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mercoledì, maggio 16

Promettere

15.05.2027
In silenzio osserva la moto di Niall allontanarsi lungo la Ghost Road dopo che l’ha riportata alla clinica. E’ solo quando non percepisce più il rombo del motore come un ronzio nelle orecchie in lontananza che svuota i polmoni di un sospiro profondo, strisciando oltre la porta d’ingresso del Basement per andare ad infilarsi sotto terra. Chiude la pesante porta dietro di sè, taglia fuori il resto del mondo mentre un ronzio sinistro annuncia l’accensione dei sistemi di sopravvivenza di quel piccolo bunker nel Desert Side che ha eletto a nido, tana, a volte anche sarcofago. A Neit ci pensa Julia, i danni subiti nello scontro con Nuke non sono che un lontano ricordo, anche sulla sua pelle e lo deve solo a Dr. Exodus. Non è stato poi tanto male farsi strigliare a dovere, in fondo le manifestazioni di affetto, anche se sotto forma di tirate d’orecchi, lasciano un minimo di calore in più dietro lo sterno. Trascina una tazza dal tavolo d’acciaio e si scansa fino alla branda, l’aroma di caffè riempie l’aria stantia con una traccia più gradevole e resta in silenzio ad ascoltare il suono dei suoi stessi pensieri. 

E' stata una serata strana. Le premesse erano un "dobbiamo parlare" che non è mai qualcosa di buono, dove in realtà non c'era nemmeno nulla di male. La birra è sempre un ottimo pacificatore, ma più di tutto lo è il percepire sotto pelle la forza di un legame che è profondo e viscerale. Non a caso lo ha guidato fino allo spiazzo sul fiume, non a caso ha scelto quello scorcio, quell'angolo condiviso fino ad ora solo con una persona. Il suo posto, quello dove avrebbe voluto portarci Andre un giorno per parlare, e dove invece è finita per affrontare una questione ben più spigolosa con Niall. Non è giunta a sorpresa il fatto che la maschera di Neit sia stata inserita tra i ricercati, tutt'altro. E' già molto il fatto di non essersi trovata la Force a bussare sotto casa con le manette e un mandato d'arresto, una volta tanto. Non se la sarebbe presa comunque, i compromessi esistono, fanno parte del gioco e a volte si è costretti ad agire in determinate maniere pur di mantenere la rotta lungo la via che si crede essere giusta. Non gli avrebbe mai fatto una colpa se l'avesse denunciata, ma non lo ha fatto. L'ha protetta, come molti altri cercano di fare costantemente, come Exodus, come Legion, come Minoko, come If, come Galen, o Victor, o Andre. Ognuno con una maschera o senza, poco importa. Non è la maschera che fa la differenza è chi ci sta dietro, le ragioni che spingono a muoversi, a scegliere quali battaglie imbracciare e quali persone trascinare dietro la barricata. 
Quando le ha chiesto di smettere ha riso. Ha appena cominciato, dannazione, non può tirarsi indietro, non ora. Ora che sa di poter fare quel 'di più' che le era sempre stato precluso, ora che ha ottenuto la spinta, il primo movimento che mette in moto la macchina non può tirarsi indietro, tornare alla vita di sempre sapendo che c'è un modo per prevenire quello che invece fino ad ora era stata costretta a curare, non importa il prezzo. Sapere che lui si trova dall'altro lato della barricata non è nulla di piacevole, però è un punto di vista su cui fare affidamento, per trovare il giusto compromesso. 

I will prevent disease whenever I can, for prevention is preferable to cure.

Questo ha giurato il giorno in cui è diventato un chirurgo. Ed è la ragione dietro ogni scelta fino ad ora. Il motivo per cui non ha rifiutato la proposta di Julia di avere una tuta che potesse fornirle quella protezione che le mancava. Il motivo per cui ha scelto di farsi allenare, di imparare e ha lottato e ha sudato per arrivare ad assorbire le tecniche che Niall le ha trasmesso. Non può tirarsi indietro, non importa quale sia il rischio a cui va incontro. E per quanto le ricordino che il Basement va avanti in funzione di lei non può smettere di pensare che non deve e non può essere così.

I will respect the hard-won scientific gains of those physicians in whose steps I walk, and gladly share such knowledge as is mine with those who are to follow.

Ad Effie ha cercato di passare quello che sapeva, di condividere e non trattenere. L'ufficio al Basement è pieno di libri di medicina, consulti, compendi, opinioni anche discordanti perchè la scienza progredisce anche mettendo in dubbio il lavoro altrui, pur rispettandolo costantemente. E sul giornale, un trafiletto minuscolo in un angolo buio, dove la cronaca diventa l'unico punto di interesse per persone che non vedono altro che malessere attorno e devianza sociale, lei è lì. 18 anni, praticamente la sua intera vita in una macchina che non concede redenzione. 18 anni di rabbia contenuta in un corpicino dall'apparenza fragile. Eppure, nel rendersi conto che quel musino è finito in galera non prova delusione, nè risentimento. Le accuse non sono diverse da quelle che avrebbe ottenuto lei in condizioni simili, immagina. Il caratterino tenace, la lingua lunga, la propaganda e la forza d'animo, la determinazione e la collera che l'animano non sono prodotti di una società funzionante, ma di un sistema rotto, spezzato dall'ignoranza e dalla crudeltà. Iphigenia Clark è la reazione naturale del mondo a tutto quello che di ingiusto è scaturito da una guerra che ha visto sofferenza sotto ogni bandiera, colore e genere. Ha promesso di darle tutto quello che aveva, e non sa nemmeno se sia riuscita a farlo.

I will respect the privacy of my patients, for their problems are not disclosed to me that the world may know.

I segreti che ha raccolto, volente o nolente, continua a tenerli per sè fino a che non sarà costretta a fare una scelta. Julia e Legion. La taglia sulla sua testa, le minacce da parte di una maschera oscena che viene definito il capo del Sindacato. Da quando Darius non è più in circolazione si è posta molte volte il dubbio riguardo chi si sia accaparrato la sua poltrona. Ha allentato la presa, si è presa i suoi spazi e su quel numero non ha più ricevuto richieste, e da una parte è un bene. Fintanto che non sapeva poteva anche chiudere entrambi gli occhi, ma le cose hanno iniziato a diventare pubbliche, le facce che conosceva iniziavano a venire associate a crimini e non il genere per cui sarebbe riuscita a tacere ancora a lungo, motivo per cui non può che ringraziare ogni secondo se quel ramo è finito per seccarsi e cascare da solo. Però... Genesis e Legion non si toccano, così come non si toccano Clem e Julia sotto i loro gusci metallici. Lei sa che il segreto lo serva con assoluta cura. Sa che non c'è modo di riuscire a cavarglielo dalla testa, nemmeno con i poteri di cui alcuni sono disposti. Però il fatto che si sia insinuato un sospetto non lo digerisce. Non da parte di Julia, che continua a fidarsi nella stessa misura in cui lei fa altrettanto, ma è lo stesso: chi tradisce tuo fratello tradisce te. Egualmente tiene al sicuro il segreto di Niall, per quanto lo schiaffo di vederlo sotto il casco rosso ancora lo senta pulsare nel profondo, la consapevolezza che dietro una maschera di Patriot potrebbe esserci qualcuno a cui tiene la rende determinata più che mai ad evitare lo scontro con chi, di fatto, fa solo il proprio mestiere. Galen e Victor sono facce di una medaglia che ha scelto di chiudere in un cassetto. Gli incidenti alla manifestazione, la rapida escalation di violenza è qualcosa che ancora fatica a digerire nella maniera più assoluta però... non riesce e non può giudicare, se lei per prima non è priva di peccato. Non sarà la sua mano a scagliare alcuna pietra, mai, non importa quante ne vorranno lanciare a lei.

Most especially must I tread with care in matters of life and death. If it is given me to save a life, all thanks. But it may also be within my power to take a life; this awesome responsibility must be faced with great humbleness and awareness of my own frailty. Above all, I must not play at God.
Non approva. Gli impiccati lungo la via, le manifestazioni di violenza, l'assenza di pietà. Non è qualcosa che la vedrà mai schierarsi a favore. Non all'abuso, non al soppruso. Lo capisce, i compromessi, come ha detto Exodus devono essere fatti, scendere a patti con azioni discutibili pur di preservare la vita e la dignità, ma il confine è labile, a volte troppo. E quando Niall le ha chiesto di non diventare come loro non ha esitato a prometterlo. Perchè non deve e non può giocare a fare Dio con le vite degli altri. Come medico ha potere di vita e di morte, la vita di alcuni è nelle sue mani più di altri, ma restare con i piedi ancorati a questa promessa è il primo passo per non farsi contaminare da tutto quel che di orrendo c'è attorno a loro, restare umani, restare persone. Colpire per disarmare, neutralizzare e non uccidere. Meglio incassare un colpo in più che dover spezzare una vita, non importa quanto lurida o corrotta. La redenzione non è un impossibile. Improbabile in alcuni casi, ma non impossibile. E forse è per questo che continua a sperare, stupidamente, che Lui torni, che cambi idea, che riesca a vedere quello che vede lei. Nonostante la sentenza ad altri 20 anni, nonostante il destino abbia voluto impedirle di arrivare in orario al turno visite alla prigione e vedere la sua faccia contrarsi nella rabbia e nel risentimento - tanto per cambiare. Per sentirlo inveirle addosso perchè si espone troppo, perchè rischia troppo per lui. Mentre lui può mettersi a fare la guerra a Hammerhead e compagnia solo per difendere lei e Clem. Per la sua salute, per la sua vita che ha promesso di cercare di salvare. Il compromesso sta comunque nel tentare di salvare anche la sua anima, per chi ci crede. 

I will remember that I remain a member of society, with special obligations to all my fellow human beings, those sound of mind and body as well as the infirm.

If I do not violate this oath, may I enjoy life and art, respected while I live and remembered with affection thereafter. May I always act so as to preserve the finest traditions of my calling and may I long experience the joy of healing those who seek my help.


giovedì, febbraio 22

Numero sconosciuto

21.02.2027
Ha promesso che avrebbe dormito dopo il goccetto condiviso con Darius ma proprio non ce la fa. Fissa il bicchiere, oscillando quel poco che resta di liquore ambrato, movimenti ipnotici del polso, pieni, morbidi. Sospira ripassando nella testa ogni fotogramma delle dita dell'uomo mentre le ricuce il buco nel braccio, ripassa e sottolinea gli errori che segna su di un blocchetto "per la prossima volta". Stenta a tenere la testa dritta ma una parte di lei è lucida da far schifo e vorrebbe davvero farla smettere di rimuginare ma nè gli antidolorifici, troppo blandi, nè l'alcol aiutano. Per questo dormire non è un'opzione valida, si conosce abbastanza bene da sapere che se abbassasse la guardia lascerebbe loro campo libero. 
Un brivido la fa sobbalzare sulla sedia. Sgrana gli occhi e si guarda attorno, per un solo istante le è parso di sentire tutte le grida della sera prima. Gli uomini agonizzanti oltre qualsiasi possibilità di soccorso, le urla della Patriot bionda nella nebbia viola, la voce metallica della ragazza col buco nella spalla e i poteri, quella canzone sussurrata tra le grida di dolore e paura. Si alza di scatto, buttandosi la giacca addosso nonostante i punti inizino a tirare e dare fastidio, prende le chiavi del pickup, infila il revolver nei jeans e si incammina fuori dalla clinica, litigando con lo zippo e le sigarette. Marcia accanto l'auto e si allontana a piedi, sapendo che con tutto quello che ha assunto per dominare sè stessa, finirebbe con molta probabilità contro un palo o peggio. 
Cammina e per un attimo solo la sfiora la voglia di passare dal Ruin, andare a trovare Routh ma poi ricorda che lei non c'è più e che dovrà campare con l'ennesimo debito non saldato. Allora riprende a camminare fino a che la stanchezza non diventa nausea e il dolore qualcosa di persistente, un sottofondo in cui naviga il cervello. Cammina fino a che il corpo non entra in modalità automatica  avanzando per inerzia e la mente semplicemente si spegne. E' in quel momento che trova la forza di cantare. Da ragazzina non faceva altro ma ha gradualmente smesso perchè di esternare quello che sente ha imparato a farne a meno, o a cercare di nascondere quanto più possibile la debolezza dietro una determinazione fastidiosamente feroce. Lungo le strade parallele alla Ghost Road lascia che una delle sue canzoni preferite le scivoli tra le labbra, la voce roca, priva di enfasi almeno sulle prime note.

We are proud individuals living on the city
But the flames couldn’t go much higher


Ha sempre camminato un sacco per scaricare il nervosismo, la frustrazione, la rabbia. Può sopportare un proiettile nel braccio, i punti a crudo, ma non riesce a sopportare di restare impotente, di non poter fare, che le venga impedito di agire. Da qualche parte in lei c'è qualcuno che le ricorda che non può salvarli tutti e di certo ieri sera non avrebbe potuto fare nulla per quegli uomini, le loro grida, l'orrore. Ma non si accontenta. Non riesce semplicemente ad accettare di non avere la forza di fare di più.

Oh, that’s life
Left dripping down the walls
Of a dream that cannot breathe
In this harsh reality


La realtà è uno schiaffo costante, un muro che prende a testate costantemente. Come il venire a patti con lo stare tra l'incudine e il martello, consapevole che presto o tardi diventerà un ostacolo per qualcuno e dovrà guardarsi le spalle anche da quelli con cui, fino ad ora, ha mantenuto i patti chiari. Si guarda attorno, lo sguardo docile inquadra i segni, la strada la conosce e la segue, testa bassa, impattando la spalla sana con la gente, evitando per un soffio di puro istinto quelli che rischiano di schiantarsi con quella ferita. Sale le scale a due a due, allungando la mano sulla vernice scrostata, toccando le bolle, i graffi prima di far impattare le nocche. Tira su col naso, vacillando sulle gambe incerte e quando le viene aperto perde l'equilibrio con la sicurezza e la fiducia di chi sa che se anche arriva a baciare il pavimento non farà mai male come quello che ha provato assistendo impotente alla morte di persone, stronzi, senza dubbio, ma pur sempre persone.

From which we’ll rise over love
Over hate
From this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear and into freedom
You just got to hold on!

Le gira la testa, il braccio fa male ma non fa una piega, ha imparato a gestire il dolore, ignorarlo e passare oltre, come ha fatto la sera prima. Non si pente di aver scansato Flare dalla traiettoria del proiettile, prendendoselo al suo posto, non le ha dato fastidio venire richiamata, sgridata per l'ennesimo colpo di testa, così come non si è risentita di come le abbiano ricordato che sia "Solo un medico", infatti è quello che è, orgogliosa di esserlo, dannatamente fiera. 

To those who can hear me, I say, do not despair

The misery that is now upon us is but the passing of greed
The bitterness of men who fear the way of human progress
The hate of men will pass, and dictators die
And the power they took from the people will return to the people
And so long as men die, liberty will never perish
Don't give yourselves to these unnatural men
Machine men with machine minds and machine hearts!
You are not machines, you are not cattle, you are men!
You, the people, have the power to make this life free and beautiful
To make this life a wonderful adventure

Le braccia di Ryan l'accolgono al volo, abituato a farle da cavalier servente. Vede le sue labbra muoversi, legge la preoccupazione nei suoi occhi ma la verità è che ha solo bisogno di dormire e ha paura di farlo. Lui non ci pensa due volte a tirarsela in braccio, chiudere la porta con un calcio e portarla a stendere sul letto. E' conciliante, è soffice, il profumo familiare, di qualcuno di cui fidarsi senza sconti, senza timore, una lealtà fedele come quella dei cani, reciproca come può essere in un branco, per quanto ormai siano solo rimasti in due, solitari e sparpagliati rispetto a quelli che erano un tempo. Lo trattiene, le dita impigliate contro la felpa degli Eagles. Lotta contro di lui per non farlo andare, nonostante paia solo volersi premurare di prenderle qualcosa, lei insiste, le dita si fanno d'acciaio, se lo tira addosso cedendo terreno all'unico modo che ha di tenerselo vicino, ora, lì. Schianta la bocca contro la sua, lo assapora avida, bisognosa fino a che tutto si scioglie e diventa fluido, lontano come la musica che sfuma.

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Quando il cellulare le suona si rotola nel letto, impigliata tra le lenzuola. Numero sconosciuto.

Ciao carissima. Tu non mi conosci ma io conosco a te, sono Phantom Quartz. Senza perderci troppo in chiacchiere, c'è un vigilante ferito nella discarica di Philadelphia. Ha un polmone perforato... immagino non sarà un problema per te recuperarlo e dargli una riassestata.
- Shit!

Le chiavi sul tavolo, l'angelo le ha parcheggiato il pick up sotto casa sua, il biglietto appeso alla porta perchè qualcuno dei due deve avere turni e orari normali. Quando arriva alla discarica di gente ce n'è tanta da recuperare, il polmone perforato è un problema. La strada da lì a Groundwaters è un battito di ciglia.

And we’ll rise over love
And over hate
Through this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear
And into freedom
Into freedom!





mercoledì, febbraio 14

Epiphany

13.02.2027
Le epifanie arrivano sempre quando meno te l’aspetti, o non sarebbero epifanie d’altronde. Per lei capita in momenti discutibili, per lo più legati a sregolatezza e mancanza di amor proprio. Di norma il copione prevederebbe lei a sostenere la fronte di qualcun’altro, brilla abbastanza da riderne ma non sbronza abbastanza da finire per collassare a propria volta. Da che il fratello e i suoi compari l’hanno battezzata nell’alcol non ha mai perso completamente il controllo se non in rari casi e a quanto pare qualcosa l’ha spinta fin oltre il limite. Spalancando gli occhi verdi, acquosi e arrossati per lo sforzo, si affaccia sulla tazza di porcellana di un appartamento nella North che non è il suo. Le dita callose le sorreggono la fronte, si impigliano tra i capelli mentre ricaccia anche l’anima tra le lacrime e la frustrazione. Di solito è lei a prendersi cura degli altri così, era il suo compito, il suo ruolo e trovarsi in quella situazione non fa che acuire il senso di insoddisfazione e fastidio. Svutata di energie e di forze si accascia come un sacco di iuta e viene prontamente raccolta, con la ritrosa rude dolcezza di qualcuno che non è affatto abituato a dover essere l’infermiere di turno. Un caffè nero e lenzuola che sanno di fresco sono un toccasana così come lo è l’assenza assoluta di domande, il silenzio comprensivo di chi ti conosce da una vita e non ha bisogno di sentirti parlare per sapere come stanno le cose.

Ha esagerato, lo capisce semplicemente da come le tremano le dita, da come le ginocchia stentino a reggerla, da come il battito cardiaco sia impennato. Ha esagerato e lo capisce dal sapore che le raschia in gola, non importa quanti caffè butti giù o quante aspirine prenda. Le tempie, quelle non perdonano, ha un dannato martello pneumatico nella testa e niente sembra riuscire a spegnerlo. Non si vergogna, di rannicchiarsi su di un letto che non è suo diritto occupare, così come non prova vergogna nel pietire braccia robuste entro cui nascondersi per soffocare le lacrime frustrate contro il cuscino che si sporca di trucco e che poi dovrà pulire. Odia essere vulnerabile e allo stesso tempo non riesce ad evitare di finire costantemente in difetto. Eccedere nell’alcol questa volta non le è servito. Non è bastata la sbronza a scacciare gli incubi, non trascina il corpo in un sonno senza sogni com’è successo per notti passate, tutte le notti passate da quando ha avuto il faccia a faccia con Matt che ancora la tormenta. Ha espresso i propri dubbi con sincerità a Darius, dubbi legittimi che nella sua testa filano come una storia già sentita da qualche parte. Non è abbastanza. Non lo può essere perchè lei non si sdoppia e quando cura lo fa lentamente, non ha la magia di Routh e, sopra ogni altra cosa, i mali della testa la spaventano da morire. Quando spalanca gli occhi è madida di sudore, un profilo incombe su di lei e la confusione viene subito annullata da un odore. La memoria olfattiva è qualcosa di meraviglioso, ha la capacità di evocare cose di cui si credeva di aver perso ogni traccia. Sbotta a ridere, nervosa mentre scivola via dalla stretta protettiva per infilarsi in bagno, buttarsi sotto la doccia e uscirne ripulita, almeno all’esterno.

Fa un ampio respiro ma le spalle sono curve, il peso al centro dello sterno lo sente agitarsi. Allunga la mano, la passa sul vetro appannato e si fissa in viso. Lo vede fin dentro le ossa, il male di cui le parlava la nonna da bambina. Una condanna, tramandata per generazioni, di padre in figlio, di madre in figlio. Annidata tra i geni di cui tanto fieramente si vanta con gli altri c’è quella malinconia che consuma, figlia di un popolo perennemente sconteto, insoddisfatto, che non dimentica mai i flussi migratori, le invasioni, gli abusi di governi la cui sovranità non è al popolo, l'aggregarsi in comunità che sono famiglie, che inseguono le radici e le piantano, infestanti come la gramigna in giro per il mondo. Però, nonostante l'abilità ad adattarsi, ad infestare resta sempre l'irrimediabilmente afflizione del mal di casa. Nan lo diceva sempre, quelli come loro sono destinati a soffrire, perchè è nel loro DNA. Non importa quanto diluito nel tempo sia il legame con la madre patria, l’Irlanda ti ruba un pezzo e se lo tiene stretto come una madre possessiva.
Nell’affacciarsi dal bagno contempla il profilo di Ryan e un ricordo la colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco.


Aveva 15 anni la prima volta che viaggiarono tutti oltre oceano e l'Irlanda non era nulla di quello che le avevano raccontato. Papà non faceva altro che abbracciare gente, stringere mani e caricare le bisacce della moto. L’MC era tutto raccolto poco fuori la periferia di Belfast; da ogni parte del globo motociclisti e pezzi delle loro famiglie, un’unica grande tribù accomunata principi solidi -a detta loro- e simboli stampati con l'inchiostro sulla pelle e con la stoffa sulla schiena dei gilet. All’epoca aveva una visione particolarmente romantica della vita dei membri maschili della sua famiglia. Era l'unica femmina del gruppo e la cosa non compiaceva affatto la nonna, ma lei non volle sentire ragioni. Fece il diavolo a quattro pur di andare con 'i ragazzi' a visitare gli amici e vedere quello di cui aveva sempre solo sentito parlare, nelle canzoni, nei racconti, il posto a cui tutti erano così dannatamente fieri di appartenere. Si sa però che i racconti e la realtà non sempre coincidono. La polizia era ovunque, i confini pattugliati, ma i pub erano pieni di musica e vitalità. Da Belfast dovevano raggiungere Dublino passando il confine in una processione che richiese non poche autorizzazioni, e lei avrebbe viaggiato con papà, come aveva promesso spesso ma mai fatto. Documenti sempre pronti per passare i blocchi, mazzette che passavano di mano in mano, una ragazzina che in qualche modo fungeva da imbonitore. Una mezza pinta di Guinness originale, sotto banco perchè ancora non aveva l'età era il suo premio inconsapevole di essere uno strumento agli occhi del padre, o semplicemente, preferiva già all'epoca non sapere e fingere che tutto andasse bene.
Per lei che era nata e cresciuta negli stati uniti non era semplice capire cosa ci fosse di così complicato nell'unire due pezzi di una sola piccola isola minuscola, il paese in cui è nata di stati ne comprende 52 di cui uno sparso nel Pacifico come briciole di pane e una fetta praticamente in culo all'Artico, la voglia di capire il perchè di barriere, posti di blocco, lingue e colori differenti la spinse ad interrogare uno degli amici di vecchia data di Mickey che stava con loro. Lo sguardo di biasimo che le riversò addosso una domanda innocente, portata senza riflessione e senza sfondo, a piantare il seme. E così fu che venne spiegato tutto. Da Cromwell e la tirannia, Orange Walks, Cattolici e Protestanti, Easter Rising, Original IRA, Collins, Lynch, Bloody Sunday, Bobby Sands, P-IRA, R-IRA, New IRA. Scissioni, bombe, morti, attentati. Case in fiamme, bambini e donne uccise. Abusi, soprusi, dolore ad una manciata di km da dove stavano loro. Comprese in quel momento perchè la nonna ripeteva che erano dei dannati, perchè le storie, quelle cupe di guerra e ribellione riuscivano a toccare le viscere, farle torcere nel fastidio dell'impotenza, scoppiavano di rabbia e incomprensione. Sentire sempre una sola campana, quella intimamente legata al senso di unione. Si ritrovò con i lacrimoni senza nemmeno capire perchè, la mano di papà sulla testa, una coccola come non ne aveva mai ricevute, che sapeva di consolazione. Colin era fiero dei suoi figli, della sua famiglia, ma le effusioni non erano da lui, non da quell'uomo alto e scuro, con troppe rughe per la sua età e gli occhi spiritati, densi di rabbia bruciante che lo ha consumato in fretta assieme al suo fegato.


Quella sera - lo ricorda improvvisamente - dormì accoccolata tra Mark e Ryan, aggrappata alle magliette di entrambi perchè la birra le faceva dondolare la testa e i racconti le diedero gli incubi. Ha sempre avuto il vizio di cercare qualcuno che scacciasse i suoi mostri, se non era papà era Mark, se non era Mark era Ryan, se non loro Cian. Gli irlandesi non sono fatti per stare soli, ma irrimediabilmente ci finiscono. E' la loro croce, il loro tormento. Quando riemerge dai ricordi si ritrova a specchiarsi nei suoi occhi scuri, il calore del corpo prossimo, l'odore della pelle, di una canna di troppo e il sapore di birra sulle labbra. Ha smesso da tempo di essere quella bambina, ma ancora riesce a farsi sorprendere dalle emozioni altrui, che sia rabbia, o paura, o desiderio. Il respiro, improvvisamente accelerato lo sente infrangersi contro il viso, l'attrito tra pelle e asciugamano gradualmente viene meno e quando tra le scapole sente premere debolmente lo stipite della porta del bagno chiude gli occhi, rilasciando la tensione. E' un attimo che quella tensione torna ad annodarle i muscoli: la stanza inondata dalle note di Sunday Bloody Sunday degli U2, la luce led dello schermo illuminato che spezza ogni equilibrio. Entrambi voltano la testa di scatto, perchè entrambi sanno cosa significa quella canzone. L'ha messa lui per lei, l'ha associata lui ad un numero che ha stentato a inserire in rubrica ma che si ostina a tenere nel portafogli. Le sue labbra si muovono, un debole 'Cannot catch a break' esasperato le fa arricciare un sorriso debole, colpevole mentre le bacia la cicatrice sulla spalla e lei scivola via, lanciandosi contro il comodino per recuperare il telefono ma il nome sullo schermo non è quello che si aspettava e il cuore le si spezza, ancora una volta, come infinite volte prima di quella quando si è permessa di sperare e di farsi illudere. Ringhia quando risponde e dall'altro capo si alza un muro indignato di silenzio.

- Che cazzo vuoi?
- ...
- God have mercy, Cian, che c'è?
- Ti sei dimenticata di chiamare, te l'avevo chiesto come favore personale.
- Shit... I... mi spiace
- Yeah, I know. Lo so che ti spiace, ma mai abbastanza. Listen, se non vuoi parlarne basta che lo dici.

L'urgenza le si infila tra le costole e stringe il cuore con dita gelide. Ruba una sigaretta dal pacchetto di Ryan e si chiude in bagno, seduta sulla tazza a discutere con il suo ex marito per non sa nemmeno lei quanto e quando riemerge, confusa e preoccupata si rende conto di essere di nuovo sola. Lui non c'è, lo ha letteralmente fatto uscire dalla sua stessa casa in cerca di una boccata d'aria. Ruba una felpa, un pantalone di tuta in cui navigano le gambe snelle che raramente mostra. Il brivido preoccupato viene presto scalzato da uno spiffero che le si arrampica lungo la cervicale e le fa finalmente notare che la finestra è aperta e le chiavi del pick up sono ancora appese al muro. Si infila sulla scala antincendio trovandolo sul tetto in maniche corte a sbollire l'ennesima delusione. Il sospiro le si annoda tra le labbra in cui affonda gli incisivi, lui evita di guardarla ma sa che è lì e alla fine si arrende richiamandola con un cenno come farebbe un padrone con il proprio cane dopo che gli ha distrutto casa e hanno litigato. 
Gli scivola in braccio a cavalcioni, affondando le dita tra le ciocche che ha scorciato sotto sua insistente richiesta, sforzando il suo viso affinchè lo sollevi per schiantare le labbra contro le sue, affondare un bacio morbido ma allo stesso tempo privo di quell'elettricità che è stata irrimediabilmente soffocata dal suono del cellulare. La presa sui fianchi è possessiva ma non affamata, gli occhi tornano a specchiarsi e la malinconia di lui colpisce nel profondo.

- I'm sorry.
- I know.
- I miss him.
- Me too.

Per la prima volta da quando si sono ritrovati parlano di lui apertamente, prima era solo sussurrato, legato ad episodi e rapidamente accantonato perchè la ferita fa male e non solo a lei. Il non sapere di norma è la sua regola per dormire sogni sereni, ma nel caso del fratello è costante, doloroso, logorio, un'emorragia a cui non riesce a porre rimedio, che non riesce ad arginare non importa cosa faccia. Dicono che nessuna notizia sia una buona notizia, ma non dopo una guerra come quella passata di cui ancora il mondo porta feroci cicatrici, non quando si tratta di un fratello, un patriota, un fuggiasco.

- Cosa voleva tuo marito?
- Ex
- Same thing, che voleva?
- Se ne vuole andare in missione
- You gotta be kiddin' me, e Liam?

Non ne vuole parlare. Lo guarda negli occhi e tace, ingoia il silenzio a bocconi amari e semplicemente gli si stringe addosso.

- Ci facciamo una birra?
- Non hai bevuto abbastanza?

Non ha tutti i torti. Sono troppe notti di fila che si addormenta solo per effetto dell'alcol e così non va. La resa le piega le spalle, gli scivola tra le dita con indolenza, trascinandosi a stento in piedi mentre lui finisce l'ultima sigaretta e lei striscia di nuovo dentro l'appartamento, allungandosi sul divano che ha coattamente occupato. Si schiaccia tra i cuscini, improvvisamente sottile, svuotata di tempra e resistenza, molle. Sente i passi scendere pesanti e far vibrare il metallo, il sospiro pesante, paziente, mentre la guarda e chiude la finestra. Il peso docile che le si abbandona accanto, che si addossa rubando coperta, insinuando la mano attorno alla vita per tirarsela possessivamente contro, cercare una posizione comoda per entrambi in un divano troppo piccolo e finisce per sorridere, ascoltare il respiro di Ryan che via via si fa lento, pesante, a mano a mano che sprofonda nel sonno e alla fine riesce a contagiare anche lei. Dorme, finalmente. Dopo giorni stancanti a lottare contro i suoi stessi limiti, dorme e non ha paura degli incubi perchè c'è qualcuno che li scaccia per lei ancora una volta.

martedì, gennaio 23

Familiar faces worn out places

23.01.2027
Doveva solo comprare le sigarette. Invece si è trovata praticamente prelevata sotto casa senza una spiegazione e senza un motivo tangibile, qualcosa che valesse la pena davvero. All'inizio, come ogni cosa nuova stile Paese delle Meraviglie, per un attimo solo ha creduto che potesse essere una buona giornata, ma poi Lui le ha ricordato che tutto quello che inizia a merda finisce peggio.

Ha perso la cognizione di quanto tempo sia passato e quanto asfalto abbia calpestato, quante volte si sia girata su sè stessa a controllare, cercare segni di un passaggio, qualcosa di familiare in un dedalo di strade ma alla fine ha risolto nella maniera più semplice. Cinque sigarette dopo ha smaltito in parte. La mano è tornata ferma ma lo stomaco resta chiuso. Nel profondo sta ancora inveendo contro Maximilian Ethan Lee e le sue idee del cazzo – che sembrano tanto un fottuto rapimento -, ma almeno all’esterno è calma, abbastanza da cercare di accostarsi a qualcuno che si fa i fatti propri, offrire una sigaretta e chiedere per favore se potrebbe indicarle la via più facile per uscire dal Groundwater, il cui nome nemmeno sa. Sa solo che è un posto di cui, fuori da lì, non dovrà più ricordarsi. Un posto neutrale come aveva cercato ma che, ora come ora, non è così sicura di voler frequentare. E sale di nuovo, un fremito di rabbia che chiude i pugni e le spalma sulla bocca un sorriso plastico. Sfiata una risata nervosa e si scusa ma alla fine la via gliela indicano. Da lì fa un paio di passi, si volta e poi torna indietro per lasciare il pacchetto come un ringraziamento aggiuntivo, tenendo solo una sigaretta per sè. E con il ringraziamento aggiuntivo arriva anche una richiesta goliardica, che però ha un preciso scopo: trovare un tabaccaio vero significa raggiungere una zona che non sia supposta come Deserto. Si accoda alle risate corali, almeno sulle prime, ma poi lo sguardo sbattuto e la stanchezza sembrano attecchire e far sfumare il tutto in una sequenza di occhiate dubbiose che hanno il netto sapore del ‘ci è o ci fa?’. 

- Seriamente, come ci arrivo a piedi?
La pazienza che le riservano è una manna dal cielo. Non avrebbe sopportato ancora di doversi ergere contro l’ennesima testa di cazzo saputella. Memorizza ogni passaggio e quello che non riesce a memorizzare se lo scrive sull’avambraccio, dovendo ripetere fino allo sfinimento che ‘sì, ha il permesso e no, non causa guai ma sì, se vogliono chiedessero a Lee’. Quando passa oltre tutto e ritrova l’aperto il sole è già sparito dietro le rovine e lascia il cielo ancora acceso, il tempo di prendere quei punti di riferimento e farci un percorso, fidandosi esclusivamente di quello che le è stato detto. Testa bassa e scarponi ormai impolverati, la sicurezza della pistola incastrata tra le costole e la marcia, con una canzone tra le sinapsi che rimbalza. Era da un po’ che non camminava così tanto, ma quando smetti di pensare e vai in automatico, puoi fare un sacco di cose. Come obnubilare un intera mattinata buttata al cesso per... niente, se non un principio di ulcera probabilmente. E non ha mai smesso di ringraziare che le cabine non siano state dismesse. Fruga nelle tasche e recupera quanto serve per fare una chiamata, una sola, un numero che digita di riflesso senza pensare. Suona. Suona ancora e quando risponde la voce che non sentiva da troppo ha un’esitazione.

- H-hey, it’s... ahm, me, Cori... potresti venirmi a prendere? Sono... 

Si guarda attorno. Sfarfalla le ciglia per mettere a fuoco i cartelli stradali, a caccia di vie che non hanno più nome. Trova un’insegna, un riferimento, un nome e semplicemente resta ad aspettare, rigirando quella sigaretta tra le dita, aspettando per accenderla fino a che non è troppo tardi. Chiude gli occhi, improvvisamente esausta, così tanto da non riuscire a reggere la testa che ciondola fino ad impattare con la nuca contro la seranda polverosa e rovinata in un suono troppo forte e che riecheggia vuoto oltre i vetri infranti di quello che un tempo era un barbiere. Incastra il filtro all’angolo delle labbra e cerca l’accedino. Stanca. Svuotata dal costante scornarsi con un essere dalla testa dura quanto la sua, sgradevole fin dentro le ossa. Lo sente ancora bruciare nella pancia, il fastidio che ha ingoiato e il veleno che ha sputato. Non sente fame, pur essendo ormai calata la sera e passate ore dall’ultima volta che ha mangiato qualcosa. La testa naviga in un senso di insoddisfazione che aveva dimenticato ed è riemerso, prepotente e feroce nelle ultime 24-48 ore. Ripercorre i propri passi indietro e poi di nuovo avanti e non trova giustificazioni, nè per sè stessa, ma tantomeno per lui. 

Quando sente il rombo della moto solleva la testa di scatto e di nuovo tira una testata, che non fa nemmeno male tanto sono ovattate le sensazioni. Mette a fuoco il profilo del rider e poi semplicemente si issa, per caracollare poco dopo alle sue spalle, slanciando la gamba per finire sulla sua sella, le braccia allacciate e il muso nascosto dietro la schiena, la guancia premuta contro la toppa sulla giacca di pelle. Riapre gli occhi e il soffitto su cui li spalanca non è il suo, così come non è sua la tazza di caffè che fa capolino sopra la sua testa e altrettanto non è sua la faccia che la segue. La barba troppo lunga, così come i capelli e la voce scura che le da il buongiorno anche se è sera, nemmeno troppo tarda. 


- Quanto ho dormito? 
- Solo un’oretta, niente di che 
- Right... I – ehm – grazie per, insomma... 
- Yea, don’t mention it. So... come stai? 

Solo ora, che è rannicchiata sul divano di un altra persona si rende conto che erano anni che non lo vedeva e che nonostante il tempo sia passato non è cambiato di una virgola, a parte la barba troppo lunga e così i capelli. E’ imbarazzata, di essere corllata davanti a lui, di mostrarsi stanca e abbattuta da una giornata o una serie di giornate come ne ha affrontate tante. 

- Sto invecchiando 
- A me sembri sempre la stessa, Cor 
- Yeah well... not likely. So... tu come stai? 

L’aria impacciata inizia a dissiparsi solo quando partono gli aneddoti di quando erano ragazzi, e da lì è tutta discesa anche senza alcol. Si affaccia fuori dalla finestra e non riconosce nulla perchè non è come quando erano ragazzi, il Pocket lui lo ha lasciato da tempo per infilarsi in affari di cui non vuole sapere nulla nella North Town, ma la moto è rimasta, tenuta ancora come fosse la cosa più preziosa dell’universo. E poi le sovviene, un lampo. E’ dalla mattina che è fuori casa e non ha controllato la segreteria. 

- Posso usare il tuo telefono? 

L’assenso arriva sotto lo scroscio della doccia e si sposta in punta di piedi per non fare troppo rumore. Ascolta i messaggi rigirando una ciocca attorno le dita e quando arriva alla fine è già un turbine mentre si riveste, inciampando e sbattendo il ginocchio contro lo spigolo del letto. Saltella per abbottonarsi i jeans e si affaccia al bagno implorando un passaggio per questioni lavorative che però tiene per sè. Un po’ si sente in colpa a mettergli fretta. Quando la scarica davanti allo Shamrock con le raccomandazioni del caso pizzica un sorriso gentile, sinceramente apprezzando la cortesia.

- Chiamami quando hai fatto, qualsiasi cosa sia che devi fare... 

Apprezza il fatto che non abbia chiesto, così come quello di restare nei paraggi nel caso di bisogno. Svuota i polmoni, calca il cappellino in testa e si infila nel locale, per ottenere altre indicazioni e capire da lì come muoversi.