- Mama torna a Philly, non ha senso che resti lì. - Baby girl, non posso. Tuo padre ha bisogno di me. - He's no good, ti lascerà sola di nuovo ad aspettare che esca. - Piccola, un giorno forse capirai cosa significa... for now trust your mama, sarebbe peggio se lo lasciassi.
La mamma aveva ragione. Ci sono uomini capaci di strapparti il cuore di petto per tenerselo stretto perchè è l'unica maniera che conoscono di dimostrare un'emozione, calore, necessità; e poi quando inciampano se lo fanno cadere di mano frantumandolo in mille pezzi. E ogni volta si chinano, raccolgono scheggia dopo scheggia e diligentemente lo ricompongono. Ogni. Maledetta. Volta.
Sai che è tossico. Ogni fibra di te sa che è una strada senza uscita, maledetta, dannata. Eppure... batte troppo forte. Fa male di un male a cui non riesci a resistere. Gli bastano due, tre parole, il suo bisogno diventa il tuo e il resto va a farsi fottere. Più forte di una sbronza, ti stordisce e ti stravolge. La botta di calore annebbia il resto e non importa quanto tempo sia passato, quanto tardi abbia fatto a tornare, è tutto perdonato.
Baby, can't you see I'm calling A guy like you should wear a warning It's dangerous I'm falling There's no escape I can't wait I need a hit Baby, give me it You're dangerous I'm loving it Too high Can't come down Losin' my head Spinnin' 'round and 'round Do you feel me now? Oh, The taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With a taste of a poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? And I love what you do Don't you know that you're toxic? It's getting late To give you up I took a sip From my devil's cup Slowly, it's taking over me Too high Can't come down It's in the air and it's all around Can you feel me now? Oh, Taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With the taste of a poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? And I love what you do Don't you know that you're toxic? Don't you know that you're toxic? Taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With a taste of a poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? With the taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With a taste of the poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? Intoxicate me now With your lovin' now I think I'm ready now I think I'm ready now Intoxicate me now With your lovin' now I think I'm ready now
Quando rimette piede al sicuro nel proprio covo fuori l'alba ha cominciato a scaldare i resti del Desert Side. Svestirsi dei panni di Neit inizia a diventare come uscire da una seconda pelle, una muta che ogni giorno ti stacca qualcosa di vecchio. In questo caso però è qualcosa di vecchio che è tornato prepotentemente a bussare contro lo sterno per venire fuori. L'incontro con Siren nella serata è stato il giusto epilogo di una giornata di menzogne. Prima Exodus, poi lei. Entrambi, come per Aletheia, visi conosciuti con cui è difficile costruire il personaggio, nascondere la reale natura dietro la maschera. Fortunatamente essere cresciuta con Mark e i suoi compari l'ha aiutata ad assimilare i modi spacconi degli attaccabrighe, riuscendo in qualche modo a delineare una personalità che non sia la propria, provocatoria, saccente - quello lo è anche lei a volte - manesca ma non senza una giusta motivazione. Se l'incontro con il Dottore, misticismo e occultismo a parte, è stato un sollievo sottile, quello con la Sirena ha lasciato una pulsante sensazione di malinconia al centro del petto. Aveva dimenticato che si sono conosciute solo per merito di Andre, e sentirlo uscire dalla sua bocca, quel nome, è stato come uno scoppio di pistola nel buio. Ancora non si era resa conto di quanto effettivamente bruciasse la distanza, così abituata a fingere e incassare, ad ingoiare e accantonare il dolore da non accorgersi di come, giorno dopo giorno, la mancanza di quel sorriso, di una spalla fraterna avesse scavato un solco profondo.
Le spalle indolenzite le massaggia lentamente. Abituarsi a girare nella suit è qualcosa che inizia a fare senza lamentarsi, nonostante un'intera giornata con quella cosa addosso non sia come passeggiare in pantaloncini e maglietta, ma si fa quello che deve essere fatto. Non ha la forza di trascinarsi fino al South Side di nuovo, motivo per cui si infila una maglietta e se ne resta sulla brandina, richiuso Neit in un armadio, a giocare con i pezzi di ricordi raccolti nella sua scatola. Con la sigaretta tra le labbra e due dita di whisky in un bicchiere si chiede cosa penserebbe mai Andre di Neit. Ne sarebbe orgoglioso? Preoccupato? Scivola stesa sul lettino a fissare il soffitto, interrogandosi su come possa stare, se è davvero felice come lei spera che sia. E' così per tutti quelli che se ne vanno o che lascia indietro, la consolazione che almeno ne è valsa la pena perchè c'è qualcosa di meglio, di più bello, magari o semplicemente qualcosa che fa stare un po' meno male di prima. Infila le cuffie, chiude gli occhi. Ascolta in silenzio, scacciando la sensazione di solitudine che si fa largo come un tarlo nella testa. Non importa la strada intrapresa, non importa quanto lontani e distanti, prima o poi si rivedranno ancora e dovrà essere al meglio per quel giorno. Nel frattempo però può sorridere del fatto che la sua ombra ancora aleggia.
When we were young
We were the ones
The kings and queens
Oh yeah we ruled the world
We smoked cigarettes
Man no regrets
Wish I could relive
Every single word
We've taken different paths and traveled different roads
I know we'll always end up on the same one when we're old
And when you're in the trenches and you're under fire I will cover you
If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
Oh brother, we go deeper than the ink
Beneath the skin of our tattoos
Though we don't share the same blood
You're my brother and I love you, that's the truth
We're living different lives, heaven only knows
If we'll make it back with all our fingers and our toes
5 years, 20 years come back, we'll always be the same
E’ solo quando varca la soglia di casa, di ritorno da Old Town, che la consapevolezza si fa strada tra le vertebre, pungendo fredda come una lama. La via che dalle zone del centro città portavano a casa le sapeva a menadito, ma da quando la Thorne ha deciso che il Pocket doveva diventare la sua vetrina per la città al di fuori delle lustre strade della City non riconosce più nulla. Giusto qualche vicolo, qualche insegna. Il portone è rimasto lo stesso ma le cose attorno sono cambiate. Fortunatamente casa sua è più verso il Fiume, non vede il parco, il palazzone pieno di uffici papabili, l’aria che si respira è ancora quella stantia di un tempo. Butta le chiavi sul mobiletto, nella ciotola con gli spicci, i foglietti dei take away cinesi, thai, fusion, italiani, vecchie spillette e bossoli di pistola. C’è silenzio, di quelli immobili, spezzati solo dal chiacchiericcio che sale dalla strada sotto casa, ragazzini non diversi da com’era lei alla loro età, raccolti a dividersi una birra, fumare una sigaretta, farsi una canna. Si affaccia al vetro umido, la pioggia ha trascinato le temperature verso il basso ma non abbastanza da dare fastidio ed impedire agli ormoni galoppanti di manifestarsi nei vicoli appiccicosi.
La prima cosa che fa è recuperare i cellulari, quello proprio per avvisare Aaron di essere a casa e ringraziarlo, quello usa e getta per informare altri che è andata e tornata, apparentemente senza conseguenze. Si lascia andare sul divano, la finestra socchiusa, la penombra a disegnare contorni lunghi a causa di un lampione che proietta la luce fredda dentro la finestra. Il vecchio orologio a muro di Nan ticchetta lento, il tempo sembra dilatarsi accompagnato dal gorgogliare di due dita di whisky che riempiono un tumbler sufficientemente capiente. Piano piano cerca di ripetersi mentalmente quello che ha raccontato alla Force, ricordarsi dove potrebbe aver inciampato, esitato troppo, se può esserle scappato qualcosa di troppo. Cerca di ricordarlo per scrivere un messaggio all’avvocato, condividere quello che ha detto cercando di tenere a mente i consigli: essere disponibile e discostarsi dall’uso della violenza. Quello è stato semplice. Accompagna il bicchiere alle labbra e non può fare a meno di sentire la voce di Gordon incrinarsi. Che non abbia accettato la sua mano non l’ha toccata troppo ma la rabbia che lo ha mosso all’ultimo, dietro la facciata di compostezza fredda e cortesia imposta l’ha fatta vergognare. Lei non era a China Town, ma non può fare a meno di chiedersi cosa avrebbe provato lei al posto dell’Agente Incaricato a vedere un amico morire senza poter fare nulla. Stringe le labbra, scacciando dalla testa l’idea che avrebbe potuto assistere a qualcosa di simile accadere a Clem o a Victor, a Galen anche per quanto il medico pessimista resti comunque un ricordo distante prepotentemente entrato a testa bassa nella sua vita negli ultimi giorni. Quella è stata la sua esitazione, affermare di non conoscerlo, o di non ricordare di averlo incontrato probabilmente non è sembrato abbastanza convincente. L’usa e getta che vibra la fa scivolare stesa sul divano, lo schermo a cristalli proietta la luce verdastra diretta nelle pupille. Il messaggio lo prende per uno scherzo, ci spera con tutta sè stessa che sia uno scherzo, motivo per cui la risposta è altrettanto scherzosa.
Solleva lo sguardo, la tenda che si muove genera ombre che la fanno sussultare. Non ha dimenticato le parole iniziali dell’agente Mercier, di come il suo nome sia già apparso altre volte nelle indagini della SCF. Non è mai stata eccessivamente prudente, fino a che si tratta di lei, il rischio valeva la candela ma ora? Ora che fin troppe persone sono entrate nella sua vita? Ora che non è più sola come crede ma c’è gente che si danna se rischia stupidamente, gente che si espone per proteggerla deve rivedere necessariamente il modo in cui affronta la quotidianità. Prestare più attenzione, tenere un profilo basso. Se già la visita all’Ambulatorio da parte della SCF non fosse bastata a metterle addosso una certa pressione, il rendersi conto della facilità con cui qualcuno abituato a raccogliere voci di strada possa arrivare alla Clinica con la scusa di una cura l’ha messa sul chi vive. Non solo Niall, di cui non ha smesso di fidarsi nonostante sia stata messa al corrente del suo segreto, non solo Aaron che ha coinvolto in buona fede e che si ritrova con le mani legate e il biasimo stampato nella retina, ma chissà quanti altri.
- E’ solo questione di tempo.
Beve un sorso più lungo, riflettendo sul come ha impiegato le proprie energie fino a questo momento. Gli scambi di sms anonimi tra telefoni non registrati continuano a distoglierla, di tanto in tanto, da quello che martella il cervello. Si ritrova a fissare lo schermo interdetta, colta in fallo da una battuta che la vede effettivamente scoprire una necessità che non credeva di avere. Scola il bicchiere e se ne versa un secondo senza esitazioni, sospirando. Le dita incastrate tra le ciocche che hanno perso di ordine e compostezza, il bel vestito indossato per sembrare una persona per bene scivola leggero sulle gambe snelle, piene di segni e cicatrici che non lasciano troppo all’immaginazione, passate e presenti. Il dorso della mano premuto a schermare gli occhi scuri, resi lucidi dalla vampata di calore che non ha il retrogusto del whisky ma è imbarazzo, puro e semplice. Sa che non può chiedergli di vedersi, per quanto vorrebbe, è pericoloso e la sensazione di non aver chiuso la partita è ancora prepotente in petto. Non che lei abbia fatto nulla personalmente, ma nel momento in cui proteggi consapevolmente qualcuno, diventi automaticamente colpevole. E’ così che funziona, e il senso di nausea le conferma di sentirsi esattamente così, colpevole, buona fede o meno. Tira su col naso, richiamando la risposta a video quando arriva per sentirsi chiudere la gola istantaneamente. Se da una parte sa che non ha nulla da pretendere, da chiedere, dall’altra c’è una parte di lei che vorrebbe implorare di mandare tutto affanculo, di non andare, di restare con lei pur sapendo di avere il tempo contato, e di non poterci fare niente. L’aveva messa in guardia. L’aveva avvertita, eppure da un lato sembra essere l’unica cosa naturale, non rifuggire l’inevitabile, abbracciarlo e farlo proprio fino a che è possibile perchè tanto la vita finisce per tutti e ad avere paura non si campa più.
Però non smette di avere paura. La sente arrampicarsi lungo la schiena come un brivido freddo. Paura di non essere abbastanza, di non riuscire a fare la cosa giusta e anzi, di essere causa di qualcosa che va storto, come la sera della manifestazione. Avrebbe dovuto levare la pistola a Clem, avrebbe dovuto impedirle di farsi picchiare, e forse non sarebbe successo tutto quel casino. A guardarsi indietro avrebbe potuto fare tante cose meglio, scegliere strade differenti, risparmiare a sè stessa e ad altri, soprattutto, una serie di sfortunate coincidenze. L’alcol non aiuta a pensarla meglio. A pensare che se solo potesse tornare indietro... ma non può, non ha alcun potere, umana come ha deciso anche il tanto odiato tampone. Umana senza sconti. Umana fragile che si è fatta lanciare dalla cima di un palazzo da Irina Voronin senza riuscire a lasciarle niente più che un graffio. Che ha deciso di nascondere la faccia dietro una maschera per cercare di fare qualcosa di più, perchè ormai di preservare la vita delle persone non basta. Non a questo mondo. E poi è finita irrimediabilmente a schiantare il muso contro un uomo cheè tutto tranne che ideale, di cui sente un bisogno viscerale che non riesce ad esternare in maniera normale, finendo per insultare e ringhiare invece di... comportarsi normalmente. Si rigira sul divano, sapendo di non avere alcuna chance di dormire perchè i pensieri infestano la mente e non le danno respiro. Non cell’ha con nessuno di loro, non con Niall, non con Aaron, non con Clem o con Galen, o con Gordon, o la SCF, o i Patriots o Victor. Ma non può fare a meno di avercela con sè stessa per il continuo sperare e credere che ci sia un modo per cambiare le persone, le cose, gli eventi, il corso della storia. Ce l’ha con sè stessa quando si preoccupa per loro che si ficcano testa bassa nei guai convinti di poterne cavare qualcosa, convinti che sia l’unica strada. E quando le dicono che torneranno lei non può fare altro che aspettare e sperare, come un bravo cane che scodinzola dietro la porta senza avere coscienza del tempo che passa. Sarebbe più facile se così fosse, se non avesse idea o consapevolezza della merda in cui navigano. Era mille volte più semplice tenere tutti lontani, alzare i muri e cenare in compagnia dei fantasmi del passato. Niente batticuori, niente pianti ansiosi. Solo quella mestizia docile a cui bene o male tutti si lasciano andare, a cui ci si abitua in fretta e da cui non si esce più, come l’ipotermia.
Si alza di scatto, incapace di stare stesa ancora, senza possibilità di vedere il sonno ma con la voglia di barricarsi dietro qualcosa che non manifesti la sua assoluta inferiorità e ogni sua debolezza. Prende le chiavi, si butta addosso la tuta gettando il vestito nella cesta dei panni sporchi e via, fino al pub sotto il Walt Whitman, una tappa, una birra o due, una partita a biliardo e poi di nuovo via, non con la sua macchina ma in compagnia di un amico che se ne torna nella North. E poi da lì un altro passaggio, per assicurarsi di non avere nessuno alle calcagna, scivolare nelle fogne, trovare la via giusta e chiudersi al sicuro in un guscio dove nessuno ha accesso tranne lui. I riflessi verdi e arancio le accendono lo sguardo. Indossa la suit ed esce, perchè dietro la faccia di Neit tutte le preoccupazioni vanno a farsi fottere.
[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now
We're broken people now
[Logic:]
Tell me that I won't ever be nothin', ain't that somthin'?
I've risen from the bottom
I got 'em eyes on the prize and inside 'em
Damn right I overcame, y'all know the name
We similar but never been the same
Everybody, yeah they know the name
Right now, we'll make it some how
We'll make it some way
Yeah you know we gon' get it today like
I'm all on my own now
I won't ever let you down
Won't let you down down down
Yes I've been through it
They know I do it for the people
I'm fighting so we be equal
For my son and my sequel
And anybody who listenin'
In they system like venom
I get in 'em and spread visciously
This is me
[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now
[Logic:]
We back at it
Young Logic, the rap addict
Giving it every part of myself on the real you would think that I'd be asthmatic
Allergic to your bullshit, yeah that's right I done had it
Real all the time, if you rep it get it tatted right now
This right here a vibe right now
I am too alive right now
I'm alive right now
Come on feel the vibe right now
Feel the vibe
Feel the vibe
Feel the... feel the... feel, feel the... feel the vibe
La brandina cigola sotto il sedere, le gambe incrociate accolgono una vecchia scatola di latta, di quelle in cui il padre teneva gli attrezzi per arrangiare la moto, sbeccata, arrugginita ma ancora buona. All'interno, sopra una pila di foto consumate, appoggia il libro in cui ha pressato i fiori che Jenny le ha regalato, perchè non è riuscita a rinunciare, a vederli sfiorire e perdere petali, bellezza, freschezza. Sua madre lo faceva sempre, ogni fiore regalato veniva attentamente trattato, ci voleva pazienza, calma. Ce l'ha messa tutta per mantenerli belli nonostante i colori si siano scuriti, le sfumature miste si siano inevitabilmente corrotte, restano vividi nella memoria di un bel gesto che non è passato inosservato, nemmeno per sbaglio. Sul libro appoggia la cartolina arrivata il giorno dopo San Patrizio, senza niente scritto, solo l'indirizzo di casa e un leprecauno sbronzo con una battuta di spirito che le ricorda dolorosamente come sia ancora aperta una ferita il cui pulsare si fa meno intenso a mano a mano che la sua resistenza aumenta. Il dubbio che possa essere stato suo fratello a mandargliela per il suo compleanno - considerate le candeline infilate nel culo del soggetto ritratto - le solletica la nuca come un fastidio da cui non riesce a liberarsi, ma finisce accantonata e messa da parte assieme alle cose belle, le foto da bambini, tra i ricordi buoni. Come quel biglietto che rigira tra le dita e che odora ancora di waffles. Non è triste, nemmeno amareggiata. Le ci sono volute almeno una decina di riletture per rendersi conto del fatto che Andre se ne fosse andato e non può nemmeno rinfacciarglielo. In fondo gli vuole bene, e come ogni persona a cui ha davvero voluto bene, quando se ne vanno lo accetta, abbassa la testa, abbozza e incassa, perchè lei se n'è andata tante volte pensando di fare la cosa giusta per gli altri o per sè stessa. Se si incazzasse sarebbe ipocrita e almeno questo glielo deve. Così mette quel biglietto nella scatola assieme ad un sottobicchiere consumato rubato al Two Heads. Certo la colazione aveva un sapore un po' amaro stamattina nonostante tutto, ma passerà come passa ogni cosa.
Si allunga, prende una bottiglia di whiskey e si versa due dita, spaziando sulla stanza silenziosa attorno a sè. Nessuno sa che sotto la sua clinica ha un posto segreto e protetto, ed è proprio lì che porterà il regalo tardivo di compleanno che le ha promesso Legion. La suit resterà chiusa in un armadio, perchè deve essere al sicuro e protetta per poter proteggere quelli che ama.
Lì sotto terra c'è un mondo di cose taciute, alcune le rimpiange un po'. Rendersi conto che Andre si è incamminato lontano da dove lei può vederlo le riporta alla mente tutto quello che avrebbe voluto confidargli, perchè è così che si fa in una famiglia: niente cazzate, niente bugie.
Avrebbe voluto dirgli che è stata fortunata con i fratelli, perchè per quanto se ne vadano sempre lontani e spariscano, non può recriminare sul fatto di essere stata amata. Avrebbe scelto lui su tutti per confessare che sì, ha paura, e sì, sa perfettamente che le cose come le fa lei sono pericolose. Che sì, le manca suo figlio più di qualsiasi altra cosa ma che sa che è felice, ora forse un po' meno che suo padre è in missione in Medioriente ma è abbastanza piccolo da passare anche questa, indenne. Che ogni tanto, quando rientra a casa ed è vuota e silenziosa, la voglia di piangere è più della voglia di bere. Che lei non è tagliata per salvare il mondo ma cazzo qualcuno ci deve pur provare no? E' solo un passo, un tentativo. Che lo sa, che a furia di tendere la mano e accogliere la gente prima o poi la pugnaleranno alle spalle, è già successo, ha un paio di cicatrici sulla schiena proprio per quello. Per ricordare che un coltello nella manica è sempre dietro l'angolo ma se dovesse preoccuparsi ogni volta di quello che non vede, vivrebbe nella paura e no, non ci sta a viverci. Che ogni sbaglio che ha compiuto in vita propria ha sempre portato a cose buone, nel bene e nel male, e che non smetterà di fare sbagli. Avrebbe voluto rivedere il campionato nuovo con lui, in un pub nella South, a bestemmiare dietro l'arbitro o gli avversari, a scolarsi le pinte come se non ci fosse un domani sapendo che poi entrambi sarebbero dovuti tornare ai rispettivi lavori, quali che fossero. E, sopra ogni cosa, avrebbe voluto sapere cosa lo rendeva triste nelle sere da solo, cosa quel gene lo aveva reso capace di diventare, a parte il rimanere sempre il suo little brò.
Sorseggia dal bicchiere, scivola sulla lingua come velluto, caldo. Infiamma la gola e la porta a stendersi, chiudere gli occhi e lasciar andare le lacrime, perchè sì. Perchè lì sotto può farlo. Piangere, strepitare, urlare. Nessuno lo saprà mai. Andre di certo non lo saprà quanto le mancherà. Respira, le dita corrono lungo la gola scoperta, chiudendosi in una
presa salda che le scarica un brivido irrequieto, con un'immagine vivida
che emerge, prepotente. Drizza la schiena di scatto, allontanando la bottiglia per sommergersi nel piumone e restare al buio per un po', ad allontanare un viso che si allaccia tra altri, intruso consapevole.
Una volta che il cuscino si è bevuto tutte le lacrime ritorna semplicemente allo stato iniziale, quello a cui si è adeguata da quando ha iniziato a perdere pezzi di cuore appresso a quelli che ha amato. Va bene così, alla fine, perchè ha imparato presto che la vita ti concede poco tempo, un giro di clessidra al massimo e di quel tempo devi prendere tutto il possibile: amare intensamente ogni secondo, ogni faccia che passa e se ne va, ogni scontro e ogni incontro. Non importa quanto male possa fare un addio, almeno quella scatola è piena. Piena di vita vissuta e non sprecata, piena di ricordi e meno di rimpianti, piena di persone che si portano via un pezzo di lei, senza però lasciarla abbattuta o indebolita: si è costretti a diventare più forti per non farsi sfaldare come polvere nel vento. E poi, presto o tardi, sa che li reincontrerà, in questo mondo o nell'altro.
Sometimes I get tired of waking up on my own, And sometimes I feel like I want to go home,
But the cars they keep on driving,
Down a road that doesn’t seem to end.
So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.
It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes.
Sometimes its hard to know the way to go,
When the waters rise around you,
And the fire rages down below.
So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.
It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes.
oh oh oh oh oh
oh oh oh oh oh
Cos we’re bullets and we’re fired from shotguns flying through birthdays and new years,
Yeah we’re rolling stones but the moss keeps growing round our hearts and our eyes and our ears,
Cos we’re bullets and we’re fired from shotguns flying through birthdays and new years,
Yeah we’re rolling stones but the moss keeps growing round our hearts and our eyes and our ears.
So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.
It’s there in the shadows where nobody goes, It’s there in the dark but what good is it though, It’s a vanishing point on a shimmering road, And there when I close my eyes, There when I close my eyes, Only there when I close my eyes.
Chiude la portiera senza sbatterla, salutando i bambini sul sedile posteriore della berlina del Vice Comandante dei ribelli. Ringraziato per lo strappo fino sotto casa, in compagnia degli AC-DC per coprire il suono dei ricordi a cui non ha potuto sottrasi una volta richiusa la porta dietro le spalle. C'è silenzio nell'appartamento, quello scomodo che ti spinge a cercare di riempirlo con qualsiasi cosa, così accende la radio per sentire meno la distanza. Tira il telefono in bagno, il cavo lungo perchè comprarsi un cordless è troppo e quello funziona benissimo. La finestra aperta, il chiacchiericcio del radiogiornale a cui non da alcun peso e la chiamata regolare, fissa per parlare con il proprio figlio. Liam ha più o meno l'età di Johnny, forse si passano una mezza dozzina di mesi. La voce allegra cinguetta un sacco di cose sconnesse ma non le importa davvero, lo ascolta cercando di seguire la logica inattaccabile perchè semplicemente loro ne sanno di più dall'alto della loro brevissima esperienza, ma più fresca della tua. Non le pesa sentire di nuovo Cian, non le pesa il fatto che le ricordi ancora una volta di non essere una buona madre.
- Quindi preferisci che se ne occupino i miei mentre sono via?
- Cian ne abbiamo già parlato, starà meglio con i tuoi, manterrà la sua routine, i suoi amici. Farlo venire qui non è una buona idea, questa città è matta e tra sei mesi poi che faremmo?
Il silenzio dall'altro capo del telefono sa di accusa, cocciuta, e di rancore non espresso, quando sai di aver toccato i tasti dolenti e il fastidio dell'aver ragione senza bisogno di doverlo sottolineare. La vocetta di sottofondo continua a raccontare di come abbia fatto pupazzi di neve, di come il suo amico del cuore abbia ricevuto in regalo i primi pattini da ghiaccio e sente il suo ex marito promettere che li comprerà anche a lui. Lei ride appena.
- Non viziarlo troppo, se li deve guadagnare i pattini.
- E' un bravo bambino, se li merita.
- Figlio di suo padre, mh?
Il commento non trova eco di divertimento dall'altra parte. Sospira semplicemente, rilassando le spalle e buttando la sigaretta nella tazza del wc. Saluta, piegando appena la testa di lato, scivolando indietro svuotata di energie come ogni volta che riattacca dopo aver parlato con il suo ex marito.
Il tuffo sul divano è una ricerca di calore, l'incarto del fish&chips appoggiato sul tavolino da caffè. La radio passa grandi classici del rock, si è incastrata sui Pink Floyd, il cellulare incastrato sotto i cuscini. Infila la mano, scavando alla ricerca di qualcosa. La birra scura scivola senza peso lungo l'esofago, soddisfacente contro la punta di aceto buttata sulle patatine salate all'eccesso. Spazia con lo sguardo, nessun movimento, non una coda che scodinzola, non passi che si spostano nella casa, tutto immobile e quieto. Finisce la cena, buttandosi addosso una felpa troppo grossa scende nel vicolo dietro casa. Una scatola grossa di cibo per cani, inizia a suddividere il cibo in ciotole abbandonate lì, coperte dal tetto della casa. Fischia, richiamando i randagi della zona, abituati a venire nutriti a giorni alterni. Riempite le ciotole fa qualche passo indietro per osservarli mentre si avvicinano, diffidenti ma troppo affamati per non cedere alle lusinghe. Si siede sui propri talloni ad una manciata di metri di distanza ad osservarli litigare per l'ultimo boccone, scodinzolare di misera soddisfazione. Osserva quelli più bulli che cercano di rubare il cibo ai più deboli e piccoli, e chi si ingegna per rubare un boccone a destra e uno a sinistra, poi c'è quello impavido e ruffiano, che si avvicina troppo, che annusa e si allunga uggiolando a cercare di leccare il cucchiaio con cui ha distribuito il pasto e lei glielo cede, con un sorriso che non mostra i denti e lo sguardo che non incrocia quello degli altri. Solleva l'attenzione alla scala antincendio, lì dove Mark era solito piazzarsi a redarguirla di smetterla a dar da mangiare ad ogni randagio che incontra. Iris Jr. davvero la mette a disagio, perchè nei suoi occhi intelligenti teme di vedere il riflesso di quella che è diventata, senza patine ad edulcorare la realtà. Il rapporto che la piccola ha con il fratello maggiore riesce a battere su una ferita che non si rimargina mai. Spazia sul vicolo e ogni mattone le ricorda qualcosa, così decide di lasciare i cani e tornare su a casa.
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Il suo diciottesimo compleanno incombeva ma non c'era la solita elettricità nell'aria. La casa era un peregrinare costante di parenti, amici, familiari che venivano a salutare, chiedere come stesseMarie e tutti ad evitare accuratamente di domandare dove fosse Colin. Nan non faceva altro che prendersi cura di un involucro ormai privo di energie, mangiato da un male che nessuno riusciva a curare nonostante fossero sempre più all'avanguardia in fatto di cure mediche. Lei passava i pomeriggi a pettinare i capelli castani, i riflessi rossastri si erano spenti e ingrigiti come i suoi occhi verdi, patinati di stanchezza e arrendevolezza, nonostante si ostinasse a sorridere con orgoglio malcelato.
- Prometti che li terrai d'occhio per me, babygirl?
- Two eyes, as much as I can spare, mum.
- Good.
Il sorriso non le si incrinava, resisteva alle intemperie come fa una casa solida con le fondamenta piantate a fondo nella terra. Però anche le case più salde possono tremare e crollare, quando la scossa è troppo forte. Non importa quanto ci si prepari, quanto si sappia che la fine incombe, fa male quando perdi qualcuno che ami e non ci puoi fare niente. Quando si spense lo fece in silenzio così come aveva vissuto, all'ombra ma solida, presente senza far pesare e spesso data per scontato. Colin aveva ottenuto un permesso speciale per lasciare lo stato del Massachusetts, 48 ore di tempo per seppellire la propria moglie e poi tornare in carcere a continuare a scontare la propria pena. Lui c'era, a baciarle teneramente le tempie mentre le ultime gocce di morfina si portavano via il dolore, trasportandola in un sonno senza ritorno, tra campi verdi e scogliere scoscese sotto la luce di un cielo libero. C'erano tutti, tranne uno. In ogni volto che si affacciava alla porta Cori cercava i tratti familiari del proprio fratello. Il pomeriggio arrivò con la pioggia, un acquazzone improvviso e inaspettato, talmente forte da far vibrare le finestre percosse dalle gocce spinte dal vento forte. Quando Mark arrivò tutto era immobile, uomini grandi e grossi con passati discutibili alle spalle erano piegati su bottiglie di alcol a ricordare con tristezza languida una donna che li ha amati come fratelli, figli e famiglia. Corinna invece aveva la testa ritta, le spalle allargate. La postura non era dissimile da quella di Nan ma la vecchina era salda per esperienza, non per tensione e rabbia. Quando il fratello apparve oltre la porta lei gli fu addosso in un paio di secondi e la casa esplose nel tumulto. Colin era pronto a bloccarla, ma venne fermato dalla sua stessa madre con addosso uno sguardo ammonitore. Calci, pugni e non una parola. Sfondaron una porta perchè lei dovea sfogarsi, sì ma lui non ci stava, non ad essere picchiato senza una spiegazione e, di conseguenza, si è trovato a reagire di rimando. Non era la prima volta che Mark e Cori si picchiavano, è sempre stato il loro modo di ristabilire l'ordine delle cose e tanto era sempre lei quella che pagava il prezzo più alto, un braccio rotto, qualche dente saltato, occhi neri e chi più ne ha più ne metta. Non ricordava nulla di quel giorno salvo una cosa, la rabbia di suo fratello che le abbaiò contro un netto e cattivo:
- You are not my baby-sitter
Le hanno raccontato che la sua risposta fu una testata che costò a Mark un setto deviato e litri di sangue sparsi sul pavimento di casa a cui ha posto rimedio lei stessa, inzuppando asciugamani, curando le stesse ferite che aveva inferto nel più cocciuto silenzio in cui l'abbiano mai vista chiudersi.
Al funerale erano entrambi lividi, ma a salutare i boccoli castani e il bel sorriso di una bocca larga e piena di vita erano fianco a fianco, mano nella mano. Brother & Sister.
Ricorda quando si spaccava la testa sui libri per finire gli esami in tempo e lui le rammentava di mangiare e che non poteva andare avanti a soli caffè. Ricorda quando venivano mà e pà e se pure in casa non ci stavano tutti il pranzo la domenica aveva sempre lo stesso odore, rassicurante, conciliante come le cose buone della vita, quelle che valgono davvero di essere vissute pienamente. Pensava non lo avrebbe mai più sentito quell'odore, poi però dopo aver preso insulti per tutta la mattinata ingoiando merda fino ad averne abbastanza, una busta di carta e il pranzo al sacco.
Di nuovo quel buon odore che sa di casa.
Hey! Hey! Hey!
I don't like walking around this old and empty house
So hold my hand, I'll walk with you my dear
The stairs creak as I sleep,
It's keeping me awake
It's the house telling you to close your eyes
And some days I can't even trust myself
It's killing me to see you this way
'Cause though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
Hey! Hey! Hey!
There's an old voice in my head
That's holding me back
Well tell her that I miss our little talks
Soon it will all be over, and buried with our past
Le epifanie arrivano sempre quando meno te l’aspetti, o non sarebbero epifanie d’altronde. Per lei capita in momenti discutibili, per lo più legati a sregolatezza e mancanza di amor proprio. Di norma il copione prevederebbe lei a sostenere la fronte di qualcun’altro, brilla abbastanza da riderne ma non sbronza abbastanza da finire per collassare a propria volta. Da che il fratello e i suoi compari l’hanno battezzata nell’alcol non ha mai perso completamente il controllo se non in rari casi e a quanto pare qualcosa l’ha spinta fin oltre il limite. Spalancando gli occhi verdi, acquosi e arrossati per lo sforzo, si affaccia sulla tazza di porcellana di un appartamento nella North che non è il suo. Le dita callose le sorreggono la fronte, si impigliano tra i capelli mentre ricaccia anche l’anima tra le lacrime e la frustrazione. Di solito è lei a prendersi cura degli altri così, era il suo compito, il suo ruolo e trovarsi in quella situazione non fa che acuire il senso di insoddisfazione e fastidio. Svutata di energie e di forze si accascia come un sacco di iuta e viene prontamente raccolta, con la ritrosa rude dolcezza di qualcuno che non è affatto abituato a dover essere l’infermiere di turno. Un caffè nero e lenzuola che sanno di fresco sono un toccasana così come lo è l’assenza assoluta di domande, il silenzio comprensivo di chi ti conosce da una vita e non ha bisogno di sentirti parlare per sapere come stanno le cose.
Ha esagerato, lo capisce semplicemente da come le tremano le dita, da come le ginocchia stentino a reggerla, da come il battito cardiaco sia impennato. Ha esagerato e lo capisce dal sapore che le raschia in gola, non importa quanti caffè butti giù o quante aspirine prenda. Le tempie, quelle non perdonano, ha un dannato martello pneumatico nella testa e niente sembra riuscire a spegnerlo. Non si vergogna, di rannicchiarsi su di un letto che non è suo diritto occupare, così come non prova vergogna nel pietire braccia robuste entro cui nascondersi per soffocare le lacrime frustrate contro il cuscino che si sporca di trucco e che poi dovrà pulire. Odia essere vulnerabile e allo stesso tempo non riesce ad evitare di finire costantemente in difetto. Eccedere nell’alcol questa volta non le è servito. Non è bastata la sbronza a scacciare gli incubi, non trascina il corpo in un sonno senza sogni com’è successo per notti passate, tutte le notti passate da quando ha avuto il faccia a faccia con Matt che ancora la tormenta. Ha espresso i propri dubbi con sincerità a Darius, dubbi legittimi che nella sua testa filano come una storia già sentita da qualche parte. Non è abbastanza. Non lo può essere perchè lei non si sdoppia e quando cura lo fa lentamente, non ha la magia di Routh e, sopra ogni altra cosa, i mali della testa la spaventano da morire. Quando spalanca gli occhi è madida di sudore, un profilo incombe su di lei e la confusione viene subito annullata da un odore. La memoria olfattiva è qualcosa di meraviglioso, ha la capacità di evocare cose di cui si credeva di aver perso ogni traccia. Sbotta a ridere, nervosa mentre scivola via dalla stretta protettiva per infilarsi in bagno, buttarsi sotto la doccia e uscirne ripulita, almeno all’esterno.
Fa un ampio respiro ma le spalle sono curve, il peso al centro dello sterno lo sente agitarsi. Allunga la mano, la passa sul vetro appannato e si fissa in viso. Lo vede fin dentro le ossa, il male di cui le parlava la nonna da bambina. Una condanna, tramandata per generazioni, di padre in figlio, di madre in figlio. Annidata tra i geni di cui tanto fieramente si vanta con gli altri c’è quella malinconia che consuma, figlia di un popolo perennemente sconteto, insoddisfatto, che non dimentica mai i flussi migratori, le invasioni, gli abusi di governi la cui sovranità non è al popolo, l'aggregarsi in comunità che sono famiglie, che inseguono le radici e le piantano, infestanti come la gramigna in giro per il mondo. Però, nonostante l'abilità ad adattarsi, ad infestare resta sempre l'irrimediabilmente afflizione del mal di casa. Nan lo diceva sempre, quelli come loro sono destinati a soffrire, perchè è nel loro DNA. Non importa quanto diluito nel tempo sia il legame con la madre patria, l’Irlanda ti ruba un pezzo e se lo tiene stretto come una madre possessiva.
Nell’affacciarsi dal bagno contempla il profilo di Ryan e un ricordo la colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco.
Aveva 15 anni la prima volta che viaggiarono tutti oltre oceano e l'Irlanda non era nulla di quello che le avevano raccontato. Papà non faceva altro che abbracciare gente, stringere mani e caricare le bisacce della moto. L’MC era tutto raccolto poco fuori la periferia di Belfast; da ogni parte del globo motociclisti e pezzi delle loro famiglie, un’unica grande tribù accomunata principi solidi -a detta loro- e simboli stampati con l'inchiostro sulla pelle e con la stoffa sulla schiena dei gilet. All’epoca aveva una visione particolarmente romantica della vita dei membri maschili della sua famiglia. Era l'unica femmina del gruppo e la cosa non compiaceva affatto la nonna, ma lei non volle sentire ragioni. Fece il diavolo a quattro pur di andare con 'i ragazzi' a visitare gli amici e vedere quello di cui aveva sempre solo sentito parlare, nelle canzoni, nei racconti, il posto a cui tutti erano così dannatamente fieri di appartenere. Si sa però che i racconti e la realtà non sempre coincidono. La polizia era ovunque, i confini pattugliati, ma i pub erano pieni di musica e vitalità. Da Belfast dovevano raggiungere Dublino passando il confine in una processione che richiese non poche autorizzazioni, e lei avrebbe viaggiato con papà, come aveva promesso spesso ma mai fatto. Documenti sempre pronti per passare i blocchi, mazzette che passavano di mano in mano, una ragazzina che in qualche modo fungeva da imbonitore. Una mezza pinta di Guinness originale, sotto banco perchè ancora non aveva l'età era il suo premio inconsapevole di essere uno strumento agli occhi del padre, o semplicemente, preferiva già all'epoca non sapere e fingere che tutto andasse bene.
Per lei che era nata e cresciuta negli stati uniti non era semplice capire cosa ci fosse di così complicato nell'unire due pezzi di una sola piccola isola minuscola, il paese in cui è nata di stati ne comprende 52 di cui uno sparso nel Pacifico come briciole di pane e una fetta praticamente in culo all'Artico, la voglia di capire il perchè di barriere, posti di blocco, lingue e colori differenti la spinse ad interrogare uno degli amici di vecchia data di Mickey che stava con loro. Lo sguardo di biasimo che le riversò addosso una domanda innocente, portata senza riflessione e senza sfondo, a piantare il seme. E così fu che venne spiegato tutto. Da Cromwell e la tirannia, Orange Walks, Cattolici e Protestanti, Easter Rising, Original IRA, Collins, Lynch, Bloody Sunday, Bobby Sands, P-IRA, R-IRA, New IRA. Scissioni, bombe, morti, attentati. Case in fiamme, bambini e donne uccise. Abusi, soprusi, dolore ad una manciata di km da dove stavano loro. Comprese in quel momento perchè la nonna ripeteva che erano dei dannati, perchè le storie, quelle cupe di guerra e ribellione riuscivano a toccare le viscere, farle torcere nel fastidio dell'impotenza, scoppiavano di rabbia e incomprensione. Sentire sempre una sola campana, quella intimamente legata al senso di unione. Si ritrovò con i lacrimoni senza nemmeno capire perchè, la mano di papà sulla testa, una coccola come non ne aveva mai ricevute, che sapeva di consolazione. Colin era fiero dei suoi figli, della sua famiglia, ma le effusioni non erano da lui, non da quell'uomo alto e scuro, con troppe rughe per la sua età e gli occhi spiritati, densi di rabbia bruciante che lo ha consumato in fretta assieme al suo fegato.
Quella sera - lo ricorda improvvisamente - dormì accoccolata tra Mark e Ryan, aggrappata alle magliette di entrambi perchè la birra le faceva dondolare la testa e i racconti le diedero gli incubi. Ha sempre avuto il vizio di cercare qualcuno che scacciasse i suoi mostri, se non era papà era Mark, se non era Mark era Ryan, se non loro Cian. Gli irlandesi non sono fatti per stare soli, ma irrimediabilmente ci finiscono. E' la loro croce, il loro tormento. Quando riemerge dai ricordi si ritrova a specchiarsi nei suoi occhi scuri, il calore del corpo prossimo, l'odore della pelle, di una canna di troppo e il sapore di birra sulle labbra. Ha smesso da tempo di essere quella bambina, ma ancora riesce a farsi sorprendere dalle emozioni altrui, che sia rabbia, o paura, o desiderio. Il respiro, improvvisamente accelerato lo sente infrangersi contro il viso, l'attrito tra pelle e asciugamano gradualmente viene meno e quando tra le scapole sente premere debolmente lo stipite della porta del bagno chiude gli occhi, rilasciando la tensione. E' un attimo che quella tensione torna ad annodarle i muscoli: la stanza inondata dalle note di Sunday Bloody Sunday degli U2, la luce led dello schermo illuminato che spezza ogni equilibrio. Entrambi voltano la testa di scatto, perchè entrambi sanno cosa significa quella canzone. L'ha messa lui per lei, l'ha associata lui ad un numero che ha stentato a inserire in rubrica ma che si ostina a tenere nel portafogli. Le sue labbra si muovono, un debole 'Cannot catch a break' esasperato le fa arricciare un sorriso debole, colpevole mentre le bacia la cicatrice sulla spalla e lei scivola via, lanciandosi contro il comodino per recuperare il telefono ma il nome sullo schermo non è quello che si aspettava e il cuore le si spezza, ancora una volta, come infinite volte prima di quella quando si è permessa di sperare e di farsi illudere. Ringhia quando risponde e dall'altro capo si alza un muro indignato di silenzio.
- Che cazzo vuoi?
- ...
- God have mercy, Cian, che c'è?
- Ti sei dimenticata di chiamare, te l'avevo chiesto come favore personale.
- Shit... I... mi spiace
- Yeah, I know. Lo so che ti spiace, ma mai abbastanza. Listen, se non vuoi parlarne basta che lo dici.
L'urgenza le si infila tra le costole e stringe il cuore con dita gelide. Ruba una sigaretta dal pacchetto di Ryan e si chiude in bagno, seduta sulla tazza a discutere con il suo ex marito per non sa nemmeno lei quanto e quando riemerge, confusa e preoccupata si rende conto di essere di nuovo sola. Lui non c'è, lo ha letteralmente fatto uscire dalla sua stessa casa in cerca di una boccata d'aria. Ruba una felpa, un pantalone di tuta in cui navigano le gambe snelle che raramente mostra. Il brivido preoccupato viene presto scalzato da uno spiffero che le si arrampica lungo la cervicale e le fa finalmente notare che la finestra è aperta e le chiavi del pick up sono ancora appese al muro. Si infila sulla scala antincendio trovandolo sul tetto in maniche corte a sbollire l'ennesima delusione. Il sospiro le si annoda tra le labbra in cui affonda gli incisivi, lui evita di guardarla ma sa che è lì e alla fine si arrende richiamandola con un cenno come farebbe un padrone con il proprio cane dopo che gli ha distrutto casa e hanno litigato.
Gli scivola in braccio a cavalcioni, affondando le dita tra le ciocche che ha scorciato sotto sua insistente richiesta, sforzando il suo viso affinchè lo sollevi per schiantare le labbra contro le sue, affondare un bacio morbido ma allo stesso tempo privo di quell'elettricità che è stata irrimediabilmente soffocata dal suono del cellulare. La presa sui fianchi è possessiva ma non affamata, gli occhi tornano a specchiarsi e la malinconia di lui colpisce nel profondo.
- I'm sorry.
- I know.
- I miss him.
- Me too.
Per la prima volta da quando si sono ritrovati parlano di lui apertamente, prima era solo sussurrato, legato ad episodi e rapidamente accantonato perchè la ferita fa male e non solo a lei. Il non sapere di norma è la sua regola per dormire sogni sereni, ma nel caso del fratello è costante, doloroso, logorio, un'emorragia a cui non riesce a porre rimedio, che non riesce ad arginare non importa cosa faccia. Dicono che nessuna notizia sia una buona notizia, ma non dopo una guerra come quella passata di cui ancora il mondo porta feroci cicatrici, non quando si tratta di un fratello, un patriota, un fuggiasco.
- Cosa voleva tuo marito?
- Ex
- Same thing, che voleva?
- Se ne vuole andare in missione
- You gotta be kiddin' me, e Liam?
Non ne vuole parlare. Lo guarda negli occhi e tace, ingoia il silenzio a bocconi amari e semplicemente gli si stringe addosso.
- Ci facciamo una birra?
- Non hai bevuto abbastanza?
Non ha tutti i torti. Sono troppe notti di fila che si addormenta solo per effetto dell'alcol e così non va. La resa le piega le spalle, gli scivola tra le dita con indolenza, trascinandosi a stento in piedi mentre lui finisce l'ultima sigaretta e lei striscia di nuovo dentro l'appartamento, allungandosi sul divano che ha coattamente occupato. Si schiaccia tra i cuscini, improvvisamente sottile, svuotata di tempra e resistenza, molle. Sente i passi scendere pesanti e far vibrare il metallo, il sospiro pesante, paziente, mentre la guarda e chiude la finestra. Il peso docile che le si abbandona accanto, che si addossa rubando coperta, insinuando la mano attorno alla vita per tirarsela possessivamente contro, cercare una posizione comoda per entrambi in un divano troppo piccolo e finisce per sorridere, ascoltare il respiro di Ryan che via via si fa lento, pesante, a mano a mano che sprofonda nel sonno e alla fine riesce a contagiare anche lei. Dorme, finalmente. Dopo giorni stancanti a lottare contro i suoi stessi limiti, dorme e non ha paura degli incubi perchè c'è qualcuno che li scaccia per lei ancora una volta.
Quando striscia di nuovo nel seminterrato del palazzo che ha scelto come luogo perfetto non ha più energie. Le ci vuole una manciata di minuti buoni per ricordare di accendere la torcia e quando lo fa la luce rimbalza su barattoli di latta pieni di pittura, travi e materiale edile trasportato lì da un poveraccio che ha ancora la pazienza di inseguire le tracce di un sogno sbiadito con lei. Si trascina fin dentro uno dei piccoli bagni di servizio, la luce filtra a malapena dalle feritoie che fungono da scarsa e fatiscente illuminazione lì sotto, per cui la torcia è la via più facile per specchiarsi e constatare, tra le macchie di ruggine, che i segni delle dita di Victor sulla gola sono là, belli evidenti sulla pelle chiara. Rischia la gola e sputa, ma non con disprezzo o disappunto quanto più per esorcizzare il senso di compressione e nausea che le pesa sullo sterno.
Struscia le suole degli anfibi sul pavimento e si rannicchia lì, accendendo il fornelletto per farsi un caffè annacquato ma necessario. Quando cerca di accendere la fiamma con un fiammifero le dita le tremano. La sente arrivare, risale con prepotenza e le si abbatte sulle spalle: paura. Quella che non ha mostrato prima, quella che è la sua più fedele compagna di viaggio, che ha imparato ad attendere il momento giusto per reclamare il pegno. Si rannicchia, imbambolata in un sacco a pelo spesso e ruvido e piange, lì sotto dove nessuno può sentirla e l'altissimo può vederla per giudicare la sua debolezza.
La prima vera volta che ha sentito quel morso bruciante era ormai decisa a gettare la spugna e tornare a casa con la coda tra le gambe. La Sierra Leone non faceva per lei, lottare per le cose più basilari, la miseria, la fame erano una realtà che la prendeva a schiaffi quotidianamente. Non che venisse da una famiglia agitata ma laggiù anche il c'era meno di niente e troppo da fare. Quattro mesi, ad addormetarsi piangendo, svuotata di energia, senza riuscire a tenere che poco o nulla nello stomaco l'avevano messa a dura prova. Aveva scelto di andare spontaneamente e l'avevano avvisata che non sarebbe stato facile e non sarebbe potuta tornare indietro prima di quattro mesi se avesse cambiato idea ma lei non gli aveva creduto. Aveva rinunciato una volta sola in vita sua e le era bastato. Però, la vita nelle sue sfumature più crudeli e spaventose riserva sempre qualcosa di inaspettato. La capacità dell'uomo di essere brutale e feroce, di abusare e dominare non è propria di nessun altra creatura generata dal signore, ma lì tutte le leggi più scontate diventano aleatorie, non si gioca più con lo stesso mazzo di carte né con le stesse regole e se non lo impari presto ti divorano pezzo pezzo. Un medico che non ha mano ferma è inutile, un medico accecato dalle sue stesse lacrime è patetico, un mero peso di cui liberarsi.
Però poi scatta. È un momento nella vita di tutti, quello in cui qualcosa si spezza. Per lei è arrivato di notte col tremare della terra, un colpo di mortaio, l'odore di nafta e di carne che brucia. Durante la grande guerra i medici mettevano la croce sugli elmetti per evitare di venire cecchinati, poi in qualche momento storico, l'umanità ha deciso che le croci rosse fossero il modo migliore per richiamare il fuoco, che fosse più semplice colpire dove si era più visibili. L'ospedale era un groviglio di tende che scintillavano di lucciole infiammate, le grida sconnesse riempivano le orecchie assieme al fischio persistente di quell'unico colpo impietoso ma dannatamente preciso. Ha ammassato cadaveri e feriti fino a non sentire più le braccia, fino a non percepire il freddo o il dolore, il caldo o il tempo che passava. Ha perso l'aereo per tornare a casa e la possibilità di gettare la spugna in una sola notte di delirio. Poi, quando tutto si è calmato e il silenzio è sceso è arrivata. La paura acre, una mannaia tra capo e collo, il crollo come un castello di carte sotto uno sbuffo capriccioso. Le dissero che era normale, il potere dell'adrenalina, le dissero che era stata brava a reggere e non farsi prendere dal panico e che era fortunata. Fortunata.
Oggi però non si sente fortunata, la gola le fa male ma non è la cosa peggiore di tutte. È il senso di completa impotenza, di avere ragione e allo stesso tempo di non avere potere. Non è dio, anche se ha tenuto i fili della vita delle persone più di una volta non può salvarli tutti. Ma non lo sopporta. Non sopporta quella dannata malattia e non sopporta che le venga impedito di curare qualcuno. Lo attaccherebbe ad un lettino tentando l'impossibile per quell'anno che gli resta se solo le fosse permesso, ma lei non è dio e la vita delle persone non sono il suo parco giochi. Non ne può disporre e non può obbligare nessuno a farsi salvare. Può solo sperare, aiutare fino a dove permesso a tenerlo in vita il tempo che deciderà di vivere, di combattere, per salvare l'unica cosa che valga la pena salvare.
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Addormentarsi sul pavimento freddo è fin troppo facile se ci si sente al sicuro, ma non c'è posto abbastanza distante o riparato dove non arrivino i sogni. Spalanca gli occhi verdi sul buio che la circonda, il respiro annodato in gola fa ancora un po' male. Il suono di passi spedisce un brivido inquieto lungo la colonna vertebrale e si allunga a cercare la pistola che non trova.
- Tienila sempre con te.
La voce di Victor le rimbalza tra le pareti del cranio svuotate dalla stanchezza. La luce arriva all'improvviso e delinea una sagoma alta, robusta, familiare. La camminata sicura è un po' la sua, ha imparato ad emularlo da ragazzina ma c'è un velo di minaccia. Si alza, pronta ad incassare ma la mano che le afferra la gola la inchioda spalle alla parete e ce la incassa come fosse di sabbia. Indossa una fede d'oro lucida e i dettagli che prima chiamavano un nome ora si accavallano ad un secondo. Occhi azzurri che la fissano, l'attraversano da parte a parte stringendo le viscere in una morsa di confusione, la furia di un uomo col tempo contato richiama alla memoria quella di un uomo la cui passione e il cui amore erano già scaduti da un pezzo, per venire assorbiti da un rimpianto che non conosce sollievo. - You can't save them all, little sister - But I can bloody well try!
Doveva solo comprare le sigarette. Invece si è trovata praticamente prelevata sotto casa senza una spiegazione e senza un motivo tangibile, qualcosa che valesse la pena davvero. All'inizio, come ogni cosa nuova stile Paese delle Meraviglie, per un attimo solo ha creduto che potesse essere una buona giornata, ma poi Lui le ha ricordato che tutto quello che inizia a merda finisce peggio.
Ha perso la cognizione di quanto tempo sia passato e quanto asfalto abbia calpestato, quante volte si sia girata su sè stessa a controllare, cercare segni di un passaggio, qualcosa di familiare in un dedalo di strade ma alla fine ha risolto nella maniera più semplice. Cinque sigarette dopo ha smaltito in parte. La mano è tornata ferma ma lo stomaco resta chiuso. Nel profondo sta ancora inveendo contro Maximilian Ethan Lee e le sue idee del cazzo – che sembrano tanto un fottuto rapimento -, ma almeno all’esterno è calma, abbastanza da cercare di accostarsi a qualcuno che si fa i fatti propri, offrire una sigaretta e chiedere per favore se potrebbe indicarle la via più facile per uscire dal Groundwater, il cui nome nemmeno sa. Sa solo che è un posto di cui, fuori da lì, non dovrà più ricordarsi. Un posto neutrale come aveva cercato ma che, ora come ora, non è così sicura di voler frequentare. E sale di nuovo, un fremito di rabbia che chiude i pugni e le spalma sulla bocca un sorriso plastico. Sfiata una risata nervosa e si scusa ma alla fine la via gliela indicano. Da lì fa un paio di passi, si volta e poi torna indietro per lasciare il pacchetto come un ringraziamento aggiuntivo, tenendo solo una sigaretta per sè. E con il ringraziamento aggiuntivo arriva anche una richiesta goliardica, che però ha un preciso scopo: trovare un tabaccaio vero significa raggiungere una zona che non sia supposta come Deserto. Si accoda alle risate corali, almeno sulle prime, ma poi lo sguardo sbattuto e la stanchezza sembrano attecchire e far sfumare il tutto in una sequenza di occhiate dubbiose che hanno il netto sapore del ‘ci è o ci fa?’.
- Seriamente, come ci arrivo a piedi? La pazienza che le riservano è una manna dal cielo. Non avrebbe sopportato ancora di doversi ergere contro l’ennesima testa di cazzo saputella. Memorizza ogni passaggio e quello che non riesce a memorizzare se lo scrive sull’avambraccio, dovendo ripetere fino allo sfinimento che ‘sì, ha il permesso e no, non causa guai ma sì, se vogliono chiedessero a Lee’. Quando passa oltre tutto e ritrova l’aperto il sole è già sparito dietro le rovine e lascia il cielo ancora acceso, il tempo di prendere quei punti di riferimento e farci un percorso, fidandosi esclusivamente di quello che le è stato detto. Testa bassa e scarponi ormai impolverati, la sicurezza della pistola incastrata tra le costole e la marcia, con una canzone tra le sinapsi che rimbalza. Era da un po’ che non camminava così tanto, ma quando smetti di pensare e vai in automatico, puoi fare un sacco di cose. Come obnubilare un intera mattinata buttata al cesso per... niente, se non un principio di ulcera probabilmente. E non ha mai smesso di ringraziare che le cabine non siano state dismesse. Fruga nelle tasche e recupera quanto serve per fare una chiamata, una sola, un numero che digita di riflesso senza pensare. Suona. Suona ancora e quando risponde la voce che non sentiva da troppo ha un’esitazione.
Si guarda attorno. Sfarfalla le ciglia per mettere a fuoco i cartelli stradali, a caccia di vie che non hanno più nome. Trova un’insegna, un riferimento, un nome e semplicemente resta ad aspettare, rigirando quella sigaretta tra le dita, aspettando per accenderla fino a che non è troppo tardi. Chiude gli occhi, improvvisamente esausta, così tanto da non riuscire a reggere la testa che ciondola fino ad impattare con la nuca contro la seranda polverosa e rovinata in un suono troppo forte e che riecheggia vuoto oltre i vetri infranti di quello che un tempo era un barbiere. Incastra il filtro all’angolo delle labbra e cerca l’accedino. Stanca. Svuotata dal costante scornarsi con un essere dalla testa dura quanto la sua, sgradevole fin dentro le ossa. Lo sente ancora bruciare nella pancia, il fastidio che ha ingoiato e il veleno che ha sputato. Non sente fame, pur essendo ormai calata la sera e passate ore dall’ultima volta che ha mangiato qualcosa. La testa naviga in un senso di insoddisfazione che aveva dimenticato ed è riemerso, prepotente e feroce nelle ultime 24-48 ore. Ripercorre i propri passi indietro e poi di nuovo avanti e non trova giustificazioni, nè per sè stessa, ma tantomeno per lui.
Quando sente il rombo della moto solleva la testa di scatto e di nuovo tira una testata, che non fa nemmeno male tanto sono ovattate le sensazioni. Mette a fuoco il profilo del rider e poi semplicemente si issa, per caracollare poco dopo alle sue spalle, slanciando la gamba per finire sulla sua sella, le braccia allacciate e il muso nascosto dietro la schiena, la guancia premuta contro la toppa sulla giacca di pelle. Riapre gli occhi e il soffitto su cui li spalanca non è il suo, così come non è sua la tazza di caffè che fa capolino sopra la sua testa e altrettanto non è sua la faccia che la segue. La barba troppo lunga, così come i capelli e la voce scura che le da il buongiorno anche se è sera, nemmeno troppo tarda.
- Quanto ho dormito?
- Solo un’oretta, niente di che
- Right... I – ehm – grazie per, insomma...
- Yea, don’t mention it. So... come stai?
Solo ora, che è rannicchiata sul divano di un altra persona si rende conto che erano anni che non lo vedeva e che nonostante il tempo sia passato non è cambiato di una virgola, a parte la barba troppo lunga e così i capelli. E’ imbarazzata, di essere corllata davanti a lui, di mostrarsi stanca e abbattuta da una giornata o una serie di giornate come ne ha affrontate tante.
- Sto invecchiando
- A me sembri sempre la stessa, Cor
- Yeah well... not likely. So... tu come stai?
L’aria impacciata inizia a dissiparsi solo quando partono gli aneddoti di quando erano ragazzi, e da lì è tutta discesa anche senza alcol. Si affaccia fuori dalla finestra e non riconosce nulla perchè non è come quando erano ragazzi, il Pocket lui lo ha lasciato da tempo per infilarsi in affari di cui non vuole sapere nulla nella North Town, ma la moto è rimasta, tenuta ancora come fosse la cosa più preziosa dell’universo. E poi le sovviene, un lampo. E’ dalla mattina che è fuori casa e non ha controllato la segreteria.
- Posso usare il tuo telefono?
L’assenso arriva sotto lo scroscio della doccia e si sposta in punta di piedi per non fare troppo rumore. Ascolta i messaggi rigirando una ciocca attorno le dita e quando arriva alla fine è già un turbine mentre si riveste, inciampando e sbattendo il ginocchio contro lo spigolo del letto. Saltella per abbottonarsi i jeans e si affaccia al bagno implorando un passaggio per questioni lavorative che però tiene per sè. Un po’ si sente in colpa a mettergli fretta. Quando la scarica davanti allo Shamrock con le raccomandazioni del caso pizzica un sorriso gentile, sinceramente apprezzando la cortesia.
- Chiamami quando hai fatto, qualsiasi cosa sia che devi fare...
Apprezza il fatto che non abbia chiesto, così come quello di restare nei paraggi nel caso di bisogno. Svuota i polmoni, calca il cappellino in testa e si infila nel locale, per ottenere altre indicazioni e capire da lì come muoversi.
Quando rimette piede in casa mancano una manciata di ore all’alba. Getta le chiavi sul mobiletto accanto l’ingresso e si trascina fino al bagno. La luce, quando accesa, ronza e la costringe a chiudere gli occhi e schermarsi il viso, alcune tracce di sangue sulla manica del trench le ricordano che non è stata una buona giornata. Apre l’acqua, lo scroscio gelido richiede un po’ di tempo perchè arrivi alla temperatura che le serve e si prende quel tempo per iniziare a spogliarsi. Il trench è da buttare, i fori e le chiazze di sangue non passerebbero inosservate. Svuota le tasche con metodo e lo getta in un angolo. Il maglione scuro è quello che più le dispiace, era di Mark, uno di quelli che gli aveva fregato anni addietro e ancora lo teneva con molta cura. Fa passare le dita tra i fori incrostati di sangue rappreso, il suo sangue, non quello di qualcun’altro stavolta. Il maglione lo lascia cadere in un catino, scegliendo di cercare di porre rimedio. Jeans, maglietta, intimo. Tutto il resto finisce nella pila da buttare, bruciare nel bidone dei rifiuti. Cammina scalza per casa raggiungendo la radio che accende a caccia di una di quelle frequenze nostalgiche capaci di mettere molta musica e zero chiacchiere per tutta la notte. Quando la becca le strappa un sorriso, la canzone “Girl you’ll be a woman soon” ha qualcosa di terribilmente familiare che però va oltre la gara di bevute con un figlio di Ade. Misura gli spazi che conosce come le proprie tasche, ritrova una dimensione che ha il sapore della sicurezza, per quanto da una parte nella testa la voce della coscienza le ricordi che non è al sicuro da nessuna parte. Apre un sorriso, fugace, ferito prima di versare due dita di whiskey in un tumbler di cristallo vecchio quanto la sua bisnonna e tornare in bagno.
Il bicchiere appoggiato in bilico sul bordo, l’acqua bollente che scorre addosso ma l’odore resta. Un odore pungente, fossilizzato, che non ha nulla a che vedere con i sapori provati qualche ora prima. Non una pinta in compagnia di una ricercata allo Shamrock con un cadavere nel bagagliaio, non il sangue e la nausea, l’acidità a raschiare le corde vocali. Non l’adrenalina, lo sforzo, l’asfalto viscido, i liquami di vicoli abbandonati a loro stessi tra sporcizia e animali. E’ un odore che le si è piantato nel cranio la prima settimana passata in Sierra Leone. L’odore che ha il terreno zuppo di sangue ed escrementi, talmente duro e secco, privo di acqua, da assorbire ogni cosa e diventare plasmabile come la creta ma il tanfo... quello ti si infila nel naso e brucia i recettori. - Chiamami se senti odore di merda.
Così le ha detto Legion mentre spariva nel tramonto, infiammato dai riflessi di un sole morente. Avrebbe voluto rispondere a quella Shell che non lo sa più distinguere, l’odore di merda da qualsiasi altro odore, perchè quello non se lo leva più dalla testa, dall’anima. Alla fine ha optato per la risposta diplomatica, tranquillizzante. Sotto il getto d’acqua non importa quanto sapone usi, l’odore di morte non se lo leva dalla testa. Una morte che valeva...
- Cento fottuti dollari... così poco vale una vita in quel posto
Non riesce ancora a crederci. Se li avesse avuti li avrebbe spesi, ma con quale rassicurazione? Ed è stato tutto per nulla. Si tocca il fianco, tra le cicatrici vecchie non ce ne sono di nuove solo per merito di Routh. C’è un angolo di lei che continua a ripetersi di non fidarsi, che probabilmente l’ha aiutata solo per tornaconto personale, o per senso di colpa. Scrolla la testa, rannicchiandosi sotto il getto che inizia a diventare freddo. E’ un’ora che sta sotto l’acqua e i pensieri ancora non se ne sono andati, il sonno non arriva e la voglia di vomitare non passa.
Fa un passo fuori dalla vasca, la radio ha cambiato regime, un lento, infinitamente triste, un Nat King Cole d’annata con quella voce inconfondibile riempie le stanze vuote di una casa assolutamente immobile, improvvisamente troppo fredda. Il senso di oppressione le chiude il petto. Ingolla il liquore e lascia il bicchiere accanto a quello dello spazzolino, solleva lo sguardo torbido a specchiarsi e quello che vede è il profilo di qualcuno che non riconosce. Ha spaccato il braccio ad un uomo. Ne è assolutamente certa, un uomo che stava solo facendo il suo lavoro... ma un lavoro che porta ad uccidere persone per soldi si può definire tale? Se non si fosse intromessa forse...
- Shit
Avvolta nell’asciugamano verde chiaro si china sulla tazza, raccoglie i capelli e ricaccia anche l’anima. Solo bile, paura e cattive sensazioni, assieme ad un paio di mix alcolici poco rassicuranti. Ha le lacrime agli occhi, frustrazione, insoddisfazione personale, dispiacere. Tossisce convulsamente fino a sentire male alle costole. Tira lo sciacquone e si alza, si mette a sedere sulla tavoletta chiusa e aspetta che tutto si plachi, in un rituale che ormai ha radicato nel sangue. Asciuga i capelli, si butta addosso una felpa, un paio di pantaloni di una vecchia tuta. Carezza il fianco distesa sul divano, la coperta tirata su. Le dita toccano pelle integra lì dove bruciava il piombo e sprizzava sangue. E da lì inizia la conta, passando sulla cicatrice del cesareo, quella di quando le hanno rimosso la milza spappolata, di quando si è presa la prima ‘pungicata’ per essersi messa in mezzo affari che non la riguardavano. Risale con le dita lunghe, nodose e forti nonostante paiano fragili come il vetro. Un buco di proiettile alla spalla sinistra, attraversata da parte a parte, uno al polmone destro, uno alla bocca dello stomaco. Il braccio spezzato, la lacerazione del polpaccio sinistro per colpa del filo spinato, il buco lasciato dai chiodi nella coscia destra quando si è spaccata il femore. Il novanta per cento dei segni che ha addosso se li è presi per lo stesso identico motivo: incapace di stare al proprio posto. - You never learn little sister
Trasale di colpo, spalanca gli occhi e si guarda attorno, stordita. Il cuore in gola, violento, feroce e una sensazione di smarrimento che prevalica ogni altra cosa. Si guarda a destra, a sinistra, apre le porte, spalanca ogni finestra lasciando entrare la luce di un mattino cupo e freddo ma di lui non c’è traccia. Si è addormentata contando le cicatrici come fossero percorelle. Una manciata di tranquillanti, mezzo dito di whiskey e il desiderio bruciante di tornare a dormire sul divano fino all’alba del giorno dopo ma il suo cervello già sta macinando. Idee, pensieri: propositi. Ha smesso di credere nei propositi per il nuovo anno, lo ha detto a Darius mentre lo visitava con le costole rotte e l’ennesima sequela di lividi. Alza lo sguardo e inquadra il biglietto da visita, un numero che durerà due settimane ha detto la shell. Un numero che infila nella tasca della giacca quando esce di casa sbattendo la porta con una manciata di ore di sonno sulle spalle e troppi pensieri ad appesantire il cuore. Ha finito le sigarette.