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venerdì, maggio 11

L'Ombra

11.05.2027

Quando rimette piede al sicuro nel proprio covo fuori l'alba ha cominciato a scaldare i resti del Desert Side. Svestirsi dei panni di Neit inizia a diventare come uscire da una seconda pelle, una muta che ogni giorno ti stacca qualcosa di vecchio. In questo caso però è qualcosa di vecchio che è tornato prepotentemente a bussare contro lo sterno per venire fuori. L'incontro con Siren nella serata è stato il giusto epilogo di una giornata di menzogne. Prima Exodus, poi lei. Entrambi, come per Aletheia, visi conosciuti con cui è difficile costruire il personaggio, nascondere la reale natura dietro la maschera. Fortunatamente essere cresciuta con Mark e i suoi compari l'ha aiutata ad assimilare i modi spacconi degli attaccabrighe, riuscendo in qualche modo a delineare una personalità che non sia la propria, provocatoria, saccente - quello lo è anche lei a volte - manesca ma non senza una giusta motivazione. Se l'incontro con il Dottore, misticismo e occultismo a parte, è stato un sollievo sottile, quello con la Sirena ha lasciato una pulsante sensazione di malinconia al centro del petto. Aveva dimenticato che si sono conosciute solo per merito di Andre, e sentirlo uscire dalla sua bocca, quel nome, è stato come uno scoppio di pistola nel buio. Ancora non si era resa conto di quanto effettivamente bruciasse la distanza, così abituata a fingere e incassare, ad ingoiare e accantonare il dolore da non accorgersi di come, giorno dopo giorno, la mancanza di quel sorriso, di una spalla fraterna avesse scavato un solco profondo. 


Le spalle indolenzite le massaggia lentamente. Abituarsi a girare nella suit è qualcosa che inizia a fare senza lamentarsi, nonostante un'intera giornata con quella cosa addosso non sia come passeggiare in pantaloncini e maglietta, ma si fa quello che deve essere fatto. Non ha la forza di trascinarsi fino al South Side di nuovo, motivo per cui si infila una maglietta e se ne resta sulla brandina, richiuso Neit in un armadio, a giocare con i pezzi di ricordi raccolti nella sua scatola. Con la sigaretta tra le labbra e due dita di whisky in un bicchiere si chiede cosa penserebbe mai Andre di Neit. Ne sarebbe orgoglioso? Preoccupato? Scivola stesa sul lettino a fissare il soffitto, interrogandosi su come possa stare, se è davvero felice come lei spera che sia. E' così per tutti quelli che se ne vanno o che lascia indietro, la consolazione che almeno ne è valsa la pena perchè c'è qualcosa di meglio, di più bello, magari o semplicemente qualcosa che fa stare un po' meno male di prima. Infila le cuffie, chiude gli occhi. Ascolta in silenzio, scacciando la sensazione di solitudine che si fa largo come un tarlo nella testa. Non importa la strada intrapresa, non importa quanto lontani e distanti, prima o poi si rivedranno ancora e dovrà essere al meglio per quel giorno. Nel frattempo però può sorridere del fatto che la sua ombra ancora aleggia.




When we were young
We were the ones
The kings and queens
Oh yeah we ruled the world
We smoked cigarettes
Man no regrets
Wish I could relive
Every single word

We've taken different paths and traveled different roads
I know we'll always end up on the same one when we're old
And when you're in the trenches and you're under fire I will cover you

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe

I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother

Oh brother, we go deeper than the ink
Beneath the skin of our tattoos
Though we don't share the same blood
You're my brother and I love you, that's the truth

We're living different lives, heaven only knows
If we'll make it back with all our fingers and our toes
5 years, 20 years come back, we'll always be the same

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe

I've got you brother
I've got you brother

And if we hit on troubled water
I'll be the one to keep you warm and safe
And we'll be carrying each other
Until we say goodbye on our dying day

Because I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe

Oh oh oh, oh oh, oh oh
Oh oh oh oh oh, oh oh, oh oh
Oh oh oh, oh oh, oh oh
Oh oh oh oh oh, oh oh, oh oh

I've got you brother
I've got you brother

martedì, maggio 8

Broken people

E’ solo quando varca la soglia di casa, di ritorno da Old Town, che la consapevolezza si fa strada tra le vertebre, pungendo fredda come una lama. La via che dalle zone del centro città portavano a casa le sapeva a menadito, ma da quando la Thorne ha deciso che il Pocket doveva diventare la sua vetrina per la città al di fuori delle lustre strade della City non riconosce più nulla. Giusto qualche vicolo, qualche insegna. Il portone è rimasto lo stesso ma le cose attorno sono cambiate. Fortunatamente casa sua è più verso il Fiume, non vede il parco, il palazzone pieno di uffici papabili, l’aria che si respira è ancora quella stantia di un tempo. Butta le chiavi sul mobiletto, nella ciotola con gli spicci, i foglietti dei take away cinesi, thai, fusion, italiani, vecchie spillette e bossoli di pistola. C’è silenzio, di quelli immobili, spezzati solo dal chiacchiericcio che sale dalla strada sotto casa, ragazzini non diversi da com’era lei alla loro età, raccolti a dividersi una birra, fumare una sigaretta, farsi una canna. Si affaccia al vetro umido, la pioggia ha trascinato le temperature verso il basso ma non abbastanza da dare fastidio ed impedire agli ormoni galoppanti di manifestarsi nei vicoli appiccicosi.

La prima cosa che fa è recuperare i cellulari, quello proprio per avvisare Aaron di essere a casa e ringraziarlo, quello usa e getta per informare altri che è andata e tornata, apparentemente senza conseguenze. Si lascia andare sul divano, la finestra socchiusa, la penombra a disegnare contorni lunghi a causa di un lampione che proietta la luce fredda dentro la finestra. Il vecchio orologio a muro di Nan ticchetta lento, il tempo sembra dilatarsi accompagnato dal gorgogliare di due dita di whisky che riempiono un tumbler sufficientemente capiente. Piano piano cerca di ripetersi mentalmente quello che ha raccontato alla Force, ricordarsi dove potrebbe aver inciampato, esitato troppo, se può esserle scappato qualcosa di troppo. Cerca di ricordarlo per scrivere un messaggio all’avvocato, condividere quello che ha detto cercando di tenere a mente i consigli: essere disponibile e discostarsi dall’uso della violenza. Quello è stato semplice. Accompagna il bicchiere alle labbra e non può fare a meno di sentire la voce di Gordon incrinarsi. Che non abbia accettato la sua mano non l’ha toccata troppo ma la rabbia che lo ha mosso all’ultimo, dietro la facciata di compostezza fredda e cortesia imposta l’ha fatta vergognare. Lei non era a China Town, ma non può fare a meno di chiedersi cosa avrebbe provato lei al posto dell’Agente Incaricato a vedere un amico morire senza poter fare nulla. Stringe le labbra, scacciando dalla testa l’idea che avrebbe potuto assistere a qualcosa di simile accadere a Clem o a Victor, a Galen anche per quanto il medico pessimista resti comunque un ricordo distante prepotentemente entrato a testa bassa nella sua vita negli ultimi giorni. Quella è stata la sua esitazione, affermare di non conoscerlo, o di non ricordare di averlo incontrato probabilmente non è sembrato abbastanza convincente. L’usa e getta che vibra la fa scivolare stesa sul divano, lo schermo a cristalli proietta la luce verdastra diretta nelle pupille. Il messaggio lo prende per uno scherzo, ci spera con tutta sè stessa che sia uno scherzo, motivo per cui la risposta è altrettanto scherzosa. 

Solleva lo sguardo, la tenda che si muove genera ombre che la fanno sussultare. Non ha dimenticato le parole iniziali dell’agente Mercier, di come il suo nome sia già apparso altre volte nelle indagini della SCF. Non è mai stata eccessivamente prudente, fino a che si tratta di lei, il rischio valeva la candela ma ora? Ora che fin troppe persone sono entrate nella sua vita? Ora che non è più sola come crede ma c’è gente che si danna se rischia stupidamente, gente che si espone per proteggerla deve rivedere necessariamente il modo in cui affronta la quotidianità. Prestare più attenzione, tenere un profilo basso. Se già la visita all’Ambulatorio da parte della SCF non fosse bastata a metterle addosso una certa pressione, il rendersi conto della facilità con cui qualcuno abituato a raccogliere voci di strada possa arrivare alla Clinica con la scusa di una cura l’ha messa sul chi vive. Non solo Niall, di cui non ha smesso di fidarsi nonostante sia stata messa al corrente del suo segreto, non solo Aaron che ha coinvolto in buona fede e che si ritrova con le mani legate e il biasimo stampato nella retina, ma chissà quanti altri. 

- E’ solo questione di tempo.

Beve un sorso più lungo, riflettendo sul come ha impiegato le proprie energie fino a questo momento. Gli scambi di sms anonimi tra telefoni non registrati continuano a distoglierla, di tanto in tanto, da quello che martella il cervello. Si ritrova a fissare lo schermo interdetta, colta in fallo da una battuta che la vede effettivamente scoprire una necessità che non credeva di avere. Scola il bicchiere e se ne versa un secondo senza esitazioni, sospirando. Le dita incastrate tra le ciocche che hanno perso di ordine e compostezza, il bel vestito indossato per sembrare una persona per bene scivola leggero sulle gambe snelle, piene di segni e cicatrici che non lasciano troppo all’immaginazione, passate e presenti. Il dorso della mano premuto a schermare gli occhi scuri, resi lucidi dalla vampata di calore che non ha il retrogusto del whisky ma è imbarazzo, puro e semplice. Sa che non può chiedergli di vedersi, per quanto vorrebbe, è pericoloso e la sensazione di non aver chiuso la partita è ancora prepotente in petto. Non che lei abbia fatto nulla personalmente, ma nel momento in cui proteggi consapevolmente qualcuno, diventi automaticamente colpevole. E’ così che funziona, e il senso di nausea le conferma di sentirsi esattamente così, colpevole, buona fede o meno. Tira su col naso, richiamando la risposta a video quando arriva per sentirsi chiudere la gola istantaneamente. Se da una parte sa che non ha nulla da pretendere, da chiedere, dall’altra c’è una parte di lei che vorrebbe implorare di mandare tutto affanculo, di non andare, di restare con lei pur sapendo di avere il tempo contato, e di non poterci fare niente. L’aveva messa in guardia. L’aveva avvertita, eppure da un lato sembra essere l’unica cosa naturale, non rifuggire l’inevitabile, abbracciarlo e farlo proprio fino a che è possibile perchè tanto la vita finisce per tutti e ad avere paura non si campa più. 

Però non smette di avere paura. La sente arrampicarsi lungo la schiena come un brivido freddo. Paura di non essere abbastanza, di non riuscire a fare la cosa giusta e anzi, di essere causa di qualcosa che va storto, come la sera della manifestazione. Avrebbe dovuto levare la pistola a Clem, avrebbe dovuto impedirle di farsi picchiare, e forse non sarebbe successo tutto quel casino. A guardarsi indietro avrebbe potuto fare tante cose meglio, scegliere strade differenti, risparmiare a sè stessa e ad altri, soprattutto, una serie di sfortunate coincidenze. L’alcol non aiuta a pensarla meglio. A pensare che se solo potesse tornare indietro... ma non può, non ha alcun potere, umana come ha deciso anche il tanto odiato tampone. Umana senza sconti. Umana fragile che si è fatta lanciare dalla cima di un palazzo da Irina Voronin senza riuscire a lasciarle niente più che un graffio. Che ha deciso di nascondere la faccia dietro una maschera per cercare di fare qualcosa di più, perchè ormai di preservare la vita delle persone non basta. Non a questo mondo. E poi è finita irrimediabilmente a schiantare il muso contro un uomo cheè tutto tranne che ideale, di cui sente un bisogno viscerale che non riesce ad esternare in maniera normale, finendo per insultare e ringhiare invece di... comportarsi normalmente. Si rigira sul divano, sapendo di non avere alcuna chance di dormire perchè i pensieri infestano la mente e non le danno respiro. Non cell’ha con nessuno di loro, non con Niall, non con Aaron, non con Clem o con Galen, o con Gordon, o la SCF, o i Patriots o Victor. Ma non può fare a meno di avercela con sè stessa per il continuo sperare e credere che ci sia un modo per cambiare le persone, le cose, gli eventi, il corso della storia. Ce l’ha con sè stessa quando si preoccupa per loro che si ficcano testa bassa nei guai convinti di poterne cavare qualcosa, convinti che sia l’unica strada. E quando le dicono che torneranno lei non può fare altro che aspettare e sperare, come un bravo cane che scodinzola dietro la porta senza avere coscienza del tempo che passa. Sarebbe più facile se così fosse, se non avesse idea o consapevolezza della merda in cui navigano. Era mille volte più semplice tenere tutti lontani, alzare i muri e cenare in compagnia dei fantasmi del passato. Niente batticuori, niente pianti ansiosi. Solo quella mestizia docile a cui bene o male tutti si lasciano andare, a cui ci si abitua in fretta e da cui non si esce più, come l’ipotermia. 

Si alza di scatto, incapace di stare stesa ancora, senza possibilità di vedere il sonno ma con la voglia di barricarsi dietro qualcosa che non manifesti la sua assoluta inferiorità e ogni sua debolezza. Prende le chiavi, si butta addosso la tuta gettando il vestito nella cesta dei panni sporchi e via, fino al pub sotto il Walt Whitman, una tappa, una birra o due, una partita a biliardo e poi di nuovo via, non con la sua macchina ma in compagnia di un amico che se ne torna nella North. E poi da lì un altro passaggio, per assicurarsi di non avere nessuno alle calcagna, scivolare nelle fogne, trovare la via giusta e chiudersi al sicuro in un guscio dove nessuno ha accesso tranne lui. I riflessi verdi e arancio le accendono lo sguardo. Indossa la suit ed esce, perchè dietro la faccia di Neit tutte le preoccupazioni vanno a farsi fottere. 




[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now
We're broken people now

[Logic:]
Tell me that I won't ever be nothin', ain't that somthin'?
I've risen from the bottom
I got 'em eyes on the prize and inside 'em
Damn right I overcame, y'all know the name
We similar but never been the same
Everybody, yeah they know the name
Right now, we'll make it some how
We'll make it some way
Yeah you know we gon' get it today like
I'm all on my own now
I won't ever let you down
Won't let you down down down

Yes I've been through it
They know I do it for the people
I'm fighting so we be equal
For my son and my sequel
And anybody who listenin'
In they system like venom
I get in 'em and spread visciously
This is me

[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now

[Logic:]
We back at it
Young Logic, the rap addict
Giving it every part of myself on the real you would think that I'd be asthmatic
Allergic to your bullshit, yeah that's right I done had it
Real all the time, if you rep it get it tatted right now
This right here a vibe right now
I am too alive right now
I'm alive right now
Come on feel the vibe right now
Feel the vibe
Feel the vibe
Feel the... feel the... feel, feel the... feel the vibe

Yes I've been through it
They know I do it for the people
I'm fighting so we be equal
For my son and my sequel
And anybody who listenin'
In they system like venom
I get in 'em and spread visciously
This is me

[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down

Broken we ain't beaten
There's no glory in defeat
We won't fall into the cracks between our streets
We're broken people now
We're broken people now

We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now

domenica, marzo 4

Mano nella mano

02.03.2017
Chiude la portiera senza sbatterla, salutando i bambini sul sedile posteriore della berlina del Vice Comandante dei ribelli. Ringraziato per lo strappo fino sotto casa, in compagnia degli AC-DC per coprire il suono dei ricordi a cui non ha potuto sottrasi una volta richiusa la porta dietro le spalle. C'è silenzio nell'appartamento, quello scomodo che ti spinge a cercare di riempirlo con qualsiasi cosa, così accende la radio per sentire meno la distanza. Tira il telefono in bagno, il cavo lungo perchè comprarsi un cordless è troppo e quello funziona benissimo. La finestra aperta, il chiacchiericcio del radiogiornale a cui non da alcun peso e la chiamata regolare, fissa per parlare con il proprio figlio. Liam ha più o meno l'età di Johnny, forse si passano una mezza dozzina di mesi. La voce allegra cinguetta un sacco di cose sconnesse ma non le importa davvero, lo ascolta cercando di seguire la logica inattaccabile perchè semplicemente loro ne sanno di più dall'alto della loro brevissima esperienza, ma più fresca della tua. Non le pesa sentire di nuovo Cian, non le pesa il fatto che le ricordi ancora una volta di non essere una buona madre.

- Quindi preferisci che se ne occupino i miei mentre sono via?
- Cian ne abbiamo già parlato, starà meglio con i tuoi, manterrà la sua routine, i suoi amici. Farlo venire qui non è una buona idea, questa città è matta e tra sei mesi poi che faremmo? 

Il silenzio dall'altro capo del telefono sa di accusa, cocciuta, e di rancore non espresso, quando sai di aver toccato i tasti dolenti e il fastidio dell'aver ragione senza bisogno di doverlo sottolineare. La vocetta di sottofondo continua a raccontare di come abbia fatto pupazzi di neve, di come il suo amico del cuore abbia ricevuto in regalo i primi pattini da ghiaccio e sente il suo ex marito promettere che li comprerà anche a lui. Lei ride appena.

- Non viziarlo troppo, se li deve guadagnare i pattini.
- E' un bravo bambino, se li merita.
- Figlio di suo padre, mh?

Il commento non trova eco di divertimento dall'altra parte. Sospira semplicemente, rilassando le spalle e buttando la sigaretta nella tazza del wc. Saluta, piegando appena la testa di lato, scivolando indietro svuotata di energie come ogni volta che riattacca dopo aver parlato con il suo ex marito.

Il tuffo sul divano è una ricerca di calore, l'incarto del fish&chips appoggiato sul tavolino da caffè. La radio passa grandi classici del rock, si è incastrata sui Pink Floyd, il cellulare incastrato sotto i cuscini. Infila la mano, scavando alla ricerca di qualcosa. La birra scura scivola senza peso lungo l'esofago, soddisfacente contro la punta di aceto buttata sulle patatine salate all'eccesso. Spazia con lo sguardo, nessun movimento, non una coda che scodinzola, non passi che si spostano nella casa, tutto immobile e quieto. Finisce la cena, buttandosi addosso una felpa troppo grossa scende nel vicolo dietro casa. Una scatola grossa di cibo per cani, inizia a suddividere il cibo in ciotole abbandonate lì, coperte dal tetto della casa. Fischia, richiamando i randagi della zona, abituati a venire nutriti a giorni alterni. Riempite le ciotole fa qualche passo indietro per osservarli mentre si avvicinano, diffidenti ma troppo affamati per non cedere alle lusinghe. Si siede sui propri talloni ad una manciata di metri di distanza ad osservarli litigare per l'ultimo boccone, scodinzolare di misera soddisfazione. Osserva quelli più bulli che cercano di rubare il cibo ai più deboli e piccoli, e chi si ingegna per rubare un boccone a destra e uno a sinistra, poi c'è quello impavido e ruffiano, che si avvicina troppo, che annusa e si allunga uggiolando a cercare di leccare il cucchiaio con cui ha distribuito il pasto e lei glielo cede, con un sorriso che non mostra i denti e lo sguardo che non incrocia quello degli altri. Solleva l'attenzione alla scala antincendio, lì dove Mark era solito piazzarsi a redarguirla di smetterla a dar da mangiare ad ogni randagio che incontra. Iris Jr. davvero la mette a disagio, perchè nei suoi occhi intelligenti teme di vedere il riflesso di quella che è diventata, senza patine ad edulcorare la realtà. Il rapporto che la piccola ha con il fratello maggiore riesce a battere su una ferita che non si rimargina mai. Spazia sul vicolo e ogni mattone le ricorda qualcosa, così decide di lasciare i cani e tornare su a casa. 

---

Il suo diciottesimo compleanno incombeva ma non c'era la solita elettricità nell'aria. La casa era un peregrinare costante di parenti, amici, familiari che venivano a salutare, chiedere come stesseMarie e tutti ad evitare accuratamente di domandare dove fosse Colin. Nan non faceva altro che prendersi cura di un involucro ormai privo di energie, mangiato da un male che nessuno riusciva a curare nonostante fossero sempre più all'avanguardia in fatto di cure mediche. Lei passava i pomeriggi a pettinare i capelli castani, i riflessi rossastri si erano spenti e ingrigiti come i suoi occhi verdi, patinati di stanchezza e arrendevolezza, nonostante si ostinasse a sorridere con orgoglio malcelato.

- Prometti che li terrai d'occhio per me, babygirl?
- Two eyes, as much as I can spare, mum.
- Good.

Il sorriso non le si incrinava, resisteva alle intemperie come fa una casa solida con le fondamenta piantate a fondo nella terra. Però anche le case più salde possono tremare e crollare, quando la scossa è troppo forte. Non importa quanto ci si prepari, quanto si sappia che la fine incombe, fa male quando perdi qualcuno che ami e non ci puoi fare niente. Quando si spense lo fece in silenzio così come aveva vissuto, all'ombra ma solida, presente senza far pesare e spesso data per scontato. Colin aveva ottenuto un permesso speciale per lasciare lo stato del Massachusetts, 48 ore di tempo per seppellire la propria moglie e poi tornare in carcere a continuare a scontare la propria pena. Lui c'era, a baciarle teneramente le tempie mentre le ultime gocce di morfina si portavano via il dolore, trasportandola in un sonno senza ritorno, tra campi verdi e scogliere scoscese sotto la luce di un cielo libero. C'erano tutti, tranne uno. In ogni volto che si affacciava alla porta Cori cercava i tratti familiari del proprio fratello. Il pomeriggio arrivò con la pioggia, un acquazzone improvviso e inaspettato, talmente forte da far vibrare le finestre percosse dalle gocce spinte dal vento forte. Quando Mark arrivò tutto era immobile, uomini grandi e grossi con passati discutibili alle spalle erano piegati su bottiglie di alcol a ricordare con tristezza languida una donna che li ha amati come fratelli, figli e famiglia. Corinna invece aveva la testa ritta, le spalle allargate. La postura non era dissimile da quella di Nan ma la vecchina era salda per esperienza, non per tensione e rabbia. Quando il fratello apparve oltre la porta lei gli fu addosso in un paio di secondi e la casa esplose nel tumulto. Colin era pronto a bloccarla, ma venne fermato dalla sua stessa madre con addosso uno sguardo ammonitore. Calci, pugni e non una parola. Sfondaron una porta perchè lei dovea sfogarsi, sì ma lui non ci stava, non ad essere picchiato senza una spiegazione e, di conseguenza, si è trovato a reagire di rimando. Non era la prima volta che Mark e Cori si picchiavano, è sempre stato il loro modo di ristabilire l'ordine delle cose e tanto era sempre lei quella che pagava il prezzo più alto, un braccio rotto, qualche dente saltato, occhi neri e chi più ne ha più ne metta. Non ricordava nulla di quel giorno salvo una cosa, la rabbia di suo fratello che le abbaiò contro un netto e cattivo:

- You are not my baby-sitter

Le hanno raccontato che la sua risposta fu una testata che costò a Mark un setto deviato e litri di sangue sparsi sul pavimento di casa a cui ha posto rimedio lei stessa, inzuppando asciugamani, curando le stesse ferite che aveva inferto nel più cocciuto silenzio in cui l'abbiano mai vista chiudersi. 
Al funerale erano entrambi lividi, ma a salutare i boccoli castani e il bel sorriso di una bocca larga e piena di vita erano fianco a fianco, mano nella mano. Brother & Sister.

sabato, gennaio 20

Sonni e Sogni

Fissa in silenzio e per lungo tempo la bottiglia svuotata sul bancone del Man of Mayham. L'etichetta trasversale del Johnny Walker Red Label spellata per un angolo contro cui infierisce con le unghie piatte, nervosamente. Lo sguardo ha un guizzo, con la coda dell'occhio osserva le lucciole, le scintille di un mal di testa galoppante in arrivo e inquadra la sagoma scura del telefono appeso dietro il banco alla parete. Quando ascolta il suono dello squillo che riecheggia lungo la  linea e si rende conto di che ore siano è già tardi. La voce che risponde dall'altro capo è impastata e sonnolenta.

- Ehi, scusa io...
- Cori?
- Yes, senti mi spiace non so perchè ho...
- Va tutto bene?
- Yes, I guess... I just...

Esita a lungo, non sa nemmeno più per quale motivo si è attaccata a quella cornetta che ora le scivola dall'orecchio, con un sospiro arreso fino a che la vocetta non irrompe dall'altro capo lamentando di mostri sotto al letto e l'incapacità di andare a dormire e ricorda esattamente cosa l'abbia spinta a fare quella maledetta telefonata.

- Can I speak to him?
- A quest'ora non lo so Cori
- Please

Non ha mai implorato con un tono così dismesso di potergli parlare, non ci ha mai messo così trasporto ed è proprio quello che lascia il suo ex marito in tensione, sospeso, per una manciata di secondi prima di arrendersi.

- Mummy?
- Hey baby

---

Quando si rannicchia sulla brandina che ha nel retro del locale lo fa con la testa pesante e il cuore affondato, oberato da una mancanza che credeva di poter sostenere fino al pomeriggio di quello stesso giorno quando ha incrociato la strada di un uomo e i suoi due bambini, un uomo che ha fatto scelte difficili ma non quella di lasciare i suoi cuccioli.
Infila la mano sotto al cuscino, trovando la familiare e consolante presenza della pistola e della bibbia, così come le hanno insegnato, così come si è abituata a fare per poter davvero chiudere gli occhi, pregando di non sognare.

Ma ogni volta lo fa.
Sogna.

I calzini allineati sulla coperta ad uncinetto che la nonna le ha fatto quando aveva dieci anni e ancora regge, le magliette tra cui non sa scegliere e la musica troppo alta che fa ruotare con pazienza infinita lo sguardo appannato di una Nan ormai avanti con gli anni ma non per questo più flessibile su certe cose. Le ha lasciato una bibbia dalla copertina nera tra gli oggetti da mettere in valigia, perchè, a detta sua, l'unico modo per affrontare l'inferno in cui ci si avventura è con l'aiuto e col consiglio di dio. 
L'arrivo di Mark è inaspettato, anche se vissuto infinite volte nei sempre ricorrenti sogni. La felpa dei Philadelphia Eagles, i jeans strappati e il sorriso da schiaffi, l'invito a lasciar perdere, il suo trascinarla sempre fuori carreggiata, lontana dalla strada che sceglie di percorrere, per trovare scorciatoie, esplorare altre opzioni. Il cielo stellato sul Pocket ha sempre l'odore di erba, forte, pungente perchè non metteva mai abbastanza tabacco. 

- Così hai deciso, mh?
- Sì, è quello che voglio fare.
- Certo, l'Africa...
- Tu sei ancora convinto di volerci andare?

Idealisti. Così li ha cresciuti Nan. Entrambi convinti e determinati a seguire la strada che desideravano, entrambi abbastanza forti per costruirla qualora non esistesse. Lo ricorda ancora, il respiro profondo che fece Mark prima di infilare il braccio sotto la sua testa e tirarsela vicina, per baciarla tra i capelli che all'epoca portava corti e iniziare a cantare. Aveva una bella voce all'epoca, leggera come lo era il suo spirito nonostante tutto. Lei ha sempre saputo che quando Mark iniziava a cantare era per non dover ripetere qualcosa che già conoscevano entrambi. Il suo odore è qualcosa che sente di tanto in tanto camminando per strada. Scatena ricordi feroci ma allo stesso tempo dolci, come lo fa il tatuaggio sul polpaccio sinisitro: due frecce incrociate, una data di nascita e un 'Little Sister' scritto elegante, fatto assieme a lui quando compì 18 anni, il suo primo.
In quell'abbraccio ricorda chiaramente di essersi addormentata, senza finire di preparare la borsa con la macchina che passava a prenderla alle 8 di mattina per iniziare la sua nuova esperienza con Emergency. Il prossimo cielo sotto cui avrebbe dormito sarebbe stato quello Africano per i successivi tre mesi. 

Rigirandosi nella brandina il cigolio delle molle le rievoca l'ennesimo flash che si mischia ai sogni. Nel sonno turbato e pesante, si confondono i momenti belli con quelli spaventosi. Il ricordo di una tenda, l'aria irrespirabile, il dolore della prima scheggia che ancora morde il fianco di tanto in tanto. La febbre alta e le dita intrecciate saldamente a quelle di un soldato, addormentato al suo fianco nei momenti in cui poteva permettersi di essere lì. Anche quegli odori sono impressi a fuoco nella memoria, l'ospedale civile non ha la stessa acredine, nemmeno la sala operatoria puzza alla stessa maniera. E lui aveva un buon odore, era una ventata d'aria fresca dove il tanfo diventa normalità. In qualche modo le ricordava Mark ma c'era una punta di cuoio in più, più scuro e denso, e il fratello aveva una nota di dolcezza che Cian invece non aveva. Erano differenti ma davano la stessa strana sensazione di sicurezza. 
Il retrogusto asprigno lo davano le sue piastrine, metallico ma non come il sangue. Il ricordo di come le finivano tra le labbra le soventi volte in cui si intrufolava sotto le sue lenzuola quando ormai le ferite erano cicatrici. I tentativi di fare piano, l'incosciente stupidità della giovinezza e la ricerca di qualsiasi brivido ricordasse di essere vivi, fino a sfiorare il proibito e rischiare di venire spediti a casa a calci in culo, insubordinati da inquadrare in caselline troppo strette. Aveva anche un buon sapore, oltre che un odore piacevolmente diverso dalla terra pregna di sangue e sabbia. Non aveva bisogno di un improbabile test di gravidanza per capire di essere incinta, inaspettatamente. Non ha mai provato il brivido di pisciare su una striscetta di reagente, era più semplice controllarsi da soli, almeno lo era lì, in un buco di posto disperso tra un villaggio affamato e una zona di guerriglia aperta. Di certo non poteva andarsene in città a fare una scampagnata, non con l'ultimo convoglio di mucchi d'ossa a malapena in grado di tenersi in piedi da soli da dover visitare e vaccinare. Era la terza volta che tornava in Africa e doveva starci per altri tre mesi, ma il suo stato interessante avrebbe cambiato le cose. O meglio, le cambiò per Cian. Non era pronta alla proposta quando arrivò, ma non seppe dire di no all'anello della nonna piazzato sotto al naso, con tanto di genuflessione in mezzo all'ospedale da campo con tutti gli occhi addosso. Eppure sapeva che nulla di buono può mai venire da un posto infernale come quello, la nonna glielo aveva detto. La normalità che li attendeva di ritorno non era tagliata per nessuno dei due. La bella casa, seppur modesta, un marito gentile ma per lo più non innamorato e un bambino tutto suo da poter accudire non riuscivano in nessun modo a riempire il vuoto pulsante, la sensazione di aver lasciato un lavoro a metà, incompiuto, di essere scappata.

Il sonno senza sogni è qualcosa che ha lasciato sotto i cieli tersi africani. Gli stati uniti sono solo un nugolo di ripensamenti, turbamenti e insicurezze, come la scelta di licenziarsi dalle Thorne Industries? No. Quella era stata una delle poche scelte coerenti fatte da quando è tornata negli states. L'unica sterzata violenta che l'ha rimessa sulla giusta carreggiata, non sogna la Thorne, perchè almeno su quel fronte la sua coscienza adesso è a posto.

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- Mi canti una canzone mummy?
- Sure baby... 

lunedì, gennaio 1

L'alba di un nuovo giorno

Qualche ora prima del 01.01.2027

A buttarla giù dal divano, anche rovinosamente, è la bussata vigorosa che le rimbomba dentro casa, quieta, silente come dovrebbe essere. Gattona, incastrata tra la copertina, cercando di liberarsi e mettere a fuoco. Sul pianerottolo si sentono risate, echi di voci familiari che la fanno rantolare stancamente, implorando in cuor suo la madonna di farla svanire nel nulla, per ancora qualche ora.

L'idea di fingersi morta, imitando un opossum, le carezza la mente ma poi si ritrova già in piedi con la mano sulla maniglia e una parte di sè che grida all'allarme. Non fa in tempo ad aprire che casa è invasa, amici e parenti a riversarsi nel piccolo appartamento, accendere ogni luce possibile e immaginabile, trascinarla in camera - questo solo un paio di amiche - e cambiarla. Non sa nemmeno come diavolo sia possibile che in meno di mezz'ora sia in strada, vestita di tutto punto, trascinata praticamente per il collo a fare il giro dei Pub Irlandesi dal Pocket fino al Withman e ritorno. 

Il 'Golden Mile' è qualcosa che pensava potesse esistere solo nei film come The World's End, e da qualche parte in lei sa di aver abbandonato l'età della stupidità, e con essa le serate di pub crawling ma a quanto pare quest'anno hanno deciso - senza interpellarla - che si torna indietro ad adolescenti idioti. I primi due li sostiene anche abbastanza bene. Dal terzo inizia a rallentare i ritmi, consapevole di non aver mangiato gran che una volta rientra in casa dal turno di notte in ospedale. Al tentativo di appuntare che è una persona seria - LEI - il boato che le esplode attorno inneggia a pagare pegno per la codardia. A testa china non può far altro che buttare giù un mix di scotch e tabasco vomitevole, ma capace di rivitalizzare per un po' la lucidità illogica della serata.

Qualcosa la mette sicuramente sotto i denti, così come riesce anche ad identificare chiaramente un paio di passaggi in cui è dovuta intervenire per cercare di evitare che qualcuno finisse per crollare malamente. In tasca ha il telefono di qualcun'altro, ma non importa perchè tanto le chiamate sono tutte a numeri fissi, famiglie che conosce da una vita, fratelli non di sangue ma di elezione, d'origine. 

L'alba del nuovo anno l'osserva dalle sponde del Delaware, ed ha il sapore di qualcosa di radicato e familiare, capace di scaldarle il cuore più di quanto l'alcol le abbia scaldato le vene. Poi c'è un evidente vuoto. Le scintille colorate di fuochi d'artificio, strette, abbracci e baci calorosi, ma poi il vuoto vero. Almeno fino a che non percepisce nettamente di venire sollevata di peso. Quando riesce a scollare gli occhi, inquadra il profilo torbido e anniebbiato:

- Mark?

La voce non sembra nemmeno la sua. Ha cantato troppo, pagato troppi pegni perchè le corde vocali non siano strinate. Sforza la vista e piano piano i contorni sfumati del fratello vengono annullati da un viso altrettanto familiare e un sorriso gentile.

- Mikey

C'era quasi, qualche lettera in comune ma un mondo di distanza. L'uomo annuisce, e senza dire una parola, prelevata dal bancone del suo pub, l'accompagna a coricarsi su di una brandina di fortuna nel retro del locale. Non è nuova a quel genere di risveglio, tanto che ha la propria coperta in quel posto, un regalo che le fece la nonna e anche ancora tiene botta.

- Thanks
- Happy New Year kiddow

La mano ruvida ma calda le carezza i capelli, aiutandola a ritrovare il respiro pesante. L'ultimo sguardo è su di un uomo che si appoggia stancamente alla parete, che incrocia le braccia dai tatuaggi cancellati sul petto e osserva in silenzio, per un po' il riflesso metallico di un secchio appoggiato vicino a lei per qualsiasi evenienza: sia mai abbia smesso di reggere.

domenica, dicembre 31

Bus e Scacchi

31.12.2026

Tira un sospiro di sollievo quando, saliti gli scalini del bus, intravede i posti vuoti a disposizione. Si abbandona in uno senza alcuna eleganza, sfatta. In piedi da venti ore, dodici lavorate in ospedale, di corsa, senza un attimo di respiro, senza poter chiudere occhio. Cosa che fa adesso. Li chiude entrambi perchè tanto ha tempo, ce ne vogliono di fermate prima di arrivare al Pocket, e il giro sembra sempre infinito. 
Non dorme davvero, semplicemente riposa gli occhi, con lo zainetto stretto in grembo e la pistola che le preme contro le costole sporgenti. Ha smesso di pesarsi per non impensierirsi, ha smesso anche di guardarsi allo specchio. Le dita sottili rigirano le ciocche, le avvolgono attorno all'anulare lì dove il segno dell'anello continua a persistere, sbiadito ma presente, alimentato dall'indossare la fede a casa, quando va a dormire, perchè la gente le donne sposate non le infastidisce, sia mai quanto possa essere grosso il marito alle spalle. Che poi non lo sia più sono dettagli che tiene accuratamente per sè. 

Quando riapre gli occhi c'è chiasso. L'autobus si è animato, pur essendo l'ultimo dell'anno. Un paio di ragazzi sfoggiano spillette con il cuore, e lei non ci fa troppo caso. Quello che però l'attira è una signora in un angolo, troppe buste: ingombra il passaggio e la gente la guarda male. Vorrebbe davvero chiudere gli occhi e fingere di non aver visto, ma sente le viscere torcersi e non è l'assenza di sonno, così come non sono i troppi caffè per tirare avanti. Si odia. In fondo al cuore qualcosa continua a darle della cogliona ma non ce la fa a stare seduta. Si sporge, richiama l'attenzione della signora che cerca di ignorarla, sfiduciata come buona parte della città e più ci si allontana dal centro peggio diventa. Potrebbe ritenersi soddisfatta se non fosse un'idiota. Lo sa. Ci ha provato, nessuno la obbliga se non quella maledetta tenacia che l'ha tirata avanti fino a quel giorno, con troppe cicatrici e ricordi sepolti sotto la cenere. 

- Signora venga, le cedo il posto.

Le vecchia e mezzo bus la guardano come fosse un'aliena. Lei a stento si regge in piedi ma va bene così, ingombra meno della donna con tutte quelle borse della spesa, probabilmente - si convince - diretta a cucinare per tutta la famiglia, o più d'una, per la serata. Aspetta che la donna sia prossima prima di alzarsi, perchè sa che se lo facesse prima, qualcuno ne approfitterebbe per parcheggiare il culo sulla sua sedia e rubarle il posto senza sentire la minima vergogna o rimpianto. Si assicura che sia comoda, che le buste siano lontane da mani troppo invadenti e si appende ad un palo. Di dormire non se ne parla nemmeno stavolta, il tutto rimandato a quando potrà mettere la testa sul proprio cuscino.

Appoggia la fronte contro il sostegno di metallo, mollemente e priva di energia. Adocchia lo skyline che gradualmente perde di colore, si ingrigisce, invecchia e perde di luminosità. Lo scambio con Josephine torna a rimbalzarle tra le pareti del cranio, la consapevolezza che non basti quello che sta facendo per cambiare davvero le cose pianta radici profonde, ma trova la propria contrapposizione nell'annosa domanda del: che altro potresti fare?

Per ora non le viene nessuna risposta. Lavorare nel Center, tornare nel Pocket. Guadagnare lo stipendio fisso aiutando le persone, solo per finanziare l'acquisto di materiale medico per aiutare chi nel Center non ci viene. Senza fare domande, senza chiedere niente in cambio. Di quelle sessanta ore settimanali al servizio della Thorne gliene restano comunque cento otto. Se non dovesse dormire, s'intende. Il sonno non è mai stato alleato, per quanto abbia imparato a rubare gli attimi, rannicchiata negli angoli, nascosta nel fango, non aveva importanza. Un cuscino è sempre un passo avanti dal dormire sulla terra dura. Il Pocket è un miglioramento, dalla Siria o dalla Sierra Leone. Tagliarsi un dito affettando la verdura è decisamente meno doloroso di beccarsi una scheggia di granata o un proiettile perchè le croci rosse e i campi medici sono sempre un bersaglio più semplice da beccare.

Si può comunque fare meglio... ma gli scacchi non sono un gioco per lei.

martedì, dicembre 26

Un paio di bicchieri


Sera - 23.12.26

Il cenno lieve, la docile oscillazione del capo, sono un chiaro invito per Mikey. Il barista rabbocca il bicchiere con pazienza infinita, piantandosi a fissarla mentre lei sembra lasciar vagare lo sguardo nel vuoto, tra i propri pensieri.

- Mi dici che hai?

La voce è impastata e roca, i baffi lunghi, bianchi, finiscono lisciati dalle dita ingioiellate di teschi di metallo e roba del genere, sintomi di un passato non proprio pulitissimo appresso a qualche banda di motociclisti che però si è evidentemente lasciato alle spalle, i tattuaggi coperti o rimossi come da costume.

- Nothing
- Sei silenziosa, di solito sai fingere di essere di compagnia
- Mother of Jesus I'm just tired. La smetti di farmi da padre?

- No. E visto che la mettiamo su questo piano, perchè continui a vivere in quel posto di merda? Puoi permetterti di meglio, di venire più vicina al Walt Whitman invece di farti marcire nel Pocket

Non è la prima volta che affrontano quella discussione, e l'occhiata esasperata che Cori rifila al barista ha un che di stanco. Lo fissa in silenzio, svuotando il bicchiere con un lungo sorso e battendolo sul bancone, lasciandosi cadere mollemente dallo sgabello su cui da piccola dondolava le gambe lanciandosi nel vuoto.

- Te l'ho già detto. E' casa.
- Casa è dove sono quelli che ami, non una catapecchia fatiscente tra vicoli abbandonati e gente infelice.
- Troppo facile lasciar morire un posto solo perchè si è troppo stanchi per cercare di fare la differenza.
- Questa tua mentalità... it will get you killed
- Sláinte!


Alza il calice e saluta, con un sorriso ampio, piatto e privo di luce che fa ruotare lo sguardo al barista e sbuffare imprecazioni tra i denti. Torna ad asciugare le mezze pinte uscite fumanti dalla lavastoviglie mentre lei scivola di nuovo a terra, lasciando gli spicci sul bancone, il bicchiere rovesciato su di un quarto di dollaro incastrato al di sotto.


Mattina - 25.12.26 

- Hei
- Hei, è lì con te?
- Sta scartando i regali, vuoi che te lo passi?
- No, lascia stare. Sta bene?
- Cori...
- Sta bene?
- Sì, è felice, ha ricevuto tutto quello che desiderava a parte vedere te.
- Gli passerà, devo lavorare.
- Devi sempre lavorare. Hai pensato a quello che ti ho detto?
- Yes.
- E...?
- Nothing.
- Resterai lì...
- Precisamente.

Il sospiro all'altro capo del telefono la vede affondare le dita tra le ciocche castane, sostenere la pesantezza della testa. Gli occhi verdi annacquati fermi sulle fotografie nei pressi del mobiletto di legno mezzo mangiato dai tarli e dal tempo. 

- Come vuoi, almeno cercherai di venire per il suo compleanno?
- I'll do my best.
- Il tuo meglio non è abbastanza. Fallo, è tuo figlio.

Si passa la lingua sulle labbra screpolate accompagnando il bicchiere sul piano, silenziosamente perchè non si possa sentire il tintinnio del vetro. Sul punto di rispondere un pugno feroce impatta sulla porta facendola trasalire, del tutto inaspettatamente. 

- Shit, I gotta go. Tell him I love him.
- Will do... cerca di non farti am-
- Ammazzare sì, lo so. Ciao Cian.


Pomeriggio - 25.12.26

- Mordi qui. Mordi qui cazzo.

Il suono viscido del sangue le riempie le orecchie così come la nota metallica riempie l'aria e fa raschiare la lingua contro il palato. La coltellata è affondata troppo, ha reciso troppo ed è un problema. 

- Cristo Santo perchè diavolo non lo avete portato in una dannata clinica.
- Fanno troppe domande Cori.
- E io non le faccio?
- Well yeah, ma a te possiamo mentire.
- Fuck you Jim - merda... tieni questo, versalo sulla ferita non vedo niente c'è troppo sangue e devo finire di mettere i punti o si dissaguerà.
- I tuoi punti sono più carini di quelli della tua Nan.
- Grazie al cazzo. Ora sposta quella testa rossa del cavolo e punta la luce qui, aiutami o tuo fratello all'anno prossimo non ci arriva.

La quantità di sangue che imbratta il tavolo di metallo del veterinario non è affatto rassicurante, quantomeno hanno scelto un posto facile da ripulire. Non ha particolari pensieri mentre cerca di evitare che uno dei suoi amici d'infanzia finisca al creatore, c'è la musica nella testa, quella musica che fa suonare in sala operatoria mentre rimette a posto la gente, la stessa musica che l'accompagna quando deve metabolizzare e scacciare i pensieri, sgombrare la mente e occuparsi esclusivamente di quello a cui si dedica da che abbia memoria, calpestando le orme troppo grandi della sua Nan.

Getta il grembiule in un sacco nero, si leva la felpa e i guanti, gettando anche quelli perchè vengano bruciati con il resto. Crolla su di una poltroncina, storta, stanca e svuotata di energie. Il dorso della mano posato sulla fronte, le dita di Jim che le passano tra le ciocche scaricano un birvido doloroso che la fa sbuffare.

- What?
- Bevi, ti passerà.
- Holy Mother of God what's this?
- Distillato dalle nostre manine.
- Trementina praticamente.
- Oh fuck you Cori, drink and shut up.
- And a Merry Christmas to you too.
*Tlin*



Sera - 25.12.26

- Ce la farà ma tienilo fermo per almeno un mese, non voglio ritrovarmi tra due giorni di nuovo immersa nel suo sangue. Lo lascio crepare quant'è vero Dio.
- Yeah, right. Dove vai?
- In chiesa, e dovresti andarci anche tu. Accendi un cero, confessati e ringrazia l'altissimo che ha salvato la vita a tuo fratello.

Le dita di Jim l'afferrano per il collo, tirandola vicina. Chiude gli occhi, il bacio ruvido di barba contro la tempia ha il sapore familiare dell'alcol e del tabacco, il calore di una casa sfasciata e ormai solo l'ombra di un ricordo saldo nella memoria. 

- Thank God we have you.
- Right... get some sleep, I'll pray for your ass.

Sulla scala antincendio osserva quello che era il palazzo dove vivevano i suoi cugini, cumuli di macerie lasciati indietro dalla guerra. Ha perso due terzi della propria famiglia lì sotto, e ancora sente l'eco di risate, i ricordi che inseguono come fantasmi. Lo sguardo verde si spinge verso il porto, più in là dei cumuli. Un suono in strada, una figura incappucciata e l'ansia che batte tra le tempie, l'ennesimo problema che si affaccia, per un attimo. Sembra cercarla, e lei non respira, chiude gli occhi e trattiene il fiato pregando Dio che se lo porti via e, per una volta tanto, sembra essere accontentata... sembra. Volta l'angolo, sparisce. Torna a fumare e bere, rilassandosi nel crogiolarsi tra ricordi vecchi e polverosi, adatti all'ambiente in cui continua a trascinarsi, notte dopo notte, giorno dopo giorno, barcamenandosi tra il lussureggiante brillio asettico della Thorne e il rattoppare alla benemeglio gente che quel candore non lo vuole nemmeno sentir nominare, rubando ore di sonno e succhiando la vita, attimo dopo attimo. 
Il suono di uno schianto sul tetto sulla sua testa, gli occhi chiari che scattano, la pistola che esce e i passi che si fanno scanditi al ritmo assordante del cuore... there's no peace for the wicked.