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mercoledì, maggio 16

Promettere

15.05.2027
In silenzio osserva la moto di Niall allontanarsi lungo la Ghost Road dopo che l’ha riportata alla clinica. E’ solo quando non percepisce più il rombo del motore come un ronzio nelle orecchie in lontananza che svuota i polmoni di un sospiro profondo, strisciando oltre la porta d’ingresso del Basement per andare ad infilarsi sotto terra. Chiude la pesante porta dietro di sè, taglia fuori il resto del mondo mentre un ronzio sinistro annuncia l’accensione dei sistemi di sopravvivenza di quel piccolo bunker nel Desert Side che ha eletto a nido, tana, a volte anche sarcofago. A Neit ci pensa Julia, i danni subiti nello scontro con Nuke non sono che un lontano ricordo, anche sulla sua pelle e lo deve solo a Dr. Exodus. Non è stato poi tanto male farsi strigliare a dovere, in fondo le manifestazioni di affetto, anche se sotto forma di tirate d’orecchi, lasciano un minimo di calore in più dietro lo sterno. Trascina una tazza dal tavolo d’acciaio e si scansa fino alla branda, l’aroma di caffè riempie l’aria stantia con una traccia più gradevole e resta in silenzio ad ascoltare il suono dei suoi stessi pensieri. 

E' stata una serata strana. Le premesse erano un "dobbiamo parlare" che non è mai qualcosa di buono, dove in realtà non c'era nemmeno nulla di male. La birra è sempre un ottimo pacificatore, ma più di tutto lo è il percepire sotto pelle la forza di un legame che è profondo e viscerale. Non a caso lo ha guidato fino allo spiazzo sul fiume, non a caso ha scelto quello scorcio, quell'angolo condiviso fino ad ora solo con una persona. Il suo posto, quello dove avrebbe voluto portarci Andre un giorno per parlare, e dove invece è finita per affrontare una questione ben più spigolosa con Niall. Non è giunta a sorpresa il fatto che la maschera di Neit sia stata inserita tra i ricercati, tutt'altro. E' già molto il fatto di non essersi trovata la Force a bussare sotto casa con le manette e un mandato d'arresto, una volta tanto. Non se la sarebbe presa comunque, i compromessi esistono, fanno parte del gioco e a volte si è costretti ad agire in determinate maniere pur di mantenere la rotta lungo la via che si crede essere giusta. Non gli avrebbe mai fatto una colpa se l'avesse denunciata, ma non lo ha fatto. L'ha protetta, come molti altri cercano di fare costantemente, come Exodus, come Legion, come Minoko, come If, come Galen, o Victor, o Andre. Ognuno con una maschera o senza, poco importa. Non è la maschera che fa la differenza è chi ci sta dietro, le ragioni che spingono a muoversi, a scegliere quali battaglie imbracciare e quali persone trascinare dietro la barricata. 
Quando le ha chiesto di smettere ha riso. Ha appena cominciato, dannazione, non può tirarsi indietro, non ora. Ora che sa di poter fare quel 'di più' che le era sempre stato precluso, ora che ha ottenuto la spinta, il primo movimento che mette in moto la macchina non può tirarsi indietro, tornare alla vita di sempre sapendo che c'è un modo per prevenire quello che invece fino ad ora era stata costretta a curare, non importa il prezzo. Sapere che lui si trova dall'altro lato della barricata non è nulla di piacevole, però è un punto di vista su cui fare affidamento, per trovare il giusto compromesso. 

I will prevent disease whenever I can, for prevention is preferable to cure.

Questo ha giurato il giorno in cui è diventato un chirurgo. Ed è la ragione dietro ogni scelta fino ad ora. Il motivo per cui non ha rifiutato la proposta di Julia di avere una tuta che potesse fornirle quella protezione che le mancava. Il motivo per cui ha scelto di farsi allenare, di imparare e ha lottato e ha sudato per arrivare ad assorbire le tecniche che Niall le ha trasmesso. Non può tirarsi indietro, non importa quale sia il rischio a cui va incontro. E per quanto le ricordino che il Basement va avanti in funzione di lei non può smettere di pensare che non deve e non può essere così.

I will respect the hard-won scientific gains of those physicians in whose steps I walk, and gladly share such knowledge as is mine with those who are to follow.

Ad Effie ha cercato di passare quello che sapeva, di condividere e non trattenere. L'ufficio al Basement è pieno di libri di medicina, consulti, compendi, opinioni anche discordanti perchè la scienza progredisce anche mettendo in dubbio il lavoro altrui, pur rispettandolo costantemente. E sul giornale, un trafiletto minuscolo in un angolo buio, dove la cronaca diventa l'unico punto di interesse per persone che non vedono altro che malessere attorno e devianza sociale, lei è lì. 18 anni, praticamente la sua intera vita in una macchina che non concede redenzione. 18 anni di rabbia contenuta in un corpicino dall'apparenza fragile. Eppure, nel rendersi conto che quel musino è finito in galera non prova delusione, nè risentimento. Le accuse non sono diverse da quelle che avrebbe ottenuto lei in condizioni simili, immagina. Il caratterino tenace, la lingua lunga, la propaganda e la forza d'animo, la determinazione e la collera che l'animano non sono prodotti di una società funzionante, ma di un sistema rotto, spezzato dall'ignoranza e dalla crudeltà. Iphigenia Clark è la reazione naturale del mondo a tutto quello che di ingiusto è scaturito da una guerra che ha visto sofferenza sotto ogni bandiera, colore e genere. Ha promesso di darle tutto quello che aveva, e non sa nemmeno se sia riuscita a farlo.

I will respect the privacy of my patients, for their problems are not disclosed to me that the world may know.

I segreti che ha raccolto, volente o nolente, continua a tenerli per sè fino a che non sarà costretta a fare una scelta. Julia e Legion. La taglia sulla sua testa, le minacce da parte di una maschera oscena che viene definito il capo del Sindacato. Da quando Darius non è più in circolazione si è posta molte volte il dubbio riguardo chi si sia accaparrato la sua poltrona. Ha allentato la presa, si è presa i suoi spazi e su quel numero non ha più ricevuto richieste, e da una parte è un bene. Fintanto che non sapeva poteva anche chiudere entrambi gli occhi, ma le cose hanno iniziato a diventare pubbliche, le facce che conosceva iniziavano a venire associate a crimini e non il genere per cui sarebbe riuscita a tacere ancora a lungo, motivo per cui non può che ringraziare ogni secondo se quel ramo è finito per seccarsi e cascare da solo. Però... Genesis e Legion non si toccano, così come non si toccano Clem e Julia sotto i loro gusci metallici. Lei sa che il segreto lo serva con assoluta cura. Sa che non c'è modo di riuscire a cavarglielo dalla testa, nemmeno con i poteri di cui alcuni sono disposti. Però il fatto che si sia insinuato un sospetto non lo digerisce. Non da parte di Julia, che continua a fidarsi nella stessa misura in cui lei fa altrettanto, ma è lo stesso: chi tradisce tuo fratello tradisce te. Egualmente tiene al sicuro il segreto di Niall, per quanto lo schiaffo di vederlo sotto il casco rosso ancora lo senta pulsare nel profondo, la consapevolezza che dietro una maschera di Patriot potrebbe esserci qualcuno a cui tiene la rende determinata più che mai ad evitare lo scontro con chi, di fatto, fa solo il proprio mestiere. Galen e Victor sono facce di una medaglia che ha scelto di chiudere in un cassetto. Gli incidenti alla manifestazione, la rapida escalation di violenza è qualcosa che ancora fatica a digerire nella maniera più assoluta però... non riesce e non può giudicare, se lei per prima non è priva di peccato. Non sarà la sua mano a scagliare alcuna pietra, mai, non importa quante ne vorranno lanciare a lei.

Most especially must I tread with care in matters of life and death. If it is given me to save a life, all thanks. But it may also be within my power to take a life; this awesome responsibility must be faced with great humbleness and awareness of my own frailty. Above all, I must not play at God.
Non approva. Gli impiccati lungo la via, le manifestazioni di violenza, l'assenza di pietà. Non è qualcosa che la vedrà mai schierarsi a favore. Non all'abuso, non al soppruso. Lo capisce, i compromessi, come ha detto Exodus devono essere fatti, scendere a patti con azioni discutibili pur di preservare la vita e la dignità, ma il confine è labile, a volte troppo. E quando Niall le ha chiesto di non diventare come loro non ha esitato a prometterlo. Perchè non deve e non può giocare a fare Dio con le vite degli altri. Come medico ha potere di vita e di morte, la vita di alcuni è nelle sue mani più di altri, ma restare con i piedi ancorati a questa promessa è il primo passo per non farsi contaminare da tutto quel che di orrendo c'è attorno a loro, restare umani, restare persone. Colpire per disarmare, neutralizzare e non uccidere. Meglio incassare un colpo in più che dover spezzare una vita, non importa quanto lurida o corrotta. La redenzione non è un impossibile. Improbabile in alcuni casi, ma non impossibile. E forse è per questo che continua a sperare, stupidamente, che Lui torni, che cambi idea, che riesca a vedere quello che vede lei. Nonostante la sentenza ad altri 20 anni, nonostante il destino abbia voluto impedirle di arrivare in orario al turno visite alla prigione e vedere la sua faccia contrarsi nella rabbia e nel risentimento - tanto per cambiare. Per sentirlo inveirle addosso perchè si espone troppo, perchè rischia troppo per lui. Mentre lui può mettersi a fare la guerra a Hammerhead e compagnia solo per difendere lei e Clem. Per la sua salute, per la sua vita che ha promesso di cercare di salvare. Il compromesso sta comunque nel tentare di salvare anche la sua anima, per chi ci crede. 

I will remember that I remain a member of society, with special obligations to all my fellow human beings, those sound of mind and body as well as the infirm.

If I do not violate this oath, may I enjoy life and art, respected while I live and remembered with affection thereafter. May I always act so as to preserve the finest traditions of my calling and may I long experience the joy of healing those who seek my help.


venerdì, maggio 11

L'Ombra

11.05.2027

Quando rimette piede al sicuro nel proprio covo fuori l'alba ha cominciato a scaldare i resti del Desert Side. Svestirsi dei panni di Neit inizia a diventare come uscire da una seconda pelle, una muta che ogni giorno ti stacca qualcosa di vecchio. In questo caso però è qualcosa di vecchio che è tornato prepotentemente a bussare contro lo sterno per venire fuori. L'incontro con Siren nella serata è stato il giusto epilogo di una giornata di menzogne. Prima Exodus, poi lei. Entrambi, come per Aletheia, visi conosciuti con cui è difficile costruire il personaggio, nascondere la reale natura dietro la maschera. Fortunatamente essere cresciuta con Mark e i suoi compari l'ha aiutata ad assimilare i modi spacconi degli attaccabrighe, riuscendo in qualche modo a delineare una personalità che non sia la propria, provocatoria, saccente - quello lo è anche lei a volte - manesca ma non senza una giusta motivazione. Se l'incontro con il Dottore, misticismo e occultismo a parte, è stato un sollievo sottile, quello con la Sirena ha lasciato una pulsante sensazione di malinconia al centro del petto. Aveva dimenticato che si sono conosciute solo per merito di Andre, e sentirlo uscire dalla sua bocca, quel nome, è stato come uno scoppio di pistola nel buio. Ancora non si era resa conto di quanto effettivamente bruciasse la distanza, così abituata a fingere e incassare, ad ingoiare e accantonare il dolore da non accorgersi di come, giorno dopo giorno, la mancanza di quel sorriso, di una spalla fraterna avesse scavato un solco profondo. 


Le spalle indolenzite le massaggia lentamente. Abituarsi a girare nella suit è qualcosa che inizia a fare senza lamentarsi, nonostante un'intera giornata con quella cosa addosso non sia come passeggiare in pantaloncini e maglietta, ma si fa quello che deve essere fatto. Non ha la forza di trascinarsi fino al South Side di nuovo, motivo per cui si infila una maglietta e se ne resta sulla brandina, richiuso Neit in un armadio, a giocare con i pezzi di ricordi raccolti nella sua scatola. Con la sigaretta tra le labbra e due dita di whisky in un bicchiere si chiede cosa penserebbe mai Andre di Neit. Ne sarebbe orgoglioso? Preoccupato? Scivola stesa sul lettino a fissare il soffitto, interrogandosi su come possa stare, se è davvero felice come lei spera che sia. E' così per tutti quelli che se ne vanno o che lascia indietro, la consolazione che almeno ne è valsa la pena perchè c'è qualcosa di meglio, di più bello, magari o semplicemente qualcosa che fa stare un po' meno male di prima. Infila le cuffie, chiude gli occhi. Ascolta in silenzio, scacciando la sensazione di solitudine che si fa largo come un tarlo nella testa. Non importa la strada intrapresa, non importa quanto lontani e distanti, prima o poi si rivedranno ancora e dovrà essere al meglio per quel giorno. Nel frattempo però può sorridere del fatto che la sua ombra ancora aleggia.




When we were young
We were the ones
The kings and queens
Oh yeah we ruled the world
We smoked cigarettes
Man no regrets
Wish I could relive
Every single word

We've taken different paths and traveled different roads
I know we'll always end up on the same one when we're old
And when you're in the trenches and you're under fire I will cover you

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe

I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother

Oh brother, we go deeper than the ink
Beneath the skin of our tattoos
Though we don't share the same blood
You're my brother and I love you, that's the truth

We're living different lives, heaven only knows
If we'll make it back with all our fingers and our toes
5 years, 20 years come back, we'll always be the same

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe

I've got you brother
I've got you brother

And if we hit on troubled water
I'll be the one to keep you warm and safe
And we'll be carrying each other
Until we say goodbye on our dying day

Because I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother

If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe

Oh oh oh, oh oh, oh oh
Oh oh oh oh oh, oh oh, oh oh
Oh oh oh, oh oh, oh oh
Oh oh oh oh oh, oh oh, oh oh

I've got you brother
I've got you brother

venerdì, aprile 13

Treasure chest



10.04.2027


La brandina cigola sotto il sedere, le gambe incrociate accolgono una vecchia scatola di latta, di quelle in cui il padre teneva gli attrezzi per arrangiare la moto, sbeccata, arrugginita ma ancora buona. All'interno, sopra una pila di foto consumate, appoggia il libro in cui ha pressato i fiori che Jenny le ha regalato, perchè non è riuscita a rinunciare, a vederli sfiorire e perdere petali, bellezza, freschezza. Sua madre lo faceva sempre, ogni fiore regalato veniva attentamente trattato, ci voleva pazienza, calma. Ce l'ha messa tutta per mantenerli belli nonostante i colori si siano scuriti, le sfumature miste si siano inevitabilmente corrotte, restano vividi nella memoria di un bel gesto che non è passato inosservato, nemmeno per sbaglio. Sul libro appoggia la cartolina arrivata il giorno dopo San Patrizio, senza niente scritto, solo l'indirizzo di casa e un leprecauno sbronzo con una battuta di spirito che le ricorda dolorosamente come sia ancora aperta una ferita il cui pulsare si fa meno intenso a mano a mano che la sua resistenza aumenta. Il dubbio che possa essere stato suo fratello a mandargliela per il suo compleanno - considerate le candeline infilate nel culo del soggetto ritratto - le solletica la nuca come un fastidio da cui non riesce a liberarsi, ma finisce accantonata e messa da parte assieme alle cose belle, le foto da bambini, tra i ricordi buoni. Come quel biglietto che rigira tra le dita e che odora ancora di waffles. Non è triste, nemmeno amareggiata. Le ci sono volute almeno una decina di riletture per rendersi conto del fatto che Andre se ne fosse andato e non può nemmeno rinfacciarglielo. In fondo gli vuole bene, e come ogni persona a cui ha davvero voluto bene, quando se ne vanno lo accetta, abbassa la testa, abbozza e incassa, perchè lei se n'è andata tante volte pensando di fare la cosa giusta per gli altri o per sè stessa. Se si incazzasse sarebbe ipocrita e almeno questo glielo deve. Così mette quel biglietto nella scatola assieme ad un sottobicchiere consumato rubato al Two Heads. Certo la colazione aveva un sapore un po' amaro stamattina nonostante tutto, ma passerà come passa ogni cosa.

Si allunga, prende una bottiglia di whiskey e si versa due dita, spaziando sulla stanza silenziosa attorno a sè. Nessuno sa che sotto la sua clinica ha un posto segreto e protetto, ed è proprio lì che porterà il regalo tardivo di compleanno che le ha promesso Legion. La suit resterà chiusa in un armadio, perchè deve essere al sicuro e protetta per poter proteggere quelli che ama.

Lì sotto terra c'è un mondo di cose taciute, alcune le rimpiange un po'. Rendersi conto che Andre si è incamminato lontano da dove lei può vederlo le riporta alla mente tutto quello che avrebbe voluto confidargli, perchè è così che si fa in una famiglia: niente cazzate, niente bugie.

Avrebbe voluto dirgli che è stata fortunata con i fratelli, perchè per quanto se ne vadano sempre lontani e spariscano, non può recriminare sul fatto di essere stata amata. Avrebbe scelto lui su tutti per confessare che sì, ha paura, e sì, sa perfettamente che le cose come le fa lei sono pericolose. Che sì, le manca suo figlio più di qualsiasi altra cosa ma che sa che è felice, ora forse un po' meno che suo padre è in missione in Medioriente ma è abbastanza piccolo da passare anche questa, indenne. Che ogni tanto, quando rientra a casa ed è vuota e silenziosa, la voglia di piangere è più della voglia di bere. Che lei non è tagliata per salvare il mondo ma cazzo qualcuno ci deve pur provare no? E' solo un passo, un tentativo. Che lo sa, che a furia di tendere la mano e accogliere la gente prima o poi la pugnaleranno alle spalle, è già successo, ha un paio di cicatrici sulla schiena proprio per quello. Per ricordare che un coltello nella manica è sempre dietro l'angolo ma se dovesse preoccuparsi ogni volta di quello che non vede, vivrebbe nella paura e no, non ci sta a viverci. Che ogni sbaglio che ha compiuto in vita propria ha sempre portato a cose buone, nel bene e nel male, e che non smetterà di fare sbagli. Avrebbe voluto rivedere il campionato nuovo con lui, in un pub nella South, a bestemmiare dietro l'arbitro o gli avversari, a scolarsi le pinte come se non ci fosse un domani sapendo che poi entrambi sarebbero dovuti tornare ai rispettivi lavori, quali che fossero. E, sopra ogni cosa, avrebbe voluto sapere cosa lo rendeva triste nelle sere da solo, cosa quel gene lo aveva reso capace di diventare, a parte il rimanere sempre il suo little brò.

Sorseggia dal bicchiere, scivola sulla lingua come velluto, caldo. Infiamma la gola e la porta a stendersi, chiudere gli occhi e lasciar andare le lacrime, perchè sì. Perchè lì sotto può farlo. Piangere, strepitare, urlare. Nessuno lo saprà mai. Andre di certo non lo saprà quanto le mancherà. Respira, le dita corrono lungo la gola scoperta, chiudendosi in una presa salda che le scarica un brivido irrequieto, con un'immagine vivida che emerge, prepotente. Drizza la schiena di scatto, allontanando la bottiglia per sommergersi nel piumone e restare al buio per un po', ad allontanare un viso che si allaccia tra altri, intruso consapevole.

Una volta che il cuscino si è bevuto tutte le lacrime ritorna semplicemente allo stato iniziale, quello a cui si è adeguata da quando ha iniziato a perdere pezzi di cuore appresso a quelli che ha amato. Va bene così, alla fine, perchè ha imparato presto che la vita ti concede poco tempo, un giro di clessidra al massimo e di quel tempo devi prendere tutto il possibile: amare intensamente ogni secondo, ogni faccia che passa e se ne va, ogni scontro e ogni incontro. Non importa quanto male possa fare un addio, almeno quella scatola è piena. Piena di vita vissuta e non sprecata, piena di ricordi e meno di rimpianti, piena di persone che si portano via un pezzo di lei, senza però lasciarla abbattuta o indebolita: si è costretti a diventare più forti per non farsi sfaldare come polvere nel vento. E poi, presto o tardi, sa che li reincontrerà, in questo mondo o nell'altro.



Sometimes I get tired of waking up on my own,
And sometimes I feel like I want to go home,
But the cars they keep on driving,
Down a road that doesn’t seem to end.

So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.

It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes.

Sometimes its hard to know the way to go,
When the waters rise around you,
And the fire rages down below.

So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.

It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes.

oh oh oh oh oh
oh oh oh oh oh

Cos we’re bullets and we’re fired from shotguns flying through birthdays and new years,
Yeah we’re rolling stones but the moss keeps growing round our hearts and our eyes and our ears,
Cos we’re bullets and we’re fired from shotguns flying through birthdays and new years,
Yeah we’re rolling stones but the moss keeps growing round our hearts and our eyes and our ears.

So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.

It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes,
There when I close my eyes,
Only there when I close my eyes.

martedì, febbraio 27

Lunch bag

27.02.2027





Ricorda quando si spaccava la testa sui libri per finire gli esami in tempo e lui le rammentava di mangiare e che non poteva andare avanti a soli caffè. Ricorda quando venivano mà e pà e se pure in casa non ci stavano tutti il pranzo la domenica aveva sempre lo stesso odore, rassicurante, conciliante come le cose buone della vita, quelle che valgono davvero di essere vissute pienamente. Pensava non lo avrebbe mai più sentito quell'odore, poi però dopo aver preso insulti per tutta la mattinata ingoiando merda fino ad averne abbastanza, una busta di carta e il pranzo al sacco. 
Di nuovo quel buon odore che sa di casa.


Hey! Hey! Hey!
I don't like walking around this old and empty house
So hold my hand, I'll walk with you my dear
The stairs creak as I sleep,
It's keeping me awake
It's the house telling you to close your eyes
And some days I can't even trust myself
It's killing me to see you this way
'Cause though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
Hey! Hey! Hey!
There's an old voice in my head
That's holding me back
Well tell her that I miss our little talks
Soon it will all be over, and buried with our past
We used to play outside when we were young
And full of life and full of love
Some days I don't know if I am wrong or right.
Your mind is playing tricks on you my dear
'Cause though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
Hey!
Don't listen to a word I say
Hey!
The screams all sound the same
Hey!
Though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
You're gone, gone, gone away,
I watched you disappear
All that's left is a ghost of you
Now we're torn, torn, torn apart,
there's nothing we can do,
Just let me go, we'll meet again soon
Now wait, wait, wait for me, please hang around
I'll see you when I fall asleep
Hey!
Don't listen to a word I say
Hey!
The screams all sound the same
Hey!
Though the truth may vary
this ship will carry our bodies safe to shore
Hey!
Don't listen to a word I say
Hey!
The screams all sound the same
Hey!
Though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
Though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
Though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore

giovedì, febbraio 22

Numero sconosciuto

21.02.2027
Ha promesso che avrebbe dormito dopo il goccetto condiviso con Darius ma proprio non ce la fa. Fissa il bicchiere, oscillando quel poco che resta di liquore ambrato, movimenti ipnotici del polso, pieni, morbidi. Sospira ripassando nella testa ogni fotogramma delle dita dell'uomo mentre le ricuce il buco nel braccio, ripassa e sottolinea gli errori che segna su di un blocchetto "per la prossima volta". Stenta a tenere la testa dritta ma una parte di lei è lucida da far schifo e vorrebbe davvero farla smettere di rimuginare ma nè gli antidolorifici, troppo blandi, nè l'alcol aiutano. Per questo dormire non è un'opzione valida, si conosce abbastanza bene da sapere che se abbassasse la guardia lascerebbe loro campo libero. 
Un brivido la fa sobbalzare sulla sedia. Sgrana gli occhi e si guarda attorno, per un solo istante le è parso di sentire tutte le grida della sera prima. Gli uomini agonizzanti oltre qualsiasi possibilità di soccorso, le urla della Patriot bionda nella nebbia viola, la voce metallica della ragazza col buco nella spalla e i poteri, quella canzone sussurrata tra le grida di dolore e paura. Si alza di scatto, buttandosi la giacca addosso nonostante i punti inizino a tirare e dare fastidio, prende le chiavi del pickup, infila il revolver nei jeans e si incammina fuori dalla clinica, litigando con lo zippo e le sigarette. Marcia accanto l'auto e si allontana a piedi, sapendo che con tutto quello che ha assunto per dominare sè stessa, finirebbe con molta probabilità contro un palo o peggio. 
Cammina e per un attimo solo la sfiora la voglia di passare dal Ruin, andare a trovare Routh ma poi ricorda che lei non c'è più e che dovrà campare con l'ennesimo debito non saldato. Allora riprende a camminare fino a che la stanchezza non diventa nausea e il dolore qualcosa di persistente, un sottofondo in cui naviga il cervello. Cammina fino a che il corpo non entra in modalità automatica  avanzando per inerzia e la mente semplicemente si spegne. E' in quel momento che trova la forza di cantare. Da ragazzina non faceva altro ma ha gradualmente smesso perchè di esternare quello che sente ha imparato a farne a meno, o a cercare di nascondere quanto più possibile la debolezza dietro una determinazione fastidiosamente feroce. Lungo le strade parallele alla Ghost Road lascia che una delle sue canzoni preferite le scivoli tra le labbra, la voce roca, priva di enfasi almeno sulle prime note.

We are proud individuals living on the city
But the flames couldn’t go much higher


Ha sempre camminato un sacco per scaricare il nervosismo, la frustrazione, la rabbia. Può sopportare un proiettile nel braccio, i punti a crudo, ma non riesce a sopportare di restare impotente, di non poter fare, che le venga impedito di agire. Da qualche parte in lei c'è qualcuno che le ricorda che non può salvarli tutti e di certo ieri sera non avrebbe potuto fare nulla per quegli uomini, le loro grida, l'orrore. Ma non si accontenta. Non riesce semplicemente ad accettare di non avere la forza di fare di più.

Oh, that’s life
Left dripping down the walls
Of a dream that cannot breathe
In this harsh reality


La realtà è uno schiaffo costante, un muro che prende a testate costantemente. Come il venire a patti con lo stare tra l'incudine e il martello, consapevole che presto o tardi diventerà un ostacolo per qualcuno e dovrà guardarsi le spalle anche da quelli con cui, fino ad ora, ha mantenuto i patti chiari. Si guarda attorno, lo sguardo docile inquadra i segni, la strada la conosce e la segue, testa bassa, impattando la spalla sana con la gente, evitando per un soffio di puro istinto quelli che rischiano di schiantarsi con quella ferita. Sale le scale a due a due, allungando la mano sulla vernice scrostata, toccando le bolle, i graffi prima di far impattare le nocche. Tira su col naso, vacillando sulle gambe incerte e quando le viene aperto perde l'equilibrio con la sicurezza e la fiducia di chi sa che se anche arriva a baciare il pavimento non farà mai male come quello che ha provato assistendo impotente alla morte di persone, stronzi, senza dubbio, ma pur sempre persone.

From which we’ll rise over love
Over hate
From this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear and into freedom
You just got to hold on!

Le gira la testa, il braccio fa male ma non fa una piega, ha imparato a gestire il dolore, ignorarlo e passare oltre, come ha fatto la sera prima. Non si pente di aver scansato Flare dalla traiettoria del proiettile, prendendoselo al suo posto, non le ha dato fastidio venire richiamata, sgridata per l'ennesimo colpo di testa, così come non si è risentita di come le abbiano ricordato che sia "Solo un medico", infatti è quello che è, orgogliosa di esserlo, dannatamente fiera. 

To those who can hear me, I say, do not despair

The misery that is now upon us is but the passing of greed
The bitterness of men who fear the way of human progress
The hate of men will pass, and dictators die
And the power they took from the people will return to the people
And so long as men die, liberty will never perish
Don't give yourselves to these unnatural men
Machine men with machine minds and machine hearts!
You are not machines, you are not cattle, you are men!
You, the people, have the power to make this life free and beautiful
To make this life a wonderful adventure

Le braccia di Ryan l'accolgono al volo, abituato a farle da cavalier servente. Vede le sue labbra muoversi, legge la preoccupazione nei suoi occhi ma la verità è che ha solo bisogno di dormire e ha paura di farlo. Lui non ci pensa due volte a tirarsela in braccio, chiudere la porta con un calcio e portarla a stendere sul letto. E' conciliante, è soffice, il profumo familiare, di qualcuno di cui fidarsi senza sconti, senza timore, una lealtà fedele come quella dei cani, reciproca come può essere in un branco, per quanto ormai siano solo rimasti in due, solitari e sparpagliati rispetto a quelli che erano un tempo. Lo trattiene, le dita impigliate contro la felpa degli Eagles. Lotta contro di lui per non farlo andare, nonostante paia solo volersi premurare di prenderle qualcosa, lei insiste, le dita si fanno d'acciaio, se lo tira addosso cedendo terreno all'unico modo che ha di tenerselo vicino, ora, lì. Schianta la bocca contro la sua, lo assapora avida, bisognosa fino a che tutto si scioglie e diventa fluido, lontano come la musica che sfuma.

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Quando il cellulare le suona si rotola nel letto, impigliata tra le lenzuola. Numero sconosciuto.

Ciao carissima. Tu non mi conosci ma io conosco a te, sono Phantom Quartz. Senza perderci troppo in chiacchiere, c'è un vigilante ferito nella discarica di Philadelphia. Ha un polmone perforato... immagino non sarà un problema per te recuperarlo e dargli una riassestata.
- Shit!

Le chiavi sul tavolo, l'angelo le ha parcheggiato il pick up sotto casa sua, il biglietto appeso alla porta perchè qualcuno dei due deve avere turni e orari normali. Quando arriva alla discarica di gente ce n'è tanta da recuperare, il polmone perforato è un problema. La strada da lì a Groundwaters è un battito di ciglia.

And we’ll rise over love
And over hate
Through this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear
And into freedom
Into freedom!





venerdì, febbraio 16

Sotto terra

14.02.2027
Rannicchiata nell'ufficio della clinica su Ghost Road tutto è immobile e silenzioso. Jen ha staccato da un paio d'ore lasciando lei in controllo ma è relativamente quieto. Il cellulare messo su silenzioso è in carica, con lo schermo rivolto verso l'alto. I talloni appoggiati sulla sedia, sono ore che sta leggendo formulari chimici, elenchi di medicinali, prontuari medici. Ha promesso a Matt che avrebbe trovato una soluzione per il suo problema, anche se non è il suo campo. Scaccia l'immagine di quel maledetto pupazzo con l'aiuto di caffeina e zuccheri, mentre prende appunti, segna cose da comprare, altri libri da consultare. Non è semplice, ma i farmaci l'hanno sempre interessata e pare che una conoscenza approfondita sia una buona cosa da quelle parti soprattutto visti i prezzi dei medicinali di base a Groundwaters. Non era una schiappa in chimica, per un certo periodo ha anche pensato di scegliere farmacologia ma Nan non glielo ha permesso. Doveva diventare medico, per la famiglia, per sè stessa. Le bruciano gli occhi per quanto ha letto, la luce non è ottimale e la postura da topo di biblioteca non l'aiuta di certo. Il silenzio che la circonda è irreale, può quasi sentire battere il suo stesso cuore se si concentra abbastanza, ma quello che la fa saltare dalla sedia è un battito di ben altra natura. Un rintocco ritmato, metallico che le spedisce un brivido irrequieto lungo la schiena nemmeno avesse davanti Teodor. La chiacchierata della mattina con Matt l'ha profondamente turbata e non è un mistero, le malattie mentali l'atterriscono, sia perchè non ha gli strumenti per rimediare a certi mali, sia perchè sono imprevedibili. Ha visto cose giustificate dalla pazzia che preferirebbe non ricordare. Il suono non smette, ad intervalli regolari riprende rassicurandola della sua assoluta veridicità. Gli occhi verdi dietro gli occhiali ruotano a puntare la porta. Ha visto troppi film dell'orrore e letto troppe notizie spiacevoli per non aspettarsi il peggio, motivo per cui, Little Surprise alla mano, spinge il naso fuori dalla porta dell'ufficio per cercare di capire da dove provenga quel rintocco metallico. Si acciglia vistosamente, guardando le stanze deserte, tendendo l'orecchio verso la porta sul retro che conduce alle scale interne del palazzo, una via d'uscita alternativa che porta ad un livello strada differente dall'altro lato dell'edificio, ben nascosto. Ruba la torcia dal cassetto dell'ufficio, la batte contro il palmo della mano come si fa per controllare se le batterie sono ancora all'interno, il cielo solo sa perchè ma è un istinto naturale come allargare il braccio verso il lato passeggero quando freni di colpo. Scivola fuori in punta di piedi trattenendo il fiato e fermandosi come in un gioco da bambini ogni volta che il suono si interrompe, come se lo sfruttasse a copertura dei suoi stessi movimenti. Spinge il maniglione antipanico della porta sul retro, apribile solo dall'interno, per inondare il piccolo ambiente claustrofobico di luce artificiale a led. Si ferma, respira e spazia attorno, non è un segugio e il suo orientamento non è migliore di quello di molti altri motivo per cui deve prendersi del tempo per focalizzare bene da dove arrivi quella eco. Per un attimo le pare che scivoli fuori da una parete, quello dopo dal pavimento, alla fine punta il fascio di luce contro la parete crollata. Un brillio di riflesso tra le crepe ne attira l'attenzione: non aveva mai notato la presenza di un tombino lì. Si inginocchia a terra e appoggia l'orecchio, imitando gli indiani senza però avere alcuna coscienza di quello che combina. Di nuovo il suono rimbomba, sono vibrazioni che le carezzano la guancia e che lasciano intuire come possano provenire da lì sotto. Si acciglia un po', torna indietro per recuperare qualcosa con cui fare leva e scassinare l'accesso. La curiosità è una brutta bestia, le vittime dei film horror lo sanno.

- Se è uno scherzo di merda giuro che qualcuno me la paga... Gesù ora parlo anche da sola, ecco che si ottiene a conversare con i bacati di cervello.

Il suono della sua stessa voce ha qualcosa di confortante, fa sentire meno soli così come la presa sul calcio della pistola fa sentire molto più al sicuro. Per spostare il tombino le ci vuole un sacco di inventiva ma quando ci riesce resta profondamente delusa affacciandosi sull'apertura. Terriccio, rossastro, un paio di tubi che sporgono e si infilano a lato, praticamente una buca inutile senza nemmeno un contatore, una valvola. Sbuffa, tutta fatica sprecata apparentemente ma poi il rumore torna, e sembra spostato. Si acciglia, immerge la testa oltre il passaggio e scopre che c'è un tunnel in cui potrebbe strisciare e seguire qualche tubo ben oltre la zona crollata di macerie. Ci pensa un po', schioccando la lingua contro il palato di rinunciare non se ne parla così si cala all'interno, inzozzandosi di terriccio rosso per avanzare coi gomiti lungo lo spazio, spostando avanti la torcia che decide di spegnersi a metà tragitto, perchè scuoterla per controllare le batterie non basta e lo sanno tutti.

- Oh for fucks sake! Un fottuto classico. 

Cerca di strisciare indietro ma il terriccio è molle sotto le mani, cedevole e, all'improvviso, slitta direttamente giù, di muso, come in uno scivolo d'acqua, senza sapere se in fondo c'è l'acqua. Il tuffo non ha niente di piacevole, acque schifose raccolte dagli scoli delle strade attutiscono la caduta che le procura comunque una sequenza non ragionata di lividi sulla schiena. Si tira in piedi e si guarda attorno, la luce filtra da alcune grate e il rumore ora si fa improvvisamente più forte. La torcia, com'è giusto che sia, riprende a funzionare quando le percosse le fanno dimenticare di essere zuppa di schifo. Si fa trascinare attraverso un reticolo di cunicoli più o meno asciutti fino alla sorgente di quel suono.

- Tutto sto casino per un tubo di merda. Typical of you Cor.

Si lamenta recuperando una sbarra di metallo marcio con cui cerca di ruotare la valvola mezza saltata e spegnere il dannato ticchettio che arriva fino su da lei. Non ha idea di quanto sotto sia ormai, ma visto che c'è tanto vale porre fine al tormento. Poi il cigolio, qualcosa che si socchiude e lo sbuffo contro il viso che sa di chiuso e abbandonato come le porte delle cantine.

- I'm a fucking Goonie!

Si fa coraggio da sola, incitandosi ad infilarsi in un posto chissà dove, chiuso da chissà quanto tempo. Con la torcia illumina quello che a conti fatti pare essere un vero e proprio bunker, di chissà quale epoca passata. Un comparto centrale che si divide in tre zone, diritto, a destra e a sinistra. Le esplora tutte, per lo più sgombre a parte brande, armadi di metallo, quello che serve per tirare a campare il cielo solo sa quanti anni, se ben rifornito. Un dormitorio con quattro brande con i materassi stile militare ancora arrotolati e consevati sotto vuoto. Casse di acqua in scatola, cibo liofilizzato. Esplorando incappa in un pannello, la leva abbassata richiede un po' di gioco ma alla fine si attiva e la torcia diventa inutile. Un paio di lampadine saltano, ma le altre riescono a reggere. Lo storage ha tutto il necessario per farti sopravvivere attraverso un paio di guerre nucleari indenne e anche un sacco da leggere, tra vecchi manuali di sopravvivenza anche qualcosa di chimica e medicina in cui si perde, fino a che non ricorda di essere zuppa, infreddolita e sotto terra.



domenica, febbraio 4

Una buona giornata, tutto sommato

03.02.2027
Riapre gli occhi sotto il peso di una coperta spessa che le grava sullo sterno. Ruota lo sguardo di lato, osservando la cannula che gocciola direttamente nel tubicino trasparente della flebo che le hanno attaccato quando è crollata per stanchezza e dolore. Si guarda attorno, non c'è nessuno ma voci filtrano dal corridoio e quando la porta si apre incrocia lo sguardo altrui e vi legge sollievo e rassegnazione al contempo.

- Non posso lasciarti sola dieci minuti che ti fai sparare addosso?
- Sorry, però ho fatto nascere un bambino, ne è valsa la pena.
- Ho visto, sei stata brava.

Arriccia un sorriso mentre dita ruvide, macchiate dal lavoro in officina, le pettinano indietro i capelli. Il colorito non è ancora il massimo, ma le hanno cambiato la fasciatura alla coscia e gli antibiotici tengono a bada le infezioni. Stanca lo è, ma ha l'energia ritrovata di chi ha fatto il suo stramaledetto dovere senza crollare se non quando tutto era finito. Di Sun non parla, preferisce tenere la cosa per sè, non coinvolgere persone che probabilmente non capirebbero. La fanno mangiare, la rimettono in sesto con un po' di coccole. A volte si comporta proprio come un cane, fedele, affettuoso e protettivo. Gli occhi torbidi sostano a lungo sul profilo altrui, soppesandolo con attenzione.

- Cosa?
- Non devi preoccuparti.
- Dimmelo senza un buco da proiettile in una coscia, mh?

La bocca schiusa, le parole incastrate in gola senza poter ribattere in alcun modo. Scoppia a ridere, costretta a dargli ragione. Fa male, ma è un dolore che può sopportare consapevole di aver protetto una donna, aiutato il suo bambino a venire al mondo, ricucito il fianco di una donna che dona la sua esistenza a cercare di epurare il mondo e la realtà dal lordume in cui si è immerso nel tempo. Ha il petto leggero, nonostante la stanchezza, il sorriso fiero di chi, nonostante tutto, ha riguadagnato la forza di fissare l'altra sè nello specchio e non farsi più così tanto schifo. 

- Mi passi i pantaloni?
- Te ne ho presi  altri, quelli li dobbiamo buttare. 
- Owhn, ma sono i miei preferiti...
- La prossima volta non tagliuzzarli per cavarti il proiettile ma sfilali.
- Er... all right.

Sbuffa e fa i capricci ma va meglio. Il dolore è sopportabile, certo, zoppicherà per un po' ma non è nulla che non abbia già vissuto. Si fa aiutare a scendere, rimasta in mutande osserva la fasciatura con soddisfazione. E' evidente che non sia opera sua, le voci fuori dalla stanza l'hanno già avvisata che i suoi due collaboratori sono arrivati. Infermieri di vecchia data, con tanta esperienza da far invidia anche ad un supposto medico. Infila i jeans un po' a fatica, sfruttando la presenza altrui come una stampella. Dipinge un sorriso birbante, lo sguardo da cucciolo si pianta, come fanno i cani mentre stai mangiando per pietire un boccone, pazienti, silenziosi ma ostinati. 

- Cosa vuoi?
- Mi porti in braccio a vedere le stanze?
- Che?!? Are you crazy? Non sono il tuo schiavetto.
- Pleeeeeeeeeeeease!
- Cor... e poi chi ti dice che abbiamo sistemato tutto?
- I know you far to well.

Il broncio che mette le strappa una risata, allunga il braccio per cingergli il collo e si lascia sollevare, trovando il riparo di braccia solide, il calore e il profumo familiare che lascia tracce addosso e si insinua sotto pelle. Nasconde il sorriso, il viso affonda contro la giacca in pelle e aspetta. Si sorprende da sola, aprendo gli occhi solo quando l'ha messa giù di nuovo. Sono solo mobili arrangiati, solo pareti ridipinte, pavimenti puliti e rivestiti, schedari vuoti e mobili chiusi a chiave. Le vetrinette sono organizzate meglio di come avrebbe fatto lei stessa. Le basta un'occhiata per capire la logica, medicinali in alto, garze, siringhe, strumenti sterilizzati. Tutto separato e allineato con metodo che scalda il cuore ad una come lei. L'entusiasmo la porta a saltellare, spedendo una scarica di dolore lungo la colonna vertebrale talmente feroce da farle vibrare i timpani che riecheggiano assieme alla sgridata che le arriva in coda. Stringe i denti, oscilla pericolosamente ma si regge in piedi con abilità d'equilibrista, soffiando una risata amara. Impiglia le dita tra le fibre della felpa altrui, aggrappandosi un po' per avviarsi ad esplorare le altre stanze. E' buio fuori, tardi la sera e la voce no si è ancora sparsa per cui può permettersi di rilassarsi. O almeno così pensava.

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La pistola al fianco ormai è diventata una necessità. A mali estremi ha optato per rimedi semplici, discreti e da utilizzarsi solo se costretti, ma c'è, e da sicurezza premura contro  le costole. Nel fumare una sigaretta rubata, al gelo e senza il cappotto, nel fremito di un brivido il brillio fioco di un core la richiama sull'attenti. La gamba pulsa, gli antidolorifici sono superflui e resiste, senza esitazione. Sono i colori a richiamarne l'attenzione. Il rosso e l'oro le fanno rilassare la linea delle spalle nel riconoscere Legion in avvicinamento. Ma è solo un attimo, la tensione torna a tenderla come una corda quando nota la luce vacillare, il passo incerto, le parti danneggiate. Vorrebbe scattare ma la gamba non glielo permette, trotta però, come un cane claudicante verso il padrone lo accoglie e finisce per incastrasi nella certezza che il pilota non sia un uomo, come aveva creduto fino ad una manciata di secondi prima, ma una donna. Non ha il tempo di stupirsi come dovrebbe, l'accompagna dentro e l'aiuta a svestirsi. Per il braccio rotto e il polmone collassato sa di poter agire, ma le costole e lo sterno richiedono uno spazio che non ha a disposizione, strumenti che non possiede -non ancora- non lì. C'è qualcosa che le punge la nuca, la consapevolezza di una sensazione, qualcosa di familiare che le fa incollare occhiate rapide e precise alla mascherina. L'incarnato, i capelli. La voce metallica non è quella diLegion ma c'è qualcosa di più. Poi la luce la colpisce come il proiettile del pomeriggio: inaspettato, involontario. Julia. La donna su cui sta lavorando è qualcuno che conosce, che si nasconde in un guscio metallico dalle fattezze maschili e tutto prende di senso. Il loro incontro al Pocket, il fatto che la conoscesse di nome. Aspira l'aria che comprime il polmone destro, la mette sotto ossigeno e la mette a dormire. Le controlla il respiro, le riduce la frattura mentre è sedata e caccia chiunque dalla clinica per restare a vegliare su di lei. Le mette il gesso, si assicura che resti coperta, che la febbre scenda. Mentalmente ripercorre ogni passaggio per rimetterla in sesto "se solo potesse" tutta la notte per tenersi occupata prima di iniziare a nascondere i pezzi della shell danneggiata in armadi chiusi a chiave. Ogni mandata è una promessa, di portare il segreto con sè nella tomba. Aveva promesso di non fare guai e ha già rattoppato due Vigilanti in un giorno solo. 

- Iris mi ucciderà.

Però non ci pensa, non ora. Deve occuparsi di Legion, assicurarsi che stia bene e stabile fino a che non la verranno a prendere per occuparsi delle ferite che non può curare lì. La frustrazione le serpeggia sotto pelle, ingoia i resti della cena fredda, legge uno dei vecchi libri che ha recuperato da dare ad Effie perchè possa avere strumenti per aiutarsi nell'apprendere il mestiere che non sia solo pratica, la diagnosi è importante anche nella teoria. La coscia le ricorda di non chiudere occhio, di restare vigile con la Little Surprise contro il fianco a vegliare e proteggere, solo per la notte. In fin dei conti, è stata anche una buona giornata.

lunedì, gennaio 29

Down to earth

29.01.2027 
Quando striscia di nuovo nel seminterrato del palazzo che ha scelto come luogo perfetto non ha più energie. Le ci vuole una manciata di minuti buoni per ricordare di accendere la torcia e quando lo fa la luce rimbalza su barattoli di latta pieni di pittura, travi e materiale edile trasportato lì da un poveraccio che ha ancora la pazienza di inseguire le tracce di un sogno sbiadito con lei. Si trascina fin dentro uno dei piccoli bagni di servizio, la luce filtra a malapena dalle feritoie che fungono da scarsa e fatiscente illuminazione lì sotto, per cui la torcia è la via più facile per specchiarsi e constatare, tra le macchie di ruggine, che i segni delle dita di Victor sulla gola sono là, belli evidenti sulla pelle chiara. Rischia la gola e sputa, ma non con disprezzo o disappunto quanto più per esorcizzare il senso di compressione e nausea che le pesa sullo sterno.
Struscia le suole degli anfibi sul pavimento e si rannicchia lì, accendendo il fornelletto per farsi un caffè annacquato ma necessario. Quando cerca di accendere la fiamma con un fiammifero le dita le tremano. La sente arrivare, risale con prepotenza e le si abbatte sulle spalle: paura. Quella che non ha mostrato prima, quella che è la sua più fedele compagna di viaggio, che ha imparato ad attendere il momento giusto per reclamare il pegno. Si rannicchia, imbambolata in un sacco a pelo spesso e ruvido e piange, lì sotto dove nessuno può sentirla e l'altissimo può vederla per giudicare la sua debolezza.

La prima vera volta che ha sentito quel morso bruciante era ormai decisa a gettare la spugna e tornare a casa con la coda tra le gambe. La Sierra Leone non faceva per lei, lottare per le cose più basilari, la miseria, la fame erano una realtà che la prendeva a schiaffi quotidianamente. Non che venisse da una famiglia agitata ma laggiù anche il c'era meno di niente e troppo da fare. Quattro mesi, ad addormetarsi piangendo, svuotata di energia, senza riuscire a tenere che poco o nulla nello stomaco l'avevano messa a dura prova. Aveva scelto di andare spontaneamente e l'avevano avvisata che non sarebbe stato facile e non sarebbe potuta tornare indietro prima di quattro mesi se avesse cambiato idea ma lei non gli aveva creduto. Aveva rinunciato una volta sola in vita sua e le era bastato. Però, la vita nelle sue sfumature più crudeli e spaventose riserva sempre qualcosa di inaspettato. La capacità dell'uomo di essere brutale e feroce, di abusare e dominare non è propria di nessun altra creatura generata dal signore, ma lì tutte le leggi più scontate diventano aleatorie, non si gioca più con lo stesso mazzo di carte né con le stesse regole e se non lo impari presto ti divorano pezzo pezzo. Un medico che non ha mano ferma è inutile, un medico accecato dalle sue stesse lacrime è patetico, un mero peso di cui liberarsi.
Però poi scatta. È un momento nella vita di tutti, quello in cui qualcosa si spezza. Per lei è arrivato di notte col tremare della terra, un colpo di mortaio, l'odore di nafta e di carne che brucia. Durante la grande guerra i medici mettevano la croce sugli elmetti per evitare di venire cecchinati, poi in qualche momento storico, l'umanità ha deciso che le croci rosse fossero il modo migliore per richiamare il fuoco, che fosse più semplice colpire dove si era più visibili. L'ospedale era un groviglio di tende che scintillavano di lucciole infiammate, le grida sconnesse riempivano le orecchie assieme al fischio persistente di quell'unico colpo impietoso ma dannatamente preciso. Ha ammassato cadaveri e feriti fino a non sentire più le braccia, fino a non percepire il freddo o il dolore, il caldo o il tempo che passava. Ha perso l'aereo per tornare a casa e la possibilità di gettare la spugna in una sola notte di delirio. Poi, quando tutto si è calmato e il silenzio è sceso è arrivata. La paura acre, una mannaia tra capo e collo, il crollo come un castello di carte sotto uno sbuffo capriccioso. Le dissero che era normale, il potere dell'adrenalina, le dissero che era stata brava a reggere e non farsi prendere dal panico e che era fortunata. Fortunata.

Oggi però non si sente fortunata, la gola le fa male ma non è la cosa peggiore di tutte. È il senso di completa impotenza, di avere ragione e allo stesso tempo di non avere potere. Non è dio, anche se ha tenuto i fili della vita delle persone più di una volta non può salvarli tutti. Ma non lo sopporta. Non sopporta quella dannata malattia e non sopporta che le venga impedito di curare qualcuno. Lo attaccherebbe ad un lettino tentando l'impossibile per quell'anno che gli resta se solo le fosse permesso, ma lei non è dio e la vita delle persone non sono il suo parco giochi. Non ne può disporre e non può obbligare nessuno a farsi salvare. Può solo sperare, aiutare fino a dove permesso a tenerlo in vita il tempo che deciderà di vivere, di combattere, per salvare l'unica cosa che valga la pena salvare.

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Addormentarsi sul pavimento freddo è fin troppo facile se ci si sente al sicuro, ma non c'è posto abbastanza distante o riparato dove non arrivino i sogni. Spalanca gli occhi verdi sul buio che la circonda, il respiro annodato in gola fa ancora un po' male. Il suono di passi spedisce un brivido inquieto lungo la colonna vertebrale e si allunga a cercare la pistola che non trova.

- Tienila sempre con te.
 
La voce di Victor le rimbalza tra le pareti del cranio svuotate dalla stanchezza. La luce arriva all'improvviso e delinea una sagoma alta, robusta, familiare. La camminata sicura è un po' la sua, ha imparato ad emularlo da ragazzina ma c'è un velo di minaccia. Si alza, pronta ad incassare ma la mano che le afferra la gola la inchioda spalle alla parete e ce la incassa come fosse di sabbia. Indossa una fede d'oro lucida e i dettagli che prima chiamavano un nome ora si accavallano ad un secondo. Occhi azzurri che la fissano, l'attraversano da parte a parte stringendo le viscere in una morsa di confusione, la furia di un uomo col tempo contato richiama alla memoria quella di un uomo la cui passione e il cui amore erano già scaduti da un pezzo, per venire assorbiti da un rimpianto che non conosce sollievo.
- You can't save them all, little sister
- But I can bloody well try!

venerdì, gennaio 26

Il posto perfetto

26.01.2027 

E’ la quarta volta che si rigira sul divano che non è suo. Il respiro denso che viene dalla camera da letto penetra tra le tempie e la tiene con lo sguardo spalancato mentre macina costantemente idee. E’ da quando ha intrecciato i passi di Julia che ci pensa. E peggio ha iniziato a metterli verde su bianco – e poi verde su verde – dopo che Irene le ha ceduto un paio di fogli colorati che hanno cavato dalla testa altre cose, tra la lista di quello che serve, dove può reperirle, come arrivare ad ottenerle senza doversi esporre. Ha promesso un profilo basso, ha promesso un posto che non causi problemi e non attiri attenzioni indesiderate e ci sta mettendo il cuore. Sbuffa. La coperta è diventata un bozzolo in cui si è annodata. Scalcia per trovare aria, insofferente, incapace di aspettare la mattina. Ha la trepidazione di un bambino che aspetta Babbo Natale ma è troppo maledettamente testarda per farsi aggredire dagli assalti del sonno alle spalle. 

Pianta i piedi scalzi a terra e si issa a sedere sul divano. Lo sguardo allargato è vivo e animoso, si fissa sul buio fino a che non definisce con certezza le forme, abbastanza per poterle schivare senza rimetterci una rotula non essendo uno spazio che le è completamente familiare. Si alza, lascia che la coperta sbrogli la matassa da sola raccogliendosi attorno le caviglie per abbandonarla lì come una seconda pelle e strisciare verso la camera da letto. Dal respiro che sente ancora chiaro sa che quella povera anima che le ha dato un divano per la notte sta dormendo sonoramente, ma non ce la fa. Da quando erano bambini lei è la sua spina nel fianco, qualcosa che ti da fastidio ma di cui non riesci a liberarti e alla fine diventa una simbiosi anomala e sbagliata ma pur sempre un legame. Pianta le ginocchia sulla piazza libera, si allunga sulle coperte e striscia fino a guadagnare il fianco, bloccandolo. Gli occhi piantati sul profilo che piano piano emerge nelle ombre della sera densa. Sorride, colpevole e ruffiana allo stesso tempo. Si sporge, soffia piano un richiamo quasi uggiolato, come i cani che grattano alla porta o ti fissano con il guinzaglio in bocca. Un respiro più profondo degli altri, un movimento più coordinato, sono i sintomi che qualcosa ha fatto breccia. Si sposta da sopra le coperte, si infila sotto e il tepore ammansisce i muscoli, senza però riuscire a scalfire la determinazione di essere una rompipalle. 

Ogni femmina sa diventare approfittatrice se torna comodo e quando si conoscono i propri polli le cose diventano sempre più facili. E’ come un copione già scritto, ripetuto e ripassato fino a sapere a memoria le parti di entrambi. Nel dormiveglia è come un cucciolo che si muove a casaccio, per quanto le mani grandi non abbiano nulla dell’innocenza di un animaletto, anche la vicinanza non si sporca di intenzioni a cui debba porre rimedio. 

- Mi serve un favore... 
- Mh? 
- Mi serve un favore... 
- Non ora... 

La voce impastata biascica e struscia le sillabe, il respiro le si infrange contro il collo, le mani le spostano i capelli e la barba struscia contro la pelle senza pungere perchè troppo lunga per risultare ispida. Lei lo lascia fare, lascia che si prenda spazio, che metabolizzi le sue intenzioni senza opposizioni dure, senza muri contro cui rimbalzare. Lo accompagna verso quello che le serve, un po’ più manipolatoria del solito ma per una causa che le batte in testa come un martello pneumatico. Quando la preme con le spalle sul letto e la sovrasta lei ha un sorriso aperto ma che fende il buio come la lama di luce attraverso le imposte al mattino arriva a pungere con allegria. Una mano le mappa il fianco sinistro, l’altra trova l’interruttore della luce sul comodino. Gli occhi che la fissano sono piccoli e sospettosi, incrostati di sonno e arrendevolezza. 

- Cosa vuoi Cor? 
- Mi accompagni a casa? 
- Oh Jesus Christ, can’t you wait until morning? 
- No. 

La risolutezza che gli sbatte in faccia è come una secchiata di acqua gelata. Sbuffa, borbotta, appoggia la fronte contro il suo sterno e nasconde il viso facendo i capricci come un bambino. Qualsiasi tensione potesse esserci è andata spegnendosi in quel preciso istante, con una sola sillaba che spezza l’equilibrio e la vede troneggiare ancora una volta con il carattere di merda che si ritrova.

- Ti odio. 
- Lo so, mi accompagni? 
- Ovviamente. 

La voce è ovattata, le parla contro il torace, mordendo la maglietta che indossa per scaricare un po’ di frustrazione, giusto quell’animosità che avrebbe chiunque nel venire svegliato apposta solo per essere rotto le scatole. Lei però lo coccola, con una gratitudine che non esprime a parole ma fa filtrare tra i gesti, le dita che passano tra le ciocche troppo lunghe, che cercano di far emergere il broncio dal proprio sterno e costringerlo ad impattare fronte contro fronte, stampando piccoli baci puliti a casaccio prima di lasciarlo vestirsi in santa pace, senza mettergli più fretta nonostante stia fremendo sotto pelle e abbia già acceso la seconda sigaretta in poco tempo. 

Correndo su per le scale per poco non si cappotta, inciampando. Si tuffa in casa con la furia di un tornado, buttandosi nell’armadio per uscirne con addosso discutibili combinazioni di pezzi che per lo più appartenevano ad altri in altre epoche storiche quando le mode erano... altre. La povera anima che ha svegliato dal proprio sonno ad aspettarla sotto con il pick up blu a motore ancora acceso perchè in fondo non ci doveva mettere poi tantissimo. Il gruignito indisposto lo scioglie con l’entusiasmo di una ragazzina che si fionda sul sedile unico che unisce guidatore e passeggero spalmando un bacio che sa di pane e marmellata sulla guancia barbuta. 

- Hai preso quello che ti serve? 
- Sìììììì! 
- Devi smetterla con gli zuccheri cazzo 
- E tu smettila con il broncio, ormai il sonno è andato, rassegnati e guarda che bella giornata! 
- Fa un freddo cane. 
- Mantiene meglio, avanti passiamo da Paddy che voglio vedere se ha ancora quelle vecchie latte di vernice per interni. 
Come un capitano sulla prua di una nave punta all’orizzonte e segna la rotta, entusiasta e piena di emozioni positive nonostante l’impegno che si delinea tra fogli verdi e fazzoletti dello Starbucks sia tutt’altro che semplice. Lui che la conosce sa che non ci sono Santi che possano opporsi alla sua cocciutaggine, non quando è in modalità uragano. Ma lui deve tornare a lavoro, l’officina ha bisogno di lui per cui l’abbandona a metà strada, lasciandola a scarpinare i restanti due blocchi come una scolaretta diretta alla lezione. La sera prima si è segnata i riferimenti, adesso sa come trovare il suo punto perfetto e da lì è tutta discesa.