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giovedì, febbraio 22

Numero sconosciuto

21.02.2027
Ha promesso che avrebbe dormito dopo il goccetto condiviso con Darius ma proprio non ce la fa. Fissa il bicchiere, oscillando quel poco che resta di liquore ambrato, movimenti ipnotici del polso, pieni, morbidi. Sospira ripassando nella testa ogni fotogramma delle dita dell'uomo mentre le ricuce il buco nel braccio, ripassa e sottolinea gli errori che segna su di un blocchetto "per la prossima volta". Stenta a tenere la testa dritta ma una parte di lei è lucida da far schifo e vorrebbe davvero farla smettere di rimuginare ma nè gli antidolorifici, troppo blandi, nè l'alcol aiutano. Per questo dormire non è un'opzione valida, si conosce abbastanza bene da sapere che se abbassasse la guardia lascerebbe loro campo libero. 
Un brivido la fa sobbalzare sulla sedia. Sgrana gli occhi e si guarda attorno, per un solo istante le è parso di sentire tutte le grida della sera prima. Gli uomini agonizzanti oltre qualsiasi possibilità di soccorso, le urla della Patriot bionda nella nebbia viola, la voce metallica della ragazza col buco nella spalla e i poteri, quella canzone sussurrata tra le grida di dolore e paura. Si alza di scatto, buttandosi la giacca addosso nonostante i punti inizino a tirare e dare fastidio, prende le chiavi del pickup, infila il revolver nei jeans e si incammina fuori dalla clinica, litigando con lo zippo e le sigarette. Marcia accanto l'auto e si allontana a piedi, sapendo che con tutto quello che ha assunto per dominare sè stessa, finirebbe con molta probabilità contro un palo o peggio. 
Cammina e per un attimo solo la sfiora la voglia di passare dal Ruin, andare a trovare Routh ma poi ricorda che lei non c'è più e che dovrà campare con l'ennesimo debito non saldato. Allora riprende a camminare fino a che la stanchezza non diventa nausea e il dolore qualcosa di persistente, un sottofondo in cui naviga il cervello. Cammina fino a che il corpo non entra in modalità automatica  avanzando per inerzia e la mente semplicemente si spegne. E' in quel momento che trova la forza di cantare. Da ragazzina non faceva altro ma ha gradualmente smesso perchè di esternare quello che sente ha imparato a farne a meno, o a cercare di nascondere quanto più possibile la debolezza dietro una determinazione fastidiosamente feroce. Lungo le strade parallele alla Ghost Road lascia che una delle sue canzoni preferite le scivoli tra le labbra, la voce roca, priva di enfasi almeno sulle prime note.

We are proud individuals living on the city
But the flames couldn’t go much higher


Ha sempre camminato un sacco per scaricare il nervosismo, la frustrazione, la rabbia. Può sopportare un proiettile nel braccio, i punti a crudo, ma non riesce a sopportare di restare impotente, di non poter fare, che le venga impedito di agire. Da qualche parte in lei c'è qualcuno che le ricorda che non può salvarli tutti e di certo ieri sera non avrebbe potuto fare nulla per quegli uomini, le loro grida, l'orrore. Ma non si accontenta. Non riesce semplicemente ad accettare di non avere la forza di fare di più.

Oh, that’s life
Left dripping down the walls
Of a dream that cannot breathe
In this harsh reality


La realtà è uno schiaffo costante, un muro che prende a testate costantemente. Come il venire a patti con lo stare tra l'incudine e il martello, consapevole che presto o tardi diventerà un ostacolo per qualcuno e dovrà guardarsi le spalle anche da quelli con cui, fino ad ora, ha mantenuto i patti chiari. Si guarda attorno, lo sguardo docile inquadra i segni, la strada la conosce e la segue, testa bassa, impattando la spalla sana con la gente, evitando per un soffio di puro istinto quelli che rischiano di schiantarsi con quella ferita. Sale le scale a due a due, allungando la mano sulla vernice scrostata, toccando le bolle, i graffi prima di far impattare le nocche. Tira su col naso, vacillando sulle gambe incerte e quando le viene aperto perde l'equilibrio con la sicurezza e la fiducia di chi sa che se anche arriva a baciare il pavimento non farà mai male come quello che ha provato assistendo impotente alla morte di persone, stronzi, senza dubbio, ma pur sempre persone.

From which we’ll rise over love
Over hate
From this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear and into freedom
You just got to hold on!

Le gira la testa, il braccio fa male ma non fa una piega, ha imparato a gestire il dolore, ignorarlo e passare oltre, come ha fatto la sera prima. Non si pente di aver scansato Flare dalla traiettoria del proiettile, prendendoselo al suo posto, non le ha dato fastidio venire richiamata, sgridata per l'ennesimo colpo di testa, così come non si è risentita di come le abbiano ricordato che sia "Solo un medico", infatti è quello che è, orgogliosa di esserlo, dannatamente fiera. 

To those who can hear me, I say, do not despair

The misery that is now upon us is but the passing of greed
The bitterness of men who fear the way of human progress
The hate of men will pass, and dictators die
And the power they took from the people will return to the people
And so long as men die, liberty will never perish
Don't give yourselves to these unnatural men
Machine men with machine minds and machine hearts!
You are not machines, you are not cattle, you are men!
You, the people, have the power to make this life free and beautiful
To make this life a wonderful adventure

Le braccia di Ryan l'accolgono al volo, abituato a farle da cavalier servente. Vede le sue labbra muoversi, legge la preoccupazione nei suoi occhi ma la verità è che ha solo bisogno di dormire e ha paura di farlo. Lui non ci pensa due volte a tirarsela in braccio, chiudere la porta con un calcio e portarla a stendere sul letto. E' conciliante, è soffice, il profumo familiare, di qualcuno di cui fidarsi senza sconti, senza timore, una lealtà fedele come quella dei cani, reciproca come può essere in un branco, per quanto ormai siano solo rimasti in due, solitari e sparpagliati rispetto a quelli che erano un tempo. Lo trattiene, le dita impigliate contro la felpa degli Eagles. Lotta contro di lui per non farlo andare, nonostante paia solo volersi premurare di prenderle qualcosa, lei insiste, le dita si fanno d'acciaio, se lo tira addosso cedendo terreno all'unico modo che ha di tenerselo vicino, ora, lì. Schianta la bocca contro la sua, lo assapora avida, bisognosa fino a che tutto si scioglie e diventa fluido, lontano come la musica che sfuma.

---

Quando il cellulare le suona si rotola nel letto, impigliata tra le lenzuola. Numero sconosciuto.

Ciao carissima. Tu non mi conosci ma io conosco a te, sono Phantom Quartz. Senza perderci troppo in chiacchiere, c'è un vigilante ferito nella discarica di Philadelphia. Ha un polmone perforato... immagino non sarà un problema per te recuperarlo e dargli una riassestata.
- Shit!

Le chiavi sul tavolo, l'angelo le ha parcheggiato il pick up sotto casa sua, il biglietto appeso alla porta perchè qualcuno dei due deve avere turni e orari normali. Quando arriva alla discarica di gente ce n'è tanta da recuperare, il polmone perforato è un problema. La strada da lì a Groundwaters è un battito di ciglia.

And we’ll rise over love
And over hate
Through this iron sky
That’s fast becoming our minds
Over fear
And into freedom
Into freedom!





domenica, febbraio 4

Una buona giornata, tutto sommato

03.02.2027
Riapre gli occhi sotto il peso di una coperta spessa che le grava sullo sterno. Ruota lo sguardo di lato, osservando la cannula che gocciola direttamente nel tubicino trasparente della flebo che le hanno attaccato quando è crollata per stanchezza e dolore. Si guarda attorno, non c'è nessuno ma voci filtrano dal corridoio e quando la porta si apre incrocia lo sguardo altrui e vi legge sollievo e rassegnazione al contempo.

- Non posso lasciarti sola dieci minuti che ti fai sparare addosso?
- Sorry, però ho fatto nascere un bambino, ne è valsa la pena.
- Ho visto, sei stata brava.

Arriccia un sorriso mentre dita ruvide, macchiate dal lavoro in officina, le pettinano indietro i capelli. Il colorito non è ancora il massimo, ma le hanno cambiato la fasciatura alla coscia e gli antibiotici tengono a bada le infezioni. Stanca lo è, ma ha l'energia ritrovata di chi ha fatto il suo stramaledetto dovere senza crollare se non quando tutto era finito. Di Sun non parla, preferisce tenere la cosa per sè, non coinvolgere persone che probabilmente non capirebbero. La fanno mangiare, la rimettono in sesto con un po' di coccole. A volte si comporta proprio come un cane, fedele, affettuoso e protettivo. Gli occhi torbidi sostano a lungo sul profilo altrui, soppesandolo con attenzione.

- Cosa?
- Non devi preoccuparti.
- Dimmelo senza un buco da proiettile in una coscia, mh?

La bocca schiusa, le parole incastrate in gola senza poter ribattere in alcun modo. Scoppia a ridere, costretta a dargli ragione. Fa male, ma è un dolore che può sopportare consapevole di aver protetto una donna, aiutato il suo bambino a venire al mondo, ricucito il fianco di una donna che dona la sua esistenza a cercare di epurare il mondo e la realtà dal lordume in cui si è immerso nel tempo. Ha il petto leggero, nonostante la stanchezza, il sorriso fiero di chi, nonostante tutto, ha riguadagnato la forza di fissare l'altra sè nello specchio e non farsi più così tanto schifo. 

- Mi passi i pantaloni?
- Te ne ho presi  altri, quelli li dobbiamo buttare. 
- Owhn, ma sono i miei preferiti...
- La prossima volta non tagliuzzarli per cavarti il proiettile ma sfilali.
- Er... all right.

Sbuffa e fa i capricci ma va meglio. Il dolore è sopportabile, certo, zoppicherà per un po' ma non è nulla che non abbia già vissuto. Si fa aiutare a scendere, rimasta in mutande osserva la fasciatura con soddisfazione. E' evidente che non sia opera sua, le voci fuori dalla stanza l'hanno già avvisata che i suoi due collaboratori sono arrivati. Infermieri di vecchia data, con tanta esperienza da far invidia anche ad un supposto medico. Infila i jeans un po' a fatica, sfruttando la presenza altrui come una stampella. Dipinge un sorriso birbante, lo sguardo da cucciolo si pianta, come fanno i cani mentre stai mangiando per pietire un boccone, pazienti, silenziosi ma ostinati. 

- Cosa vuoi?
- Mi porti in braccio a vedere le stanze?
- Che?!? Are you crazy? Non sono il tuo schiavetto.
- Pleeeeeeeeeeeease!
- Cor... e poi chi ti dice che abbiamo sistemato tutto?
- I know you far to well.

Il broncio che mette le strappa una risata, allunga il braccio per cingergli il collo e si lascia sollevare, trovando il riparo di braccia solide, il calore e il profumo familiare che lascia tracce addosso e si insinua sotto pelle. Nasconde il sorriso, il viso affonda contro la giacca in pelle e aspetta. Si sorprende da sola, aprendo gli occhi solo quando l'ha messa giù di nuovo. Sono solo mobili arrangiati, solo pareti ridipinte, pavimenti puliti e rivestiti, schedari vuoti e mobili chiusi a chiave. Le vetrinette sono organizzate meglio di come avrebbe fatto lei stessa. Le basta un'occhiata per capire la logica, medicinali in alto, garze, siringhe, strumenti sterilizzati. Tutto separato e allineato con metodo che scalda il cuore ad una come lei. L'entusiasmo la porta a saltellare, spedendo una scarica di dolore lungo la colonna vertebrale talmente feroce da farle vibrare i timpani che riecheggiano assieme alla sgridata che le arriva in coda. Stringe i denti, oscilla pericolosamente ma si regge in piedi con abilità d'equilibrista, soffiando una risata amara. Impiglia le dita tra le fibre della felpa altrui, aggrappandosi un po' per avviarsi ad esplorare le altre stanze. E' buio fuori, tardi la sera e la voce no si è ancora sparsa per cui può permettersi di rilassarsi. O almeno così pensava.

---

La pistola al fianco ormai è diventata una necessità. A mali estremi ha optato per rimedi semplici, discreti e da utilizzarsi solo se costretti, ma c'è, e da sicurezza premura contro  le costole. Nel fumare una sigaretta rubata, al gelo e senza il cappotto, nel fremito di un brivido il brillio fioco di un core la richiama sull'attenti. La gamba pulsa, gli antidolorifici sono superflui e resiste, senza esitazione. Sono i colori a richiamarne l'attenzione. Il rosso e l'oro le fanno rilassare la linea delle spalle nel riconoscere Legion in avvicinamento. Ma è solo un attimo, la tensione torna a tenderla come una corda quando nota la luce vacillare, il passo incerto, le parti danneggiate. Vorrebbe scattare ma la gamba non glielo permette, trotta però, come un cane claudicante verso il padrone lo accoglie e finisce per incastrasi nella certezza che il pilota non sia un uomo, come aveva creduto fino ad una manciata di secondi prima, ma una donna. Non ha il tempo di stupirsi come dovrebbe, l'accompagna dentro e l'aiuta a svestirsi. Per il braccio rotto e il polmone collassato sa di poter agire, ma le costole e lo sterno richiedono uno spazio che non ha a disposizione, strumenti che non possiede -non ancora- non lì. C'è qualcosa che le punge la nuca, la consapevolezza di una sensazione, qualcosa di familiare che le fa incollare occhiate rapide e precise alla mascherina. L'incarnato, i capelli. La voce metallica non è quella diLegion ma c'è qualcosa di più. Poi la luce la colpisce come il proiettile del pomeriggio: inaspettato, involontario. Julia. La donna su cui sta lavorando è qualcuno che conosce, che si nasconde in un guscio metallico dalle fattezze maschili e tutto prende di senso. Il loro incontro al Pocket, il fatto che la conoscesse di nome. Aspira l'aria che comprime il polmone destro, la mette sotto ossigeno e la mette a dormire. Le controlla il respiro, le riduce la frattura mentre è sedata e caccia chiunque dalla clinica per restare a vegliare su di lei. Le mette il gesso, si assicura che resti coperta, che la febbre scenda. Mentalmente ripercorre ogni passaggio per rimetterla in sesto "se solo potesse" tutta la notte per tenersi occupata prima di iniziare a nascondere i pezzi della shell danneggiata in armadi chiusi a chiave. Ogni mandata è una promessa, di portare il segreto con sè nella tomba. Aveva promesso di non fare guai e ha già rattoppato due Vigilanti in un giorno solo. 

- Iris mi ucciderà.

Però non ci pensa, non ora. Deve occuparsi di Legion, assicurarsi che stia bene e stabile fino a che non la verranno a prendere per occuparsi delle ferite che non può curare lì. La frustrazione le serpeggia sotto pelle, ingoia i resti della cena fredda, legge uno dei vecchi libri che ha recuperato da dare ad Effie perchè possa avere strumenti per aiutarsi nell'apprendere il mestiere che non sia solo pratica, la diagnosi è importante anche nella teoria. La coscia le ricorda di non chiudere occhio, di restare vigile con la Little Surprise contro il fianco a vegliare e proteggere, solo per la notte. In fin dei conti, è stata anche una buona giornata.

martedì, gennaio 23

Acqua e whiskey

23.04.2027

Quando rimette piede in casa mancano una manciata di ore all’alba. Getta le chiavi sul mobiletto accanto l’ingresso e si trascina fino al bagno. La luce, quando accesa, ronza e la costringe a chiudere gli occhi e schermarsi il viso, alcune tracce di sangue sulla manica del trench le ricordano che non è stata una buona giornata. Apre l’acqua, lo scroscio gelido richiede un po’ di tempo perchè arrivi alla temperatura che le serve e si prende quel tempo per iniziare a spogliarsi. Il trench è da buttare, i fori e le chiazze di sangue non passerebbero inosservate. Svuota le tasche con metodo e lo getta in un angolo. Il maglione scuro è quello che più le dispiace, era di Mark, uno di quelli che gli aveva fregato anni addietro e ancora lo teneva con molta cura. Fa passare le dita tra i fori incrostati di sangue rappreso, il suo sangue, non quello di qualcun’altro stavolta. Il maglione lo lascia cadere in un catino, scegliendo di cercare di porre rimedio. Jeans, maglietta, intimo. Tutto il resto finisce nella pila da buttare, bruciare nel bidone dei rifiuti. Cammina scalza per casa raggiungendo la radio che accende a caccia di una di quelle frequenze nostalgiche capaci di mettere molta musica e zero chiacchiere per tutta la notte. Quando la becca le strappa un sorriso, la canzone “Girl you’ll be a woman soon” ha qualcosa di terribilmente familiare che però va oltre la gara di bevute con un figlio di Ade. Misura gli spazi che conosce come le proprie tasche, ritrova una dimensione che ha il sapore della sicurezza, per quanto da una parte nella testa la voce della coscienza le ricordi che non è al sicuro da nessuna parte. Apre un sorriso, fugace, ferito prima di versare due dita di whiskey in un tumbler di cristallo vecchio quanto la sua bisnonna e tornare in bagno.

Il bicchiere appoggiato in bilico sul bordo, l’acqua bollente che scorre addosso ma l’odore resta. Un odore pungente, fossilizzato, che non ha nulla a che vedere con i sapori provati qualche ora prima. Non una pinta in compagnia di una ricercata allo Shamrock con un cadavere nel bagagliaio, non il sangue e la nausea, l’acidità a raschiare le corde vocali. Non l’adrenalina, lo sforzo, l’asfalto viscido, i liquami di vicoli abbandonati a loro stessi tra sporcizia e animali. E’ un odore che le si è piantato nel cranio la prima settimana passata in Sierra Leone. L’odore che ha il terreno zuppo di sangue ed escrementi, talmente duro e secco, privo di acqua, da assorbire ogni cosa e diventare plasmabile come la creta ma il tanfo... quello ti si infila nel naso e brucia i recettori.

- Chiamami se senti odore di merda.


Così le ha detto Legion mentre spariva nel tramonto, infiammato dai riflessi di un sole morente. Avrebbe voluto rispondere a quella Shell che non lo sa più distinguere, l’odore di merda da qualsiasi altro odore, perchè quello non se lo leva più dalla testa, dall’anima. Alla fine ha optato per la risposta diplomatica, tranquillizzante. Sotto il getto d’acqua non importa quanto sapone usi, l’odore di morte non se lo leva dalla testa. Una morte che valeva...

- Cento fottuti dollari... così poco vale una vita in quel posto

Non riesce ancora a crederci. Se li avesse avuti li avrebbe spesi, ma con quale rassicurazione? Ed è stato tutto per nulla. Si tocca il fianco, tra le cicatrici vecchie non ce ne sono di nuove solo per merito di Routh. C’è un angolo di lei che continua a ripetersi di non fidarsi, che probabilmente l’ha aiutata solo per tornaconto personale, o per senso di colpa. Scrolla la testa, rannicchiandosi sotto il getto che inizia a diventare freddo. E’ un’ora che sta sotto l’acqua e i pensieri ancora non se ne sono andati, il sonno non arriva e la voglia di vomitare non passa.



Fa un passo fuori dalla vasca, la radio ha cambiato regime, un lento, infinitamente triste, un Nat King Cole d’annata con quella voce inconfondibile riempie le stanze vuote di una casa assolutamente immobile, improvvisamente troppo fredda. Il senso di oppressione le chiude il petto. Ingolla il liquore e lascia il bicchiere accanto a quello dello spazzolino, solleva lo sguardo torbido a specchiarsi e quello che vede è il profilo di qualcuno che non riconosce. Ha spaccato il braccio ad un uomo. Ne è assolutamente certa, un uomo che stava solo facendo il suo lavoro... ma un lavoro che porta ad uccidere persone per soldi si può definire tale? Se non si fosse intromessa forse...

- Shit

Avvolta nell’asciugamano verde chiaro si china sulla tazza, raccoglie i capelli e ricaccia anche l’anima. Solo bile, paura e cattive sensazioni, assieme ad un paio di mix alcolici poco rassicuranti. Ha le lacrime agli occhi, frustrazione, insoddisfazione personale, dispiacere. Tossisce convulsamente fino a sentire male alle costole. Tira lo sciacquone e si alza, si mette a sedere sulla tavoletta chiusa e aspetta che tutto si plachi, in un rituale che ormai ha radicato nel sangue. Asciuga i capelli, si butta addosso una felpa, un paio di pantaloni di una vecchia tuta. Carezza il fianco distesa sul divano, la coperta tirata su. Le dita toccano pelle integra lì dove bruciava il piombo e sprizzava sangue. E da lì inizia la conta, passando sulla cicatrice del cesareo, quella di quando le hanno rimosso la milza spappolata, di quando si è presa la prima ‘pungicata’ per essersi messa in mezzo affari che non la riguardavano. Risale con le dita lunghe, nodose e forti nonostante paiano fragili come il vetro. Un buco di proiettile alla spalla sinistra, attraversata da parte a parte, uno al polmone destro, uno alla bocca dello stomaco. Il braccio spezzato, la lacerazione del polpaccio sinistro per colpa del filo spinato, il buco lasciato dai chiodi nella coscia destra quando si è spaccata il femore. Il novanta per cento dei segni che ha addosso se li è presi per lo stesso identico motivo: incapace di stare al proprio posto.

- You never learn little sister


Trasale di colpo, spalanca gli occhi e si guarda attorno, stordita. Il cuore in gola, violento, feroce e una sensazione di smarrimento che prevalica ogni altra cosa. Si guarda a destra, a sinistra, apre le porte, spalanca ogni finestra lasciando entrare la luce di un mattino cupo e freddo ma di lui non c’è traccia. Si è addormentata contando le cicatrici come fossero percorelle. Una manciata di tranquillanti, mezzo dito di whiskey e il desiderio bruciante di tornare a dormire sul divano fino all’alba del giorno dopo ma il suo cervello già sta macinando. Idee, pensieri: propositi. Ha smesso di credere nei propositi per il nuovo anno, lo ha detto a Darius mentre lo visitava con le costole rotte e l’ennesima sequela di lividi. Alza lo sguardo e inquadra il biglietto da visita, un numero che durerà due settimane ha detto la shell. Un numero che infila nella tasca della giacca quando esce di casa sbattendo la porta con una manciata di ore di sonno sulle spalle e troppi pensieri ad appesantire il cuore. Ha finito le sigarette.

martedì, gennaio 2

Sempre seguire il piano

01.01.2027
Ancora una volta finisce per svegliarsi di soprassalto, gli occhi verdi spalancati, le pupille dilatate per assorbire quanta più luce possibile senza trovare che una falce di luminescenza artificiale fare capolino da sotto la porta. Placa il respiro e pulisce le lacrime accumulate agli angoli con le nocche, prima di rigirarsi sulla poltroncina e cercare di sprofondare nuovamente in quel sonno leggero, facile da spezzare nel caso arrivi un'emergenza.
Se l'era figurato diversamente come passare il primo del nuovo anno. Di sicuro non voleva essere svegliata alle 9 di mattina e trascinata in chiesa con solo una manciata di ore sul groppone, a preparare pentoloni di stufato, apparecchiare tavoloni, farsi rimpallare a destra e sinistra, dove serve serve.
Quella parentesi pomeridiana in compagnia di Mare per quanto di certo non leggera negli argomenti, assiepata tra le tante annose questioni etiche e morali che si ritrova a fronteggiare da sola, davanti ad uno specchio, ogni mattina. Troppi caffè, ma questo non è cambiato dall'anno prima. Altrettante sigarette, idem. L'urgenza di dare una mano sempre e comunque che non si sradica dal suo io più profondo, la plasma e la rende semplicemente quella che è. Cori. Corey. Dottoressa Holden.
Alla Thorne non voleva tornare. Da qualche parte il suo sesto senso e quell'istinto di sopravvivenza che in lei è sottosviluppato gridavano di restarsene nel South-Side. Di andare a fare il giro delle cliniche con cui collabora per aiutare, passare pomeriggio e sera a badare a raffreddori, anziani troppo stanchi, visite di routine. Invece no.

Appena messo piede nel building, raggiunti gli uffici, le notizie di lavoro le piovono tra capo e collo. Gli esami da fare sulla nuova droga bussano alla nuca, soprattutto in virtù di quello che accade alle persone che l'assumono. In quel laboratorio non doveva starci, se lo sentiva nelle ossa, ma che diavolo poteva succedere lì, al sicuro? Una mascherina difettosa, ecco cosa. Se fossero rimasti i soli primi effetti della droga, non le sarebbe dispiaciuto. Quel mondo perfetto senza fame, senza lotte. La famiglia, tutta la famiglia, vasta, felice, unita. Il solo pensiero di quella visione le chiude le viscere in una morsa che fa salire di nuovo la nausea e il sapore amaro di sangue e bava. Non ci sono state conseguenze, non letali, ma in fondo al cuore l'esperienza si è depositata, aspettando gli strati di polvere e la routine che la seppellisca del tutto.
Tira su col naso. Rigirandosi ancora e ancora. Sarebbe dovuta andare a casa dopo l'esperienza ad un passo dal collasso completo del proprio corpo ma no. L'unico modo per risollevarsi è riprendere a fare quello che si fa sempre e lo ha imparato presto. Dopo il primo viaggio in Sierra Leone, dopo il primo proiettile rovente in corpo, dopo la prima scheggia di granata. Nella penombra a cui si è abituata carezza le cicatrici, una per una sopra i vestiti. Quando arriva a quella sul ventre ha un brivido. Slancia le gambe e si tuffa a premere l'interruttore, inondare la stanza di luce led bianchissima e farsi abbagliare per una manciata di secondi. Acqua gelata in faccia, a ricacciare indietro le immagini di bambini, i suoi bambini, carne e sangue. Indurisce la linea delle spalle, quella delle labbra reagisce di riflesso e arriva, con un sospiro di sollievo. Arriva la bussata.

- Dottoressa Holden c'è bisogno di lei
- Arrivo

Chiude l'acqua, solleva la testa. Il respiro le gonfia il petto e torna in apnea, a lavorare, a sgobbare fino ad annullare ogni pensiero e lasciare che sia la meccanica abitudinaria a dettare ogni movimento. Però una cosa deve davvero segnarsela addosso, come tanti altri tatuaggi che le colorano la pelle: 'Seguire sempre il piano'.