
- Shit... I... mi spiace
- Yeah, I know. Lo so che ti spiace, ma mai abbastanza. Listen, se non vuoi parlarne basta che lo dici.

L'urgenza le si infila tra le costole e stringe il cuore con dita gelide. Ruba una sigaretta dal pacchetto di Ryan e si chiude in bagno, seduta sulla tazza a discutere con il suo ex marito per non sa nemmeno lei quanto e quando riemerge, confusa e preoccupata si rende conto di essere di nuovo sola. Lui non c'è, lo ha letteralmente fatto uscire dalla sua stessa casa in cerca di una boccata d'aria. Ruba una felpa, un pantalone di tuta in cui navigano le gambe snelle che raramente mostra. Il brivido preoccupato viene presto scalzato da uno spiffero che le si arrampica lungo la cervicale e le fa finalmente notare che la finestra è aperta e le chiavi del pick up sono ancora appese al muro. Si infila sulla scala antincendio trovandolo sul tetto in maniche corte a sbollire l'ennesima delusione. Il sospiro le si annoda tra le labbra in cui affonda gli incisivi, lui evita di guardarla ma sa che è lì e alla fine si arrende richiamandola con un cenno come farebbe un padrone con il proprio cane dopo che gli ha distrutto casa e hanno litigato. 
Gli scivola in braccio a cavalcioni, affondando le dita tra le ciocche che ha scorciato sotto sua insistente richiesta, sforzando il suo viso affinchè lo sollevi per schiantare le labbra contro le sue, affondare un bacio morbido ma allo stesso tempo privo di quell'elettricità che è stata irrimediabilmente soffocata dal suono del cellulare. La presa sui fianchi è possessiva ma non affamata, gli occhi tornano a specchiarsi e la malinconia di lui colpisce nel profondo.

- I'm sorry.
- I know.
- I miss him.
- Me too.

Per la prima volta da quando si sono ritrovati parlano di lui apertamente, prima era solo sussurrato, legato ad episodi e rapidamente accantonato perchè la ferita fa male e non solo a lei. Il non sapere di norma è la sua regola per dormire sogni sereni, ma nel caso del fratello è costante, doloroso, logorio, un'emorragia a cui non riesce a porre rimedio, che non riesce ad arginare non importa cosa faccia. Dicono che nessuna notizia sia una buona notizia, ma non dopo una guerra come quella passata di cui ancora il mondo porta feroci cicatrici, non quando si tratta di un fratello, un patriota, un fuggiasco.

- Cosa voleva tuo marito?
- Ex
- Same thing, che voleva?
- Se ne vuole andare in missione
- You gotta be kiddin' me, e Liam?

Non ne vuole parlare. Lo guarda negli occhi e tace, ingoia il silenzio a bocconi amari e semplicemente gli si stringe addosso.

- Ci facciamo una birra?
- Non hai bevuto abbastanza?

Non ha tutti i torti. Sono troppe notti di fila che si addormenta solo per effetto dell'alcol e così non va. La resa le piega le spalle, gli scivola tra le dita con indolenza, trascinandosi a stento in piedi mentre lui finisce l'ultima sigaretta e lei striscia di nuovo dentro l'appartamento, allungandosi sul divano che ha coattamente occupato. Si schiaccia tra i cuscini, improvvisamente sottile, svuotata di tempra e resistenza, molle. Sente i passi scendere pesanti e far vibrare il metallo, il sospiro pesante, paziente, mentre la guarda e chiude la finestra. Il peso docile che le si abbandona accanto, che si addossa rubando coperta, insinuando la mano attorno alla vita per tirarsela possessivamente contro, cercare una posizione comoda per entrambi in un divano troppo piccolo e finisce per sorridere, ascoltare il respiro di Ryan che via via si fa lento, pesante, a mano a mano che sprofonda nel sonno e alla fine riesce a contagiare anche lei. Dorme, finalmente. Dopo giorni stancanti a lottare contro i suoi stessi limiti, dorme e non ha paura degli incubi perchè c'è qualcuno che li scaccia per lei ancora una volta.

martedì, gennaio 23

Acqua e whiskey

23.04.2027

Quando rimette piede in casa mancano una manciata di ore all’alba. Getta le chiavi sul mobiletto accanto l’ingresso e si trascina fino al bagno. La luce, quando accesa, ronza e la costringe a chiudere gli occhi e schermarsi il viso, alcune tracce di sangue sulla manica del trench le ricordano che non è stata una buona giornata. Apre l’acqua, lo scroscio gelido richiede un po’ di tempo perchè arrivi alla temperatura che le serve e si prende quel tempo per iniziare a spogliarsi. Il trench è da buttare, i fori e le chiazze di sangue non passerebbero inosservate. Svuota le tasche con metodo e lo getta in un angolo. Il maglione scuro è quello che più le dispiace, era di Mark, uno di quelli che gli aveva fregato anni addietro e ancora lo teneva con molta cura. Fa passare le dita tra i fori incrostati di sangue rappreso, il suo sangue, non quello di qualcun’altro stavolta. Il maglione lo lascia cadere in un catino, scegliendo di cercare di porre rimedio. Jeans, maglietta, intimo. Tutto il resto finisce nella pila da buttare, bruciare nel bidone dei rifiuti. Cammina scalza per casa raggiungendo la radio che accende a caccia di una di quelle frequenze nostalgiche capaci di mettere molta musica e zero chiacchiere per tutta la notte. Quando la becca le strappa un sorriso, la canzone “Girl you’ll be a woman soon” ha qualcosa di terribilmente familiare che però va oltre la gara di bevute con un figlio di Ade. Misura gli spazi che conosce come le proprie tasche, ritrova una dimensione che ha il sapore della sicurezza, per quanto da una parte nella testa la voce della coscienza le ricordi che non è al sicuro da nessuna parte. Apre un sorriso, fugace, ferito prima di versare due dita di whiskey in un tumbler di cristallo vecchio quanto la sua bisnonna e tornare in bagno.

Il bicchiere appoggiato in bilico sul bordo, l’acqua bollente che scorre addosso ma l’odore resta. Un odore pungente, fossilizzato, che non ha nulla a che vedere con i sapori provati qualche ora prima. Non una pinta in compagnia di una ricercata allo Shamrock con un cadavere nel bagagliaio, non il sangue e la nausea, l’acidità a raschiare le corde vocali. Non l’adrenalina, lo sforzo, l’asfalto viscido, i liquami di vicoli abbandonati a loro stessi tra sporcizia e animali. E’ un odore che le si è piantato nel cranio la prima settimana passata in Sierra Leone. L’odore che ha il terreno zuppo di sangue ed escrementi, talmente duro e secco, privo di acqua, da assorbire ogni cosa e diventare plasmabile come la creta ma il tanfo... quello ti si infila nel naso e brucia i recettori.

- Chiamami se senti odore di merda.


Così le ha detto Legion mentre spariva nel tramonto, infiammato dai riflessi di un sole morente. Avrebbe voluto rispondere a quella Shell che non lo sa più distinguere, l’odore di merda da qualsiasi altro odore, perchè quello non se lo leva più dalla testa, dall’anima. Alla fine ha optato per la risposta diplomatica, tranquillizzante. Sotto il getto d’acqua non importa quanto sapone usi, l’odore di morte non se lo leva dalla testa. Una morte che valeva...

- Cento fottuti dollari... così poco vale una vita in quel posto

Non riesce ancora a crederci. Se li avesse avuti li avrebbe spesi, ma con quale rassicurazione? Ed è stato tutto per nulla. Si tocca il fianco, tra le cicatrici vecchie non ce ne sono di nuove solo per merito di Routh. C’è un angolo di lei che continua a ripetersi di non fidarsi, che probabilmente l’ha aiutata solo per tornaconto personale, o per senso di colpa. Scrolla la testa, rannicchiandosi sotto il getto che inizia a diventare freddo. E’ un’ora che sta sotto l’acqua e i pensieri ancora non se ne sono andati, il sonno non arriva e la voglia di vomitare non passa.



Fa un passo fuori dalla vasca, la radio ha cambiato regime, un lento, infinitamente triste, un Nat King Cole d’annata con quella voce inconfondibile riempie le stanze vuote di una casa assolutamente immobile, improvvisamente troppo fredda. Il senso di oppressione le chiude il petto. Ingolla il liquore e lascia il bicchiere accanto a quello dello spazzolino, solleva lo sguardo torbido a specchiarsi e quello che vede è il profilo di qualcuno che non riconosce. Ha spaccato il braccio ad un uomo. Ne è assolutamente certa, un uomo che stava solo facendo il suo lavoro... ma un lavoro che porta ad uccidere persone per soldi si può definire tale? Se non si fosse intromessa forse...

- Shit

Avvolta nell’asciugamano verde chiaro si china sulla tazza, raccoglie i capelli e ricaccia anche l’anima. Solo bile, paura e cattive sensazioni, assieme ad un paio di mix alcolici poco rassicuranti. Ha le lacrime agli occhi, frustrazione, insoddisfazione personale, dispiacere. Tossisce convulsamente fino a sentire male alle costole. Tira lo sciacquone e si alza, si mette a sedere sulla tavoletta chiusa e aspetta che tutto si plachi, in un rituale che ormai ha radicato nel sangue. Asciuga i capelli, si butta addosso una felpa, un paio di pantaloni di una vecchia tuta. Carezza il fianco distesa sul divano, la coperta tirata su. Le dita toccano pelle integra lì dove bruciava il piombo e sprizzava sangue. E da lì inizia la conta, passando sulla cicatrice del cesareo, quella di quando le hanno rimosso la milza spappolata, di quando si è presa la prima ‘pungicata’ per essersi messa in mezzo affari che non la riguardavano. Risale con le dita lunghe, nodose e forti nonostante paiano fragili come il vetro. Un buco di proiettile alla spalla sinistra, attraversata da parte a parte, uno al polmone destro, uno alla bocca dello stomaco. Il braccio spezzato, la lacerazione del polpaccio sinistro per colpa del filo spinato, il buco lasciato dai chiodi nella coscia destra quando si è spaccata il femore. Il novanta per cento dei segni che ha addosso se li è presi per lo stesso identico motivo: incapace di stare al proprio posto.

- You never learn little sister


Trasale di colpo, spalanca gli occhi e si guarda attorno, stordita. Il cuore in gola, violento, feroce e una sensazione di smarrimento che prevalica ogni altra cosa. Si guarda a destra, a sinistra, apre le porte, spalanca ogni finestra lasciando entrare la luce di un mattino cupo e freddo ma di lui non c’è traccia. Si è addormentata contando le cicatrici come fossero percorelle. Una manciata di tranquillanti, mezzo dito di whiskey e il desiderio bruciante di tornare a dormire sul divano fino all’alba del giorno dopo ma il suo cervello già sta macinando. Idee, pensieri: propositi. Ha smesso di credere nei propositi per il nuovo anno, lo ha detto a Darius mentre lo visitava con le costole rotte e l’ennesima sequela di lividi. Alza lo sguardo e inquadra il biglietto da visita, un numero che durerà due settimane ha detto la shell. Un numero che infila nella tasca della giacca quando esce di casa sbattendo la porta con una manciata di ore di sonno sulle spalle e troppi pensieri ad appesantire il cuore. Ha finito le sigarette.