- Mama torna a Philly, non ha senso che resti lì. - Baby girl, non posso. Tuo padre ha bisogno di me. - He's no good, ti lascerà sola di nuovo ad aspettare che esca. - Piccola, un giorno forse capirai cosa significa... for now trust your mama, sarebbe peggio se lo lasciassi.
La mamma aveva ragione. Ci sono uomini capaci di strapparti il cuore di petto per tenerselo stretto perchè è l'unica maniera che conoscono di dimostrare un'emozione, calore, necessità; e poi quando inciampano se lo fanno cadere di mano frantumandolo in mille pezzi. E ogni volta si chinano, raccolgono scheggia dopo scheggia e diligentemente lo ricompongono. Ogni. Maledetta. Volta.
Sai che è tossico. Ogni fibra di te sa che è una strada senza uscita, maledetta, dannata. Eppure... batte troppo forte. Fa male di un male a cui non riesci a resistere. Gli bastano due, tre parole, il suo bisogno diventa il tuo e il resto va a farsi fottere. Più forte di una sbronza, ti stordisce e ti stravolge. La botta di calore annebbia il resto e non importa quanto tempo sia passato, quanto tardi abbia fatto a tornare, è tutto perdonato.
Baby, can't you see I'm calling A guy like you should wear a warning It's dangerous I'm falling There's no escape I can't wait I need a hit Baby, give me it You're dangerous I'm loving it Too high Can't come down Losin' my head Spinnin' 'round and 'round Do you feel me now? Oh, The taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With a taste of a poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? And I love what you do Don't you know that you're toxic? It's getting late To give you up I took a sip From my devil's cup Slowly, it's taking over me Too high Can't come down It's in the air and it's all around Can you feel me now? Oh, Taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With the taste of a poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? And I love what you do Don't you know that you're toxic? Don't you know that you're toxic? Taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With a taste of a poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? With the taste of your lips I'm on a ride You're toxic I'm slippin' under With a taste of the poison paradise I'm addicted to you Don't you know that you're toxic? Intoxicate me now With your lovin' now I think I'm ready now I think I'm ready now Intoxicate me now With your lovin' now I think I'm ready now
In silenzio osserva la moto di Niall allontanarsi lungo la Ghost Road dopo che l’ha riportata alla clinica. E’ solo quando non percepisce più il rombo del motore come un ronzio nelle orecchie in lontananza che svuota i polmoni di un sospiro profondo, strisciando oltre la porta d’ingresso del Basement per andare ad infilarsi sotto terra. Chiude la pesante porta dietro di sè, taglia fuori il resto del mondo mentre un ronzio sinistro annuncia l’accensione dei sistemi di sopravvivenza di quel piccolo bunker nel Desert Side che ha eletto a nido, tana, a volte anche sarcofago. A Neit ci pensa Julia, i danni subiti nello scontro con Nuke non sono che un lontano ricordo, anche sulla sua pelle e lo deve solo a Dr. Exodus. Non è stato poi tanto male farsi strigliare a dovere, in fondo le manifestazioni di affetto, anche se sotto forma di tirate d’orecchi, lasciano un minimo di calore in più dietro lo sterno. Trascina una tazza dal tavolo d’acciaio e si scansa fino alla branda, l’aroma di caffè riempie l’aria stantia con una traccia più gradevole e resta in silenzio ad ascoltare il suono dei suoi stessi pensieri.
E' stata una serata strana. Le premesse erano un "dobbiamo parlare" che non è mai qualcosa di buono, dove in realtà non c'era nemmeno nulla di male. La birra è sempre un ottimo pacificatore, ma più di tutto lo è il percepire sotto pelle la forza di un legame che è profondo e viscerale. Non a caso lo ha guidato fino allo spiazzo sul fiume, non a caso ha scelto quello scorcio, quell'angolo condiviso fino ad ora solo con una persona. Il suo posto, quello dove avrebbe voluto portarci Andre un giorno per parlare, e dove invece è finita per affrontare una questione ben più spigolosa con Niall. Non è giunta a sorpresa il fatto che la maschera di Neit sia stata inserita tra i ricercati, tutt'altro. E' già molto il fatto di non essersi trovata la Force a bussare sotto casa con le manette e un mandato d'arresto, una volta tanto. Non se la sarebbe presa comunque, i compromessi esistono, fanno parte del gioco e a volte si è costretti ad agire in determinate maniere pur di mantenere la rotta lungo la via che si crede essere giusta. Non gli avrebbe mai fatto una colpa se l'avesse denunciata, ma non lo ha fatto. L'ha protetta, come molti altri cercano di fare costantemente, come Exodus, come Legion, come Minoko, come If, come Galen, o Victor, o Andre. Ognuno con una maschera o senza, poco importa. Non è la maschera che fa la differenza è chi ci sta dietro, le ragioni che spingono a muoversi, a scegliere quali battaglie imbracciare e quali persone trascinare dietro la barricata.
Quando le ha chiesto di smettere ha riso. Ha appena cominciato, dannazione, non può tirarsi indietro, non ora. Ora che sa di poter fare quel 'di più' che le era sempre stato precluso, ora che ha ottenuto la spinta, il primo movimento che mette in moto la macchina non può tirarsi indietro, tornare alla vita di sempre sapendo che c'è un modo per prevenire quello che invece fino ad ora era stata costretta a curare, non importa il prezzo. Sapere che lui si trova dall'altro lato della barricata non è nulla di piacevole, però è un punto di vista su cui fare affidamento, per trovare il giusto compromesso.
I will prevent disease whenever I can, for prevention is preferable to cure.
Questo ha giurato il giorno in cui è diventato un chirurgo. Ed è la ragione dietro ogni scelta fino ad ora. Il motivo per cui non ha rifiutato la proposta di Julia di avere una tuta che potesse fornirle quella protezione che le mancava. Il motivo per cui ha scelto di farsi allenare, di imparare e ha lottato e ha sudato per arrivare ad assorbire le tecniche che Niall le ha trasmesso. Non può tirarsi indietro, non importa quale sia il rischio a cui va incontro. E per quanto le ricordino che il Basement va avanti in funzione di lei non può smettere di pensare che non deve e non può essere così.
I will respect the hard-won scientific gains of those physicians in whose steps I walk, and gladly share such knowledge as is mine with those who are to follow.
Ad Effie ha cercato di passare quello che sapeva, di condividere e non trattenere. L'ufficio al Basement è pieno di libri di medicina, consulti, compendi, opinioni anche discordanti perchè la scienza progredisce anche mettendo in dubbio il lavoro altrui, pur rispettandolo costantemente. E sul giornale, un trafiletto minuscolo in un angolo buio, dove la cronaca diventa l'unico punto di interesse per persone che non vedono altro che malessere attorno e devianza sociale, lei è lì. 18 anni, praticamente la sua intera vita in una macchina che non concede redenzione. 18 anni di rabbia contenuta in un corpicino dall'apparenza fragile. Eppure, nel rendersi conto che quel musino è finito in galera non prova delusione, nè risentimento. Le accuse non sono diverse da quelle che avrebbe ottenuto lei in condizioni simili, immagina. Il caratterino tenace, la lingua lunga, la propaganda e la forza d'animo, la determinazione e la collera che l'animano non sono prodotti di una società funzionante, ma di un sistema rotto, spezzato dall'ignoranza e dalla crudeltà. Iphigenia Clark è la reazione naturale del mondo a tutto quello che di ingiusto è scaturito da una guerra che ha visto sofferenza sotto ogni bandiera, colore e genere. Ha promesso di darle tutto quello che aveva, e non sa nemmeno se sia riuscita a farlo.
I will respect the privacy of my patients, for their problems are not disclosed to me that the world may know.
I segreti che ha raccolto, volente o nolente, continua a tenerli per sè fino a che non sarà costretta a fare una scelta. Julia e Legion. La taglia sulla sua testa, le minacce da parte di una maschera oscena che viene definito il capo del Sindacato. Da quando Darius non è più in circolazione si è posta molte volte il dubbio riguardo chi si sia accaparrato la sua poltrona. Ha allentato la presa, si è presa i suoi spazi e su quel numero non ha più ricevuto richieste, e da una parte è un bene. Fintanto che non sapeva poteva anche chiudere entrambi gli occhi, ma le cose hanno iniziato a diventare pubbliche, le facce che conosceva iniziavano a venire associate a crimini e non il genere per cui sarebbe riuscita a tacere ancora a lungo, motivo per cui non può che ringraziare ogni secondo se quel ramo è finito per seccarsi e cascare da solo. Però... Genesis e Legion non si toccano, così come non si toccano Clem e Julia sotto i loro gusci metallici. Lei sa che il segreto lo serva con assoluta cura. Sa che non c'è modo di riuscire a cavarglielo dalla testa, nemmeno con i poteri di cui alcuni sono disposti. Però il fatto che si sia insinuato un sospetto non lo digerisce. Non da parte di Julia, che continua a fidarsi nella stessa misura in cui lei fa altrettanto, ma è lo stesso: chi tradisce tuo fratello tradisce te. Egualmente tiene al sicuro il segreto di Niall, per quanto lo schiaffo di vederlo sotto il casco rosso ancora lo senta pulsare nel profondo, la consapevolezza che dietro una maschera di Patriot potrebbe esserci qualcuno a cui tiene la rende determinata più che mai ad evitare lo scontro con chi, di fatto, fa solo il proprio mestiere. Galen e Victor sono facce di una medaglia che ha scelto di chiudere in un cassetto. Gli incidenti alla manifestazione, la rapida escalation di violenza è qualcosa che ancora fatica a digerire nella maniera più assoluta però... non riesce e non può giudicare, se lei per prima non è priva di peccato. Non sarà la sua mano a scagliare alcuna pietra, mai, non importa quante ne vorranno lanciare a lei.
Most especially must I tread with care in matters of life and death. If it is given me to save a life, all thanks. But it may also be within my power to take a life; this awesome responsibility must be faced with great humbleness and awareness of my own frailty. Above all, I must not play at God. Non approva. Gli impiccati lungo la via, le manifestazioni di violenza, l'assenza di pietà. Non è qualcosa che la vedrà mai schierarsi a favore. Non all'abuso, non al soppruso. Lo capisce, i compromessi, come ha detto Exodus devono essere fatti, scendere a patti con azioni discutibili pur di preservare la vita e la dignità, ma il confine è labile, a volte troppo. E quando Niall le ha chiesto di non diventare come loro non ha esitato a prometterlo. Perchè non deve e non può giocare a fare Dio con le vite degli altri. Come medico ha potere di vita e di morte, la vita di alcuni è nelle sue mani più di altri, ma restare con i piedi ancorati a questa promessa è il primo passo per non farsi contaminare da tutto quel che di orrendo c'è attorno a loro, restare umani, restare persone. Colpire per disarmare, neutralizzare e non uccidere. Meglio incassare un colpo in più che dover spezzare una vita, non importa quanto lurida o corrotta. La redenzione non è un impossibile. Improbabile in alcuni casi, ma non impossibile. E forse è per questo che continua a sperare, stupidamente, che Lui torni, che cambi idea, che riesca a vedere quello che vede lei. Nonostante la sentenza ad altri 20 anni, nonostante il destino abbia voluto impedirle di arrivare in orario al turno visite alla prigione e vedere la sua faccia contrarsi nella rabbia e nel risentimento - tanto per cambiare. Per sentirlo inveirle addosso perchè si espone troppo, perchè rischia troppo per lui. Mentre lui può mettersi a fare la guerra a Hammerhead e compagnia solo per difendere lei e Clem. Per la sua salute, per la sua vita che ha promesso di cercare di salvare. Il compromesso sta comunque nel tentare di salvare anche la sua anima, per chi ci crede.
I will remember that I remain a member of society, with special obligations to all my fellow human beings, those sound of mind and body as well as the infirm.
If I do not violate this oath, may I enjoy life and art, respected while I live and remembered with affection thereafter. May I always act so as to preserve the finest traditions of my calling and may I long experience the joy of healing those who seek my help.
Quando rimette piede al sicuro nel proprio covo fuori l'alba ha cominciato a scaldare i resti del Desert Side. Svestirsi dei panni di Neit inizia a diventare come uscire da una seconda pelle, una muta che ogni giorno ti stacca qualcosa di vecchio. In questo caso però è qualcosa di vecchio che è tornato prepotentemente a bussare contro lo sterno per venire fuori. L'incontro con Siren nella serata è stato il giusto epilogo di una giornata di menzogne. Prima Exodus, poi lei. Entrambi, come per Aletheia, visi conosciuti con cui è difficile costruire il personaggio, nascondere la reale natura dietro la maschera. Fortunatamente essere cresciuta con Mark e i suoi compari l'ha aiutata ad assimilare i modi spacconi degli attaccabrighe, riuscendo in qualche modo a delineare una personalità che non sia la propria, provocatoria, saccente - quello lo è anche lei a volte - manesca ma non senza una giusta motivazione. Se l'incontro con il Dottore, misticismo e occultismo a parte, è stato un sollievo sottile, quello con la Sirena ha lasciato una pulsante sensazione di malinconia al centro del petto. Aveva dimenticato che si sono conosciute solo per merito di Andre, e sentirlo uscire dalla sua bocca, quel nome, è stato come uno scoppio di pistola nel buio. Ancora non si era resa conto di quanto effettivamente bruciasse la distanza, così abituata a fingere e incassare, ad ingoiare e accantonare il dolore da non accorgersi di come, giorno dopo giorno, la mancanza di quel sorriso, di una spalla fraterna avesse scavato un solco profondo.
Le spalle indolenzite le massaggia lentamente. Abituarsi a girare nella suit è qualcosa che inizia a fare senza lamentarsi, nonostante un'intera giornata con quella cosa addosso non sia come passeggiare in pantaloncini e maglietta, ma si fa quello che deve essere fatto. Non ha la forza di trascinarsi fino al South Side di nuovo, motivo per cui si infila una maglietta e se ne resta sulla brandina, richiuso Neit in un armadio, a giocare con i pezzi di ricordi raccolti nella sua scatola. Con la sigaretta tra le labbra e due dita di whisky in un bicchiere si chiede cosa penserebbe mai Andre di Neit. Ne sarebbe orgoglioso? Preoccupato? Scivola stesa sul lettino a fissare il soffitto, interrogandosi su come possa stare, se è davvero felice come lei spera che sia. E' così per tutti quelli che se ne vanno o che lascia indietro, la consolazione che almeno ne è valsa la pena perchè c'è qualcosa di meglio, di più bello, magari o semplicemente qualcosa che fa stare un po' meno male di prima. Infila le cuffie, chiude gli occhi. Ascolta in silenzio, scacciando la sensazione di solitudine che si fa largo come un tarlo nella testa. Non importa la strada intrapresa, non importa quanto lontani e distanti, prima o poi si rivedranno ancora e dovrà essere al meglio per quel giorno. Nel frattempo però può sorridere del fatto che la sua ombra ancora aleggia.
When we were young
We were the ones
The kings and queens
Oh yeah we ruled the world
We smoked cigarettes
Man no regrets
Wish I could relive
Every single word
We've taken different paths and traveled different roads
I know we'll always end up on the same one when we're old
And when you're in the trenches and you're under fire I will cover you
If I was dying on my knees
You would be the one to rescue me
And if you were drowned at sea
I'd give you my lungs so you could breathe
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
I've got you brother
Oh brother, we go deeper than the ink
Beneath the skin of our tattoos
Though we don't share the same blood
You're my brother and I love you, that's the truth
We're living different lives, heaven only knows
If we'll make it back with all our fingers and our toes
5 years, 20 years come back, we'll always be the same
E’ solo quando varca la soglia di casa, di ritorno da Old Town, che la consapevolezza si fa strada tra le vertebre, pungendo fredda come una lama. La via che dalle zone del centro città portavano a casa le sapeva a menadito, ma da quando la Thorne ha deciso che il Pocket doveva diventare la sua vetrina per la città al di fuori delle lustre strade della City non riconosce più nulla. Giusto qualche vicolo, qualche insegna. Il portone è rimasto lo stesso ma le cose attorno sono cambiate. Fortunatamente casa sua è più verso il Fiume, non vede il parco, il palazzone pieno di uffici papabili, l’aria che si respira è ancora quella stantia di un tempo. Butta le chiavi sul mobiletto, nella ciotola con gli spicci, i foglietti dei take away cinesi, thai, fusion, italiani, vecchie spillette e bossoli di pistola. C’è silenzio, di quelli immobili, spezzati solo dal chiacchiericcio che sale dalla strada sotto casa, ragazzini non diversi da com’era lei alla loro età, raccolti a dividersi una birra, fumare una sigaretta, farsi una canna. Si affaccia al vetro umido, la pioggia ha trascinato le temperature verso il basso ma non abbastanza da dare fastidio ed impedire agli ormoni galoppanti di manifestarsi nei vicoli appiccicosi.
La prima cosa che fa è recuperare i cellulari, quello proprio per avvisare Aaron di essere a casa e ringraziarlo, quello usa e getta per informare altri che è andata e tornata, apparentemente senza conseguenze. Si lascia andare sul divano, la finestra socchiusa, la penombra a disegnare contorni lunghi a causa di un lampione che proietta la luce fredda dentro la finestra. Il vecchio orologio a muro di Nan ticchetta lento, il tempo sembra dilatarsi accompagnato dal gorgogliare di due dita di whisky che riempiono un tumbler sufficientemente capiente. Piano piano cerca di ripetersi mentalmente quello che ha raccontato alla Force, ricordarsi dove potrebbe aver inciampato, esitato troppo, se può esserle scappato qualcosa di troppo. Cerca di ricordarlo per scrivere un messaggio all’avvocato, condividere quello che ha detto cercando di tenere a mente i consigli: essere disponibile e discostarsi dall’uso della violenza. Quello è stato semplice. Accompagna il bicchiere alle labbra e non può fare a meno di sentire la voce di Gordon incrinarsi. Che non abbia accettato la sua mano non l’ha toccata troppo ma la rabbia che lo ha mosso all’ultimo, dietro la facciata di compostezza fredda e cortesia imposta l’ha fatta vergognare. Lei non era a China Town, ma non può fare a meno di chiedersi cosa avrebbe provato lei al posto dell’Agente Incaricato a vedere un amico morire senza poter fare nulla. Stringe le labbra, scacciando dalla testa l’idea che avrebbe potuto assistere a qualcosa di simile accadere a Clem o a Victor, a Galen anche per quanto il medico pessimista resti comunque un ricordo distante prepotentemente entrato a testa bassa nella sua vita negli ultimi giorni. Quella è stata la sua esitazione, affermare di non conoscerlo, o di non ricordare di averlo incontrato probabilmente non è sembrato abbastanza convincente. L’usa e getta che vibra la fa scivolare stesa sul divano, lo schermo a cristalli proietta la luce verdastra diretta nelle pupille. Il messaggio lo prende per uno scherzo, ci spera con tutta sè stessa che sia uno scherzo, motivo per cui la risposta è altrettanto scherzosa.
Solleva lo sguardo, la tenda che si muove genera ombre che la fanno sussultare. Non ha dimenticato le parole iniziali dell’agente Mercier, di come il suo nome sia già apparso altre volte nelle indagini della SCF. Non è mai stata eccessivamente prudente, fino a che si tratta di lei, il rischio valeva la candela ma ora? Ora che fin troppe persone sono entrate nella sua vita? Ora che non è più sola come crede ma c’è gente che si danna se rischia stupidamente, gente che si espone per proteggerla deve rivedere necessariamente il modo in cui affronta la quotidianità. Prestare più attenzione, tenere un profilo basso. Se già la visita all’Ambulatorio da parte della SCF non fosse bastata a metterle addosso una certa pressione, il rendersi conto della facilità con cui qualcuno abituato a raccogliere voci di strada possa arrivare alla Clinica con la scusa di una cura l’ha messa sul chi vive. Non solo Niall, di cui non ha smesso di fidarsi nonostante sia stata messa al corrente del suo segreto, non solo Aaron che ha coinvolto in buona fede e che si ritrova con le mani legate e il biasimo stampato nella retina, ma chissà quanti altri.
- E’ solo questione di tempo.
Beve un sorso più lungo, riflettendo sul come ha impiegato le proprie energie fino a questo momento. Gli scambi di sms anonimi tra telefoni non registrati continuano a distoglierla, di tanto in tanto, da quello che martella il cervello. Si ritrova a fissare lo schermo interdetta, colta in fallo da una battuta che la vede effettivamente scoprire una necessità che non credeva di avere. Scola il bicchiere e se ne versa un secondo senza esitazioni, sospirando. Le dita incastrate tra le ciocche che hanno perso di ordine e compostezza, il bel vestito indossato per sembrare una persona per bene scivola leggero sulle gambe snelle, piene di segni e cicatrici che non lasciano troppo all’immaginazione, passate e presenti. Il dorso della mano premuto a schermare gli occhi scuri, resi lucidi dalla vampata di calore che non ha il retrogusto del whisky ma è imbarazzo, puro e semplice. Sa che non può chiedergli di vedersi, per quanto vorrebbe, è pericoloso e la sensazione di non aver chiuso la partita è ancora prepotente in petto. Non che lei abbia fatto nulla personalmente, ma nel momento in cui proteggi consapevolmente qualcuno, diventi automaticamente colpevole. E’ così che funziona, e il senso di nausea le conferma di sentirsi esattamente così, colpevole, buona fede o meno. Tira su col naso, richiamando la risposta a video quando arriva per sentirsi chiudere la gola istantaneamente. Se da una parte sa che non ha nulla da pretendere, da chiedere, dall’altra c’è una parte di lei che vorrebbe implorare di mandare tutto affanculo, di non andare, di restare con lei pur sapendo di avere il tempo contato, e di non poterci fare niente. L’aveva messa in guardia. L’aveva avvertita, eppure da un lato sembra essere l’unica cosa naturale, non rifuggire l’inevitabile, abbracciarlo e farlo proprio fino a che è possibile perchè tanto la vita finisce per tutti e ad avere paura non si campa più.
Però non smette di avere paura. La sente arrampicarsi lungo la schiena come un brivido freddo. Paura di non essere abbastanza, di non riuscire a fare la cosa giusta e anzi, di essere causa di qualcosa che va storto, come la sera della manifestazione. Avrebbe dovuto levare la pistola a Clem, avrebbe dovuto impedirle di farsi picchiare, e forse non sarebbe successo tutto quel casino. A guardarsi indietro avrebbe potuto fare tante cose meglio, scegliere strade differenti, risparmiare a sè stessa e ad altri, soprattutto, una serie di sfortunate coincidenze. L’alcol non aiuta a pensarla meglio. A pensare che se solo potesse tornare indietro... ma non può, non ha alcun potere, umana come ha deciso anche il tanto odiato tampone. Umana senza sconti. Umana fragile che si è fatta lanciare dalla cima di un palazzo da Irina Voronin senza riuscire a lasciarle niente più che un graffio. Che ha deciso di nascondere la faccia dietro una maschera per cercare di fare qualcosa di più, perchè ormai di preservare la vita delle persone non basta. Non a questo mondo. E poi è finita irrimediabilmente a schiantare il muso contro un uomo cheè tutto tranne che ideale, di cui sente un bisogno viscerale che non riesce ad esternare in maniera normale, finendo per insultare e ringhiare invece di... comportarsi normalmente. Si rigira sul divano, sapendo di non avere alcuna chance di dormire perchè i pensieri infestano la mente e non le danno respiro. Non cell’ha con nessuno di loro, non con Niall, non con Aaron, non con Clem o con Galen, o con Gordon, o la SCF, o i Patriots o Victor. Ma non può fare a meno di avercela con sè stessa per il continuo sperare e credere che ci sia un modo per cambiare le persone, le cose, gli eventi, il corso della storia. Ce l’ha con sè stessa quando si preoccupa per loro che si ficcano testa bassa nei guai convinti di poterne cavare qualcosa, convinti che sia l’unica strada. E quando le dicono che torneranno lei non può fare altro che aspettare e sperare, come un bravo cane che scodinzola dietro la porta senza avere coscienza del tempo che passa. Sarebbe più facile se così fosse, se non avesse idea o consapevolezza della merda in cui navigano. Era mille volte più semplice tenere tutti lontani, alzare i muri e cenare in compagnia dei fantasmi del passato. Niente batticuori, niente pianti ansiosi. Solo quella mestizia docile a cui bene o male tutti si lasciano andare, a cui ci si abitua in fretta e da cui non si esce più, come l’ipotermia.
Si alza di scatto, incapace di stare stesa ancora, senza possibilità di vedere il sonno ma con la voglia di barricarsi dietro qualcosa che non manifesti la sua assoluta inferiorità e ogni sua debolezza. Prende le chiavi, si butta addosso la tuta gettando il vestito nella cesta dei panni sporchi e via, fino al pub sotto il Walt Whitman, una tappa, una birra o due, una partita a biliardo e poi di nuovo via, non con la sua macchina ma in compagnia di un amico che se ne torna nella North. E poi da lì un altro passaggio, per assicurarsi di non avere nessuno alle calcagna, scivolare nelle fogne, trovare la via giusta e chiudersi al sicuro in un guscio dove nessuno ha accesso tranne lui. I riflessi verdi e arancio le accendono lo sguardo. Indossa la suit ed esce, perchè dietro la faccia di Neit tutte le preoccupazioni vanno a farsi fottere.
[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now
We're broken people now
[Logic:]
Tell me that I won't ever be nothin', ain't that somthin'?
I've risen from the bottom
I got 'em eyes on the prize and inside 'em
Damn right I overcame, y'all know the name
We similar but never been the same
Everybody, yeah they know the name
Right now, we'll make it some how
We'll make it some way
Yeah you know we gon' get it today like
I'm all on my own now
I won't ever let you down
Won't let you down down down
Yes I've been through it
They know I do it for the people
I'm fighting so we be equal
For my son and my sequel
And anybody who listenin'
In they system like venom
I get in 'em and spread visciously
This is me
[Rag'N'Bone Man:]
We're broken people now
We're burning out
So cold and bleeding now now now
Gonna let you down
We're broken people now
[Logic:]
We back at it
Young Logic, the rap addict
Giving it every part of myself on the real you would think that I'd be asthmatic
Allergic to your bullshit, yeah that's right I done had it
Real all the time, if you rep it get it tatted right now
This right here a vibe right now
I am too alive right now
I'm alive right now
Come on feel the vibe right now
Feel the vibe
Feel the vibe
Feel the... feel the... feel, feel the... feel the vibe
La brandina cigola sotto il sedere, le gambe incrociate accolgono una vecchia scatola di latta, di quelle in cui il padre teneva gli attrezzi per arrangiare la moto, sbeccata, arrugginita ma ancora buona. All'interno, sopra una pila di foto consumate, appoggia il libro in cui ha pressato i fiori che Jenny le ha regalato, perchè non è riuscita a rinunciare, a vederli sfiorire e perdere petali, bellezza, freschezza. Sua madre lo faceva sempre, ogni fiore regalato veniva attentamente trattato, ci voleva pazienza, calma. Ce l'ha messa tutta per mantenerli belli nonostante i colori si siano scuriti, le sfumature miste si siano inevitabilmente corrotte, restano vividi nella memoria di un bel gesto che non è passato inosservato, nemmeno per sbaglio. Sul libro appoggia la cartolina arrivata il giorno dopo San Patrizio, senza niente scritto, solo l'indirizzo di casa e un leprecauno sbronzo con una battuta di spirito che le ricorda dolorosamente come sia ancora aperta una ferita il cui pulsare si fa meno intenso a mano a mano che la sua resistenza aumenta. Il dubbio che possa essere stato suo fratello a mandargliela per il suo compleanno - considerate le candeline infilate nel culo del soggetto ritratto - le solletica la nuca come un fastidio da cui non riesce a liberarsi, ma finisce accantonata e messa da parte assieme alle cose belle, le foto da bambini, tra i ricordi buoni. Come quel biglietto che rigira tra le dita e che odora ancora di waffles. Non è triste, nemmeno amareggiata. Le ci sono volute almeno una decina di riletture per rendersi conto del fatto che Andre se ne fosse andato e non può nemmeno rinfacciarglielo. In fondo gli vuole bene, e come ogni persona a cui ha davvero voluto bene, quando se ne vanno lo accetta, abbassa la testa, abbozza e incassa, perchè lei se n'è andata tante volte pensando di fare la cosa giusta per gli altri o per sè stessa. Se si incazzasse sarebbe ipocrita e almeno questo glielo deve. Così mette quel biglietto nella scatola assieme ad un sottobicchiere consumato rubato al Two Heads. Certo la colazione aveva un sapore un po' amaro stamattina nonostante tutto, ma passerà come passa ogni cosa.
Si allunga, prende una bottiglia di whiskey e si versa due dita, spaziando sulla stanza silenziosa attorno a sè. Nessuno sa che sotto la sua clinica ha un posto segreto e protetto, ed è proprio lì che porterà il regalo tardivo di compleanno che le ha promesso Legion. La suit resterà chiusa in un armadio, perchè deve essere al sicuro e protetta per poter proteggere quelli che ama.
Lì sotto terra c'è un mondo di cose taciute, alcune le rimpiange un po'. Rendersi conto che Andre si è incamminato lontano da dove lei può vederlo le riporta alla mente tutto quello che avrebbe voluto confidargli, perchè è così che si fa in una famiglia: niente cazzate, niente bugie.
Avrebbe voluto dirgli che è stata fortunata con i fratelli, perchè per quanto se ne vadano sempre lontani e spariscano, non può recriminare sul fatto di essere stata amata. Avrebbe scelto lui su tutti per confessare che sì, ha paura, e sì, sa perfettamente che le cose come le fa lei sono pericolose. Che sì, le manca suo figlio più di qualsiasi altra cosa ma che sa che è felice, ora forse un po' meno che suo padre è in missione in Medioriente ma è abbastanza piccolo da passare anche questa, indenne. Che ogni tanto, quando rientra a casa ed è vuota e silenziosa, la voglia di piangere è più della voglia di bere. Che lei non è tagliata per salvare il mondo ma cazzo qualcuno ci deve pur provare no? E' solo un passo, un tentativo. Che lo sa, che a furia di tendere la mano e accogliere la gente prima o poi la pugnaleranno alle spalle, è già successo, ha un paio di cicatrici sulla schiena proprio per quello. Per ricordare che un coltello nella manica è sempre dietro l'angolo ma se dovesse preoccuparsi ogni volta di quello che non vede, vivrebbe nella paura e no, non ci sta a viverci. Che ogni sbaglio che ha compiuto in vita propria ha sempre portato a cose buone, nel bene e nel male, e che non smetterà di fare sbagli. Avrebbe voluto rivedere il campionato nuovo con lui, in un pub nella South, a bestemmiare dietro l'arbitro o gli avversari, a scolarsi le pinte come se non ci fosse un domani sapendo che poi entrambi sarebbero dovuti tornare ai rispettivi lavori, quali che fossero. E, sopra ogni cosa, avrebbe voluto sapere cosa lo rendeva triste nelle sere da solo, cosa quel gene lo aveva reso capace di diventare, a parte il rimanere sempre il suo little brò.
Sorseggia dal bicchiere, scivola sulla lingua come velluto, caldo. Infiamma la gola e la porta a stendersi, chiudere gli occhi e lasciar andare le lacrime, perchè sì. Perchè lì sotto può farlo. Piangere, strepitare, urlare. Nessuno lo saprà mai. Andre di certo non lo saprà quanto le mancherà. Respira, le dita corrono lungo la gola scoperta, chiudendosi in una
presa salda che le scarica un brivido irrequieto, con un'immagine vivida
che emerge, prepotente. Drizza la schiena di scatto, allontanando la bottiglia per sommergersi nel piumone e restare al buio per un po', ad allontanare un viso che si allaccia tra altri, intruso consapevole.
Una volta che il cuscino si è bevuto tutte le lacrime ritorna semplicemente allo stato iniziale, quello a cui si è adeguata da quando ha iniziato a perdere pezzi di cuore appresso a quelli che ha amato. Va bene così, alla fine, perchè ha imparato presto che la vita ti concede poco tempo, un giro di clessidra al massimo e di quel tempo devi prendere tutto il possibile: amare intensamente ogni secondo, ogni faccia che passa e se ne va, ogni scontro e ogni incontro. Non importa quanto male possa fare un addio, almeno quella scatola è piena. Piena di vita vissuta e non sprecata, piena di ricordi e meno di rimpianti, piena di persone che si portano via un pezzo di lei, senza però lasciarla abbattuta o indebolita: si è costretti a diventare più forti per non farsi sfaldare come polvere nel vento. E poi, presto o tardi, sa che li reincontrerà, in questo mondo o nell'altro.
Sometimes I get tired of waking up on my own, And sometimes I feel like I want to go home,
But the cars they keep on driving,
Down a road that doesn’t seem to end.
So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.
It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes.
Sometimes its hard to know the way to go,
When the waters rise around you,
And the fire rages down below.
So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.
It’s there in the shadows where nobody goes,
It’s there in the dark but what good is it though,
It’s a vanishing point on a shimmering road,
And there when I close my eyes.
oh oh oh oh oh
oh oh oh oh oh
Cos we’re bullets and we’re fired from shotguns flying through birthdays and new years,
Yeah we’re rolling stones but the moss keeps growing round our hearts and our eyes and our ears,
Cos we’re bullets and we’re fired from shotguns flying through birthdays and new years,
Yeah we’re rolling stones but the moss keeps growing round our hearts and our eyes and our ears.
So we’re following arrows and the flight of the crow,
Living wide screen but what good is it though,
When life gets narrower the further you go,
Suns set before they rise.
It’s there in the shadows where nobody goes, It’s there in the dark but what good is it though, It’s a vanishing point on a shimmering road, And there when I close my eyes, There when I close my eyes, Only there when I close my eyes.
Chiude la portiera senza sbatterla, salutando i bambini sul sedile posteriore della berlina del Vice Comandante dei ribelli. Ringraziato per lo strappo fino sotto casa, in compagnia degli AC-DC per coprire il suono dei ricordi a cui non ha potuto sottrasi una volta richiusa la porta dietro le spalle. C'è silenzio nell'appartamento, quello scomodo che ti spinge a cercare di riempirlo con qualsiasi cosa, così accende la radio per sentire meno la distanza. Tira il telefono in bagno, il cavo lungo perchè comprarsi un cordless è troppo e quello funziona benissimo. La finestra aperta, il chiacchiericcio del radiogiornale a cui non da alcun peso e la chiamata regolare, fissa per parlare con il proprio figlio. Liam ha più o meno l'età di Johnny, forse si passano una mezza dozzina di mesi. La voce allegra cinguetta un sacco di cose sconnesse ma non le importa davvero, lo ascolta cercando di seguire la logica inattaccabile perchè semplicemente loro ne sanno di più dall'alto della loro brevissima esperienza, ma più fresca della tua. Non le pesa sentire di nuovo Cian, non le pesa il fatto che le ricordi ancora una volta di non essere una buona madre.
- Quindi preferisci che se ne occupino i miei mentre sono via?
- Cian ne abbiamo già parlato, starà meglio con i tuoi, manterrà la sua routine, i suoi amici. Farlo venire qui non è una buona idea, questa città è matta e tra sei mesi poi che faremmo?
Il silenzio dall'altro capo del telefono sa di accusa, cocciuta, e di rancore non espresso, quando sai di aver toccato i tasti dolenti e il fastidio dell'aver ragione senza bisogno di doverlo sottolineare. La vocetta di sottofondo continua a raccontare di come abbia fatto pupazzi di neve, di come il suo amico del cuore abbia ricevuto in regalo i primi pattini da ghiaccio e sente il suo ex marito promettere che li comprerà anche a lui. Lei ride appena.
- Non viziarlo troppo, se li deve guadagnare i pattini.
- E' un bravo bambino, se li merita.
- Figlio di suo padre, mh?
Il commento non trova eco di divertimento dall'altra parte. Sospira semplicemente, rilassando le spalle e buttando la sigaretta nella tazza del wc. Saluta, piegando appena la testa di lato, scivolando indietro svuotata di energie come ogni volta che riattacca dopo aver parlato con il suo ex marito.
Il tuffo sul divano è una ricerca di calore, l'incarto del fish&chips appoggiato sul tavolino da caffè. La radio passa grandi classici del rock, si è incastrata sui Pink Floyd, il cellulare incastrato sotto i cuscini. Infila la mano, scavando alla ricerca di qualcosa. La birra scura scivola senza peso lungo l'esofago, soddisfacente contro la punta di aceto buttata sulle patatine salate all'eccesso. Spazia con lo sguardo, nessun movimento, non una coda che scodinzola, non passi che si spostano nella casa, tutto immobile e quieto. Finisce la cena, buttandosi addosso una felpa troppo grossa scende nel vicolo dietro casa. Una scatola grossa di cibo per cani, inizia a suddividere il cibo in ciotole abbandonate lì, coperte dal tetto della casa. Fischia, richiamando i randagi della zona, abituati a venire nutriti a giorni alterni. Riempite le ciotole fa qualche passo indietro per osservarli mentre si avvicinano, diffidenti ma troppo affamati per non cedere alle lusinghe. Si siede sui propri talloni ad una manciata di metri di distanza ad osservarli litigare per l'ultimo boccone, scodinzolare di misera soddisfazione. Osserva quelli più bulli che cercano di rubare il cibo ai più deboli e piccoli, e chi si ingegna per rubare un boccone a destra e uno a sinistra, poi c'è quello impavido e ruffiano, che si avvicina troppo, che annusa e si allunga uggiolando a cercare di leccare il cucchiaio con cui ha distribuito il pasto e lei glielo cede, con un sorriso che non mostra i denti e lo sguardo che non incrocia quello degli altri. Solleva l'attenzione alla scala antincendio, lì dove Mark era solito piazzarsi a redarguirla di smetterla a dar da mangiare ad ogni randagio che incontra. Iris Jr. davvero la mette a disagio, perchè nei suoi occhi intelligenti teme di vedere il riflesso di quella che è diventata, senza patine ad edulcorare la realtà. Il rapporto che la piccola ha con il fratello maggiore riesce a battere su una ferita che non si rimargina mai. Spazia sul vicolo e ogni mattone le ricorda qualcosa, così decide di lasciare i cani e tornare su a casa.
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Il suo diciottesimo compleanno incombeva ma non c'era la solita elettricità nell'aria. La casa era un peregrinare costante di parenti, amici, familiari che venivano a salutare, chiedere come stesseMarie e tutti ad evitare accuratamente di domandare dove fosse Colin. Nan non faceva altro che prendersi cura di un involucro ormai privo di energie, mangiato da un male che nessuno riusciva a curare nonostante fossero sempre più all'avanguardia in fatto di cure mediche. Lei passava i pomeriggi a pettinare i capelli castani, i riflessi rossastri si erano spenti e ingrigiti come i suoi occhi verdi, patinati di stanchezza e arrendevolezza, nonostante si ostinasse a sorridere con orgoglio malcelato.
- Prometti che li terrai d'occhio per me, babygirl?
- Two eyes, as much as I can spare, mum.
- Good.
Il sorriso non le si incrinava, resisteva alle intemperie come fa una casa solida con le fondamenta piantate a fondo nella terra. Però anche le case più salde possono tremare e crollare, quando la scossa è troppo forte. Non importa quanto ci si prepari, quanto si sappia che la fine incombe, fa male quando perdi qualcuno che ami e non ci puoi fare niente. Quando si spense lo fece in silenzio così come aveva vissuto, all'ombra ma solida, presente senza far pesare e spesso data per scontato. Colin aveva ottenuto un permesso speciale per lasciare lo stato del Massachusetts, 48 ore di tempo per seppellire la propria moglie e poi tornare in carcere a continuare a scontare la propria pena. Lui c'era, a baciarle teneramente le tempie mentre le ultime gocce di morfina si portavano via il dolore, trasportandola in un sonno senza ritorno, tra campi verdi e scogliere scoscese sotto la luce di un cielo libero. C'erano tutti, tranne uno. In ogni volto che si affacciava alla porta Cori cercava i tratti familiari del proprio fratello. Il pomeriggio arrivò con la pioggia, un acquazzone improvviso e inaspettato, talmente forte da far vibrare le finestre percosse dalle gocce spinte dal vento forte. Quando Mark arrivò tutto era immobile, uomini grandi e grossi con passati discutibili alle spalle erano piegati su bottiglie di alcol a ricordare con tristezza languida una donna che li ha amati come fratelli, figli e famiglia. Corinna invece aveva la testa ritta, le spalle allargate. La postura non era dissimile da quella di Nan ma la vecchina era salda per esperienza, non per tensione e rabbia. Quando il fratello apparve oltre la porta lei gli fu addosso in un paio di secondi e la casa esplose nel tumulto. Colin era pronto a bloccarla, ma venne fermato dalla sua stessa madre con addosso uno sguardo ammonitore. Calci, pugni e non una parola. Sfondaron una porta perchè lei dovea sfogarsi, sì ma lui non ci stava, non ad essere picchiato senza una spiegazione e, di conseguenza, si è trovato a reagire di rimando. Non era la prima volta che Mark e Cori si picchiavano, è sempre stato il loro modo di ristabilire l'ordine delle cose e tanto era sempre lei quella che pagava il prezzo più alto, un braccio rotto, qualche dente saltato, occhi neri e chi più ne ha più ne metta. Non ricordava nulla di quel giorno salvo una cosa, la rabbia di suo fratello che le abbaiò contro un netto e cattivo:
- You are not my baby-sitter
Le hanno raccontato che la sua risposta fu una testata che costò a Mark un setto deviato e litri di sangue sparsi sul pavimento di casa a cui ha posto rimedio lei stessa, inzuppando asciugamani, curando le stesse ferite che aveva inferto nel più cocciuto silenzio in cui l'abbiano mai vista chiudersi.
Al funerale erano entrambi lividi, ma a salutare i boccoli castani e il bel sorriso di una bocca larga e piena di vita erano fianco a fianco, mano nella mano. Brother & Sister.
Ricorda quando si spaccava la testa sui libri per finire gli esami in tempo e lui le rammentava di mangiare e che non poteva andare avanti a soli caffè. Ricorda quando venivano mà e pà e se pure in casa non ci stavano tutti il pranzo la domenica aveva sempre lo stesso odore, rassicurante, conciliante come le cose buone della vita, quelle che valgono davvero di essere vissute pienamente. Pensava non lo avrebbe mai più sentito quell'odore, poi però dopo aver preso insulti per tutta la mattinata ingoiando merda fino ad averne abbastanza, una busta di carta e il pranzo al sacco.
Di nuovo quel buon odore che sa di casa.
Hey! Hey! Hey!
I don't like walking around this old and empty house
So hold my hand, I'll walk with you my dear
The stairs creak as I sleep,
It's keeping me awake
It's the house telling you to close your eyes
And some days I can't even trust myself
It's killing me to see you this way
'Cause though the truth may vary
This ship will carry our bodies safe to shore
Hey! Hey! Hey!
There's an old voice in my head
That's holding me back
Well tell her that I miss our little talks
Soon it will all be over, and buried with our past
Ha promesso che avrebbe dormito dopo il goccetto condiviso con Darius ma proprio non ce la fa. Fissa il bicchiere, oscillando quel poco che resta di liquore ambrato, movimenti ipnotici del polso, pieni, morbidi. Sospira ripassando nella testa ogni fotogramma delle dita dell'uomo mentre le ricuce il buco nel braccio, ripassa e sottolinea gli errori che segna su di un blocchetto "per la prossima volta". Stenta a tenere la testa dritta ma una parte di lei è lucida da far schifo e vorrebbe davvero farla smettere di rimuginare ma nè gli antidolorifici, troppo blandi, nè l'alcol aiutano. Per questo dormire non è un'opzione valida, si conosce abbastanza bene da sapere che se abbassasse la guardia lascerebbe loro campo libero.
Un brivido la fa sobbalzare sulla sedia. Sgrana gli occhi e si guarda attorno, per un solo istante le è parso di sentire tutte le grida della sera prima. Gli uomini agonizzanti oltre qualsiasi possibilità di soccorso, le urla della Patriot bionda nella nebbia viola, la voce metallica della ragazza col buco nella spalla e i poteri, quella canzone sussurrata tra le grida di dolore e paura. Si alza di scatto, buttandosi la giacca addosso nonostante i punti inizino a tirare e dare fastidio, prende le chiavi del pickup, infila il revolver nei jeans e si incammina fuori dalla clinica, litigando con lo zippo e le sigarette. Marcia accanto l'auto e si allontana a piedi, sapendo che con tutto quello che ha assunto per dominare sè stessa, finirebbe con molta probabilità contro un palo o peggio.
Cammina e per un attimo solo la sfiora la voglia di passare dal Ruin, andare a trovare Routh ma poi ricorda che lei non c'è più e che dovrà campare con l'ennesimo debito non saldato. Allora riprende a camminare fino a che la stanchezza non diventa nausea e il dolore qualcosa di persistente, un sottofondo in cui naviga il cervello. Cammina fino a che il corpo non entra in modalità automatica avanzando per inerzia e la mente semplicemente si spegne. E' in quel momento che trova la forza di cantare. Da ragazzina non faceva altro ma ha gradualmente smesso perchè di esternare quello che sente ha imparato a farne a meno, o a cercare di nascondere quanto più possibile la debolezza dietro una determinazione fastidiosamente feroce. Lungo le strade parallele alla Ghost Road lascia che una delle sue canzoni preferite le scivoli tra le labbra, la voce roca, priva di enfasi almeno sulle prime note.
We are proud individuals living on the city But the flames couldn’t go much higher
Ha sempre camminato un sacco per scaricare il nervosismo, la frustrazione, la rabbia. Può sopportare un proiettile nel braccio, i punti a crudo, ma non riesce a sopportare di restare impotente, di non poter fare, che le venga impedito di agire. Da qualche parte in lei c'è qualcuno che le ricorda che non può salvarli tutti e di certo ieri sera non avrebbe potuto fare nulla per quegli uomini, le loro grida, l'orrore. Ma non si accontenta. Non riesce semplicemente ad accettare di non avere la forza di fare di più.
Oh, that’s life Left dripping down the walls Of a dream that cannot breathe In this harsh reality
La realtà è uno schiaffo costante, un muro che prende a testate costantemente. Come il venire a patti con lo stare tra l'incudine e il martello, consapevole che presto o tardi diventerà un ostacolo per qualcuno e dovrà guardarsi le spalle anche da quelli con cui, fino ad ora, ha mantenuto i patti chiari. Si guarda attorno, lo sguardo docile inquadra i segni, la strada la conosce e la segue, testa bassa, impattando la spalla sana con la gente, evitando per un soffio di puro istinto quelli che rischiano di schiantarsi con quella ferita. Sale le scale a due a due, allungando la mano sulla vernice scrostata, toccando le bolle, i graffi prima di far impattare le nocche. Tira su col naso, vacillando sulle gambe incerte e quando le viene aperto perde l'equilibrio con la sicurezza e la fiducia di chi sa che se anche arriva a baciare il pavimento non farà mai male come quello che ha provato assistendo impotente alla morte di persone, stronzi, senza dubbio, ma pur sempre persone.
From which we’ll rise over love Over hate From this iron sky That’s fast becoming our minds Over fear and into freedom You just got to hold on!
Le gira la testa, il braccio fa male ma non fa una piega, ha imparato a gestire il dolore, ignorarlo e passare oltre, come ha fatto la sera prima. Non si pente di aver scansato Flare dalla traiettoria del proiettile, prendendoselo al suo posto, non le ha dato fastidio venire richiamata, sgridata per l'ennesimo colpo di testa, così come non si è risentita di come le abbiano ricordato che sia "Solo un medico", infatti è quello che è, orgogliosa di esserlo, dannatamente fiera.
To those who can hear me, I say, do not despair
The misery that is now upon us is but the passing of greed
The bitterness of men who fear the way of human progress
The hate of men will pass, and dictators die
And the power they took from the people will return to the people
And so long as men die, liberty will never perish
Don't give yourselves to these unnatural men
Machine men with machine minds and machine hearts!
You are not machines, you are not cattle, you are men!
You, the people, have the power to make this life free and beautiful
To make this life a wonderful adventure
Le braccia di Ryan l'accolgono al volo, abituato a farle da cavalier servente. Vede le sue labbra muoversi, legge la preoccupazione nei suoi occhi ma la verità è che ha solo bisogno di dormire e ha paura di farlo. Lui non ci pensa due volte a tirarsela in braccio, chiudere la porta con un calcio e portarla a stendere sul letto. E' conciliante, è soffice, il profumo familiare, di qualcuno di cui fidarsi senza sconti, senza timore, una lealtà fedele come quella dei cani, reciproca come può essere in un branco, per quanto ormai siano solo rimasti in due, solitari e sparpagliati rispetto a quelli che erano un tempo. Lo trattiene, le dita impigliate contro la felpa degli Eagles. Lotta contro di lui per non farlo andare, nonostante paia solo volersi premurare di prenderle qualcosa, lei insiste, le dita si fanno d'acciaio, se lo tira addosso cedendo terreno all'unico modo che ha di tenerselo vicino, ora, lì. Schianta la bocca contro la sua, lo assapora avida, bisognosa fino a che tutto si scioglie e diventa fluido, lontano come la musica che sfuma.
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Quando il cellulare le suona si rotola nel letto, impigliata tra le lenzuola. Numero sconosciuto.
Ciao carissima. Tu non mi conosci ma io conosco a te, sono Phantom Quartz. Senza perderci troppo in chiacchiere, c'è un vigilante ferito nella discarica di Philadelphia. Ha un polmone perforato... immagino non sarà un problema per te recuperarlo e dargli una riassestata.
- Shit!
Le chiavi sul tavolo, l'angelo le ha parcheggiato il pick up sotto casa sua, il biglietto appeso alla porta perchè qualcuno dei due deve avere turni e orari normali. Quando arriva alla discarica di gente ce n'è tanta da recuperare, il polmone perforato è un problema. La strada da lì a Groundwaters è un battito di ciglia.
And we’ll rise over love And over hate Through this iron sky That’s fast becoming our minds Over fear And into freedom Into freedom!
Rannicchiata nell'ufficio della clinica su Ghost Road tutto è immobile e silenzioso. Jen ha staccato da un paio d'ore lasciando lei in controllo ma è relativamente quieto. Il cellulare messo su silenzioso è in carica, con lo schermo rivolto verso l'alto. I talloni appoggiati sulla sedia, sono ore che sta leggendo formulari chimici, elenchi di medicinali, prontuari medici. Ha promesso a Matt che avrebbe trovato una soluzione per il suo problema, anche se non è il suo campo. Scaccia l'immagine di quel maledetto pupazzo con l'aiuto di caffeina e zuccheri, mentre prende appunti, segna cose da comprare, altri libri da consultare. Non è semplice, ma i farmaci l'hanno sempre interessata e pare che una conoscenza approfondita sia una buona cosa da quelle parti soprattutto visti i prezzi dei medicinali di base a Groundwaters. Non era una schiappa in chimica, per un certo periodo ha anche pensato di scegliere farmacologia ma Nan non glielo ha permesso. Doveva diventare medico, per la famiglia, per sè stessa. Le bruciano gli occhi per quanto ha letto, la luce non è ottimale e la postura da topo di biblioteca non l'aiuta di certo. Il silenzio che la circonda è irreale, può quasi sentire battere il suo stesso cuore se si concentra abbastanza, ma quello che la fa saltare dalla sedia è un battito di ben altra natura. Un rintocco ritmato, metallico che le spedisce un brivido irrequieto lungo la schiena nemmeno avesse davanti Teodor. La chiacchierata della mattina con Matt l'ha profondamente turbata e non è un mistero, le malattie mentali l'atterriscono, sia perchè non ha gli strumenti per rimediare a certi mali, sia perchè sono imprevedibili. Ha visto cose giustificate dalla pazzia che preferirebbe non ricordare. Il suono non smette, ad intervalli regolari riprende rassicurandola della sua assoluta veridicità. Gli occhi verdi dietro gli occhiali ruotano a puntare la porta. Ha visto troppi film dell'orrore e letto troppe notizie spiacevoli per non aspettarsi il peggio, motivo per cui, Little Surprise alla mano, spinge il naso fuori dalla porta dell'ufficio per cercare di capire da dove provenga quel rintocco metallico. Si acciglia vistosamente, guardando le stanze deserte, tendendo l'orecchio verso la porta sul retro che conduce alle scale interne del palazzo, una via d'uscita alternativa che porta ad un livello strada differente dall'altro lato dell'edificio, ben nascosto. Ruba la torcia dal cassetto dell'ufficio, la batte contro il palmo della mano come si fa per controllare se le batterie sono ancora all'interno, il cielo solo sa perchè ma è un istinto naturale come allargare il braccio verso il lato passeggero quando freni di colpo. Scivola fuori in punta di piedi trattenendo il fiato e fermandosi come in un gioco da bambini ogni volta che il suono si interrompe, come se lo sfruttasse a copertura dei suoi stessi movimenti. Spinge il maniglione antipanico della porta sul retro, apribile solo dall'interno, per inondare il piccolo ambiente claustrofobico di luce artificiale a led. Si ferma, respira e spazia attorno, non è un segugio e il suo orientamento non è migliore di quello di molti altri motivo per cui deve prendersi del tempo per focalizzare bene da dove arrivi quella eco. Per un attimo le pare che scivoli fuori da una parete, quello dopo dal pavimento, alla fine punta il fascio di luce contro la parete crollata. Un brillio di riflesso tra le crepe ne attira l'attenzione: non aveva mai notato la presenza di un tombino lì. Si inginocchia a terra e appoggia l'orecchio, imitando gli indiani senza però avere alcuna coscienza di quello che combina. Di nuovo il suono rimbomba, sono vibrazioni che le carezzano la guancia e che lasciano intuire come possano provenire da lì sotto. Si acciglia un po', torna indietro per recuperare qualcosa con cui fare leva e scassinare l'accesso. La curiosità è una brutta bestia, le vittime dei film horror lo sanno.
- Se è uno scherzo di merda giuro che qualcuno me la paga... Gesù ora parlo anche da sola, ecco che si ottiene a conversare con i bacati di cervello.
Il suono della sua stessa voce ha qualcosa di confortante, fa sentire meno soli così come la presa sul calcio della pistola fa sentire molto più al sicuro. Per spostare il tombino le ci vuole un sacco di inventiva ma quando ci riesce resta profondamente delusa affacciandosi sull'apertura. Terriccio, rossastro, un paio di tubi che sporgono e si infilano a lato, praticamente una buca inutile senza nemmeno un contatore, una valvola. Sbuffa, tutta fatica sprecata apparentemente ma poi il rumore torna, e sembra spostato. Si acciglia, immerge la testa oltre il passaggio e scopre che c'è un tunnel in cui potrebbe strisciare e seguire qualche tubo ben oltre la zona crollata di macerie. Ci pensa un po', schioccando la lingua contro il palato di rinunciare non se ne parla così si cala all'interno, inzozzandosi di terriccio rosso per avanzare coi gomiti lungo lo spazio, spostando avanti la torcia che decide di spegnersi a metà tragitto, perchè scuoterla per controllare le batterie non basta e lo sanno tutti.
- Oh for fucks sake! Un fottuto classico.
Cerca di strisciare indietro ma il terriccio è molle sotto le mani, cedevole e, all'improvviso, slitta direttamente giù, di muso, come in uno scivolo d'acqua, senza sapere se in fondo c'è l'acqua. Il tuffo non ha niente di piacevole, acque schifose raccolte dagli scoli delle strade attutiscono la caduta che le procura comunque una sequenza non ragionata di lividi sulla schiena. Si tira in piedi e si guarda attorno, la luce filtra da alcune grate e il rumore ora si fa improvvisamente più forte. La torcia, com'è giusto che sia, riprende a funzionare quando le percosse le fanno dimenticare di essere zuppa di schifo. Si fa trascinare attraverso un reticolo di cunicoli più o meno asciutti fino alla sorgente di quel suono.
- Tutto sto casino per un tubo di merda. Typical of you Cor.
Si lamenta recuperando una sbarra di metallo marcio con cui cerca di ruotare la valvola mezza saltata e spegnere il dannato ticchettio che arriva fino su da lei. Non ha idea di quanto sotto sia ormai, ma visto che c'è tanto vale porre fine al tormento. Poi il cigolio, qualcosa che si socchiude e lo sbuffo contro il viso che sa di chiuso e abbandonato come le porte delle cantine. - I'm a fucking Goonie!
Si fa coraggio da sola, incitandosi ad infilarsi in un posto chissà dove, chiuso da chissà quanto tempo. Con la torcia illumina quello che a conti fatti pare essere un vero e proprio bunker, di chissà quale epoca passata. Un comparto centrale che si divide in tre zone, diritto, a destra e a sinistra. Le esplora tutte, per lo più sgombre a parte brande, armadi di metallo, quello che serve per tirare a campare il cielo solo sa quanti anni, se ben rifornito. Un dormitorio con quattro brande con i materassi stile militare ancora arrotolati e consevati sotto vuoto. Casse di acqua in scatola, cibo liofilizzato. Esplorando incappa in un pannello, la leva abbassata richiede un po' di gioco ma alla fine si attiva e la torcia diventa inutile. Un paio di lampadine saltano, ma le altre riescono a reggere. Lo storage ha tutto il necessario per farti sopravvivere attraverso un paio di guerre nucleari indenne e anche un sacco da leggere, tra vecchi manuali di sopravvivenza anche qualcosa di chimica e medicina in cui si perde, fino a che non ricorda di essere zuppa, infreddolita e sotto terra.
Le epifanie arrivano sempre quando meno te l’aspetti, o non sarebbero epifanie d’altronde. Per lei capita in momenti discutibili, per lo più legati a sregolatezza e mancanza di amor proprio. Di norma il copione prevederebbe lei a sostenere la fronte di qualcun’altro, brilla abbastanza da riderne ma non sbronza abbastanza da finire per collassare a propria volta. Da che il fratello e i suoi compari l’hanno battezzata nell’alcol non ha mai perso completamente il controllo se non in rari casi e a quanto pare qualcosa l’ha spinta fin oltre il limite. Spalancando gli occhi verdi, acquosi e arrossati per lo sforzo, si affaccia sulla tazza di porcellana di un appartamento nella North che non è il suo. Le dita callose le sorreggono la fronte, si impigliano tra i capelli mentre ricaccia anche l’anima tra le lacrime e la frustrazione. Di solito è lei a prendersi cura degli altri così, era il suo compito, il suo ruolo e trovarsi in quella situazione non fa che acuire il senso di insoddisfazione e fastidio. Svutata di energie e di forze si accascia come un sacco di iuta e viene prontamente raccolta, con la ritrosa rude dolcezza di qualcuno che non è affatto abituato a dover essere l’infermiere di turno. Un caffè nero e lenzuola che sanno di fresco sono un toccasana così come lo è l’assenza assoluta di domande, il silenzio comprensivo di chi ti conosce da una vita e non ha bisogno di sentirti parlare per sapere come stanno le cose.
Ha esagerato, lo capisce semplicemente da come le tremano le dita, da come le ginocchia stentino a reggerla, da come il battito cardiaco sia impennato. Ha esagerato e lo capisce dal sapore che le raschia in gola, non importa quanti caffè butti giù o quante aspirine prenda. Le tempie, quelle non perdonano, ha un dannato martello pneumatico nella testa e niente sembra riuscire a spegnerlo. Non si vergogna, di rannicchiarsi su di un letto che non è suo diritto occupare, così come non prova vergogna nel pietire braccia robuste entro cui nascondersi per soffocare le lacrime frustrate contro il cuscino che si sporca di trucco e che poi dovrà pulire. Odia essere vulnerabile e allo stesso tempo non riesce ad evitare di finire costantemente in difetto. Eccedere nell’alcol questa volta non le è servito. Non è bastata la sbronza a scacciare gli incubi, non trascina il corpo in un sonno senza sogni com’è successo per notti passate, tutte le notti passate da quando ha avuto il faccia a faccia con Matt che ancora la tormenta. Ha espresso i propri dubbi con sincerità a Darius, dubbi legittimi che nella sua testa filano come una storia già sentita da qualche parte. Non è abbastanza. Non lo può essere perchè lei non si sdoppia e quando cura lo fa lentamente, non ha la magia di Routh e, sopra ogni altra cosa, i mali della testa la spaventano da morire. Quando spalanca gli occhi è madida di sudore, un profilo incombe su di lei e la confusione viene subito annullata da un odore. La memoria olfattiva è qualcosa di meraviglioso, ha la capacità di evocare cose di cui si credeva di aver perso ogni traccia. Sbotta a ridere, nervosa mentre scivola via dalla stretta protettiva per infilarsi in bagno, buttarsi sotto la doccia e uscirne ripulita, almeno all’esterno.
Fa un ampio respiro ma le spalle sono curve, il peso al centro dello sterno lo sente agitarsi. Allunga la mano, la passa sul vetro appannato e si fissa in viso. Lo vede fin dentro le ossa, il male di cui le parlava la nonna da bambina. Una condanna, tramandata per generazioni, di padre in figlio, di madre in figlio. Annidata tra i geni di cui tanto fieramente si vanta con gli altri c’è quella malinconia che consuma, figlia di un popolo perennemente sconteto, insoddisfatto, che non dimentica mai i flussi migratori, le invasioni, gli abusi di governi la cui sovranità non è al popolo, l'aggregarsi in comunità che sono famiglie, che inseguono le radici e le piantano, infestanti come la gramigna in giro per il mondo. Però, nonostante l'abilità ad adattarsi, ad infestare resta sempre l'irrimediabilmente afflizione del mal di casa. Nan lo diceva sempre, quelli come loro sono destinati a soffrire, perchè è nel loro DNA. Non importa quanto diluito nel tempo sia il legame con la madre patria, l’Irlanda ti ruba un pezzo e se lo tiene stretto come una madre possessiva.
Nell’affacciarsi dal bagno contempla il profilo di Ryan e un ricordo la colpisce come un pugno alla bocca dello stomaco.
Aveva 15 anni la prima volta che viaggiarono tutti oltre oceano e l'Irlanda non era nulla di quello che le avevano raccontato. Papà non faceva altro che abbracciare gente, stringere mani e caricare le bisacce della moto. L’MC era tutto raccolto poco fuori la periferia di Belfast; da ogni parte del globo motociclisti e pezzi delle loro famiglie, un’unica grande tribù accomunata principi solidi -a detta loro- e simboli stampati con l'inchiostro sulla pelle e con la stoffa sulla schiena dei gilet. All’epoca aveva una visione particolarmente romantica della vita dei membri maschili della sua famiglia. Era l'unica femmina del gruppo e la cosa non compiaceva affatto la nonna, ma lei non volle sentire ragioni. Fece il diavolo a quattro pur di andare con 'i ragazzi' a visitare gli amici e vedere quello di cui aveva sempre solo sentito parlare, nelle canzoni, nei racconti, il posto a cui tutti erano così dannatamente fieri di appartenere. Si sa però che i racconti e la realtà non sempre coincidono. La polizia era ovunque, i confini pattugliati, ma i pub erano pieni di musica e vitalità. Da Belfast dovevano raggiungere Dublino passando il confine in una processione che richiese non poche autorizzazioni, e lei avrebbe viaggiato con papà, come aveva promesso spesso ma mai fatto. Documenti sempre pronti per passare i blocchi, mazzette che passavano di mano in mano, una ragazzina che in qualche modo fungeva da imbonitore. Una mezza pinta di Guinness originale, sotto banco perchè ancora non aveva l'età era il suo premio inconsapevole di essere uno strumento agli occhi del padre, o semplicemente, preferiva già all'epoca non sapere e fingere che tutto andasse bene.
Per lei che era nata e cresciuta negli stati uniti non era semplice capire cosa ci fosse di così complicato nell'unire due pezzi di una sola piccola isola minuscola, il paese in cui è nata di stati ne comprende 52 di cui uno sparso nel Pacifico come briciole di pane e una fetta praticamente in culo all'Artico, la voglia di capire il perchè di barriere, posti di blocco, lingue e colori differenti la spinse ad interrogare uno degli amici di vecchia data di Mickey che stava con loro. Lo sguardo di biasimo che le riversò addosso una domanda innocente, portata senza riflessione e senza sfondo, a piantare il seme. E così fu che venne spiegato tutto. Da Cromwell e la tirannia, Orange Walks, Cattolici e Protestanti, Easter Rising, Original IRA, Collins, Lynch, Bloody Sunday, Bobby Sands, P-IRA, R-IRA, New IRA. Scissioni, bombe, morti, attentati. Case in fiamme, bambini e donne uccise. Abusi, soprusi, dolore ad una manciata di km da dove stavano loro. Comprese in quel momento perchè la nonna ripeteva che erano dei dannati, perchè le storie, quelle cupe di guerra e ribellione riuscivano a toccare le viscere, farle torcere nel fastidio dell'impotenza, scoppiavano di rabbia e incomprensione. Sentire sempre una sola campana, quella intimamente legata al senso di unione. Si ritrovò con i lacrimoni senza nemmeno capire perchè, la mano di papà sulla testa, una coccola come non ne aveva mai ricevute, che sapeva di consolazione. Colin era fiero dei suoi figli, della sua famiglia, ma le effusioni non erano da lui, non da quell'uomo alto e scuro, con troppe rughe per la sua età e gli occhi spiritati, densi di rabbia bruciante che lo ha consumato in fretta assieme al suo fegato.
Quella sera - lo ricorda improvvisamente - dormì accoccolata tra Mark e Ryan, aggrappata alle magliette di entrambi perchè la birra le faceva dondolare la testa e i racconti le diedero gli incubi. Ha sempre avuto il vizio di cercare qualcuno che scacciasse i suoi mostri, se non era papà era Mark, se non era Mark era Ryan, se non loro Cian. Gli irlandesi non sono fatti per stare soli, ma irrimediabilmente ci finiscono. E' la loro croce, il loro tormento. Quando riemerge dai ricordi si ritrova a specchiarsi nei suoi occhi scuri, il calore del corpo prossimo, l'odore della pelle, di una canna di troppo e il sapore di birra sulle labbra. Ha smesso da tempo di essere quella bambina, ma ancora riesce a farsi sorprendere dalle emozioni altrui, che sia rabbia, o paura, o desiderio. Il respiro, improvvisamente accelerato lo sente infrangersi contro il viso, l'attrito tra pelle e asciugamano gradualmente viene meno e quando tra le scapole sente premere debolmente lo stipite della porta del bagno chiude gli occhi, rilasciando la tensione. E' un attimo che quella tensione torna ad annodarle i muscoli: la stanza inondata dalle note di Sunday Bloody Sunday degli U2, la luce led dello schermo illuminato che spezza ogni equilibrio. Entrambi voltano la testa di scatto, perchè entrambi sanno cosa significa quella canzone. L'ha messa lui per lei, l'ha associata lui ad un numero che ha stentato a inserire in rubrica ma che si ostina a tenere nel portafogli. Le sue labbra si muovono, un debole 'Cannot catch a break' esasperato le fa arricciare un sorriso debole, colpevole mentre le bacia la cicatrice sulla spalla e lei scivola via, lanciandosi contro il comodino per recuperare il telefono ma il nome sullo schermo non è quello che si aspettava e il cuore le si spezza, ancora una volta, come infinite volte prima di quella quando si è permessa di sperare e di farsi illudere. Ringhia quando risponde e dall'altro capo si alza un muro indignato di silenzio.
- Che cazzo vuoi?
- ...
- God have mercy, Cian, che c'è?
- Ti sei dimenticata di chiamare, te l'avevo chiesto come favore personale.
- Shit... I... mi spiace
- Yeah, I know. Lo so che ti spiace, ma mai abbastanza. Listen, se non vuoi parlarne basta che lo dici.
L'urgenza le si infila tra le costole e stringe il cuore con dita gelide. Ruba una sigaretta dal pacchetto di Ryan e si chiude in bagno, seduta sulla tazza a discutere con il suo ex marito per non sa nemmeno lei quanto e quando riemerge, confusa e preoccupata si rende conto di essere di nuovo sola. Lui non c'è, lo ha letteralmente fatto uscire dalla sua stessa casa in cerca di una boccata d'aria. Ruba una felpa, un pantalone di tuta in cui navigano le gambe snelle che raramente mostra. Il brivido preoccupato viene presto scalzato da uno spiffero che le si arrampica lungo la cervicale e le fa finalmente notare che la finestra è aperta e le chiavi del pick up sono ancora appese al muro. Si infila sulla scala antincendio trovandolo sul tetto in maniche corte a sbollire l'ennesima delusione. Il sospiro le si annoda tra le labbra in cui affonda gli incisivi, lui evita di guardarla ma sa che è lì e alla fine si arrende richiamandola con un cenno come farebbe un padrone con il proprio cane dopo che gli ha distrutto casa e hanno litigato.
Gli scivola in braccio a cavalcioni, affondando le dita tra le ciocche che ha scorciato sotto sua insistente richiesta, sforzando il suo viso affinchè lo sollevi per schiantare le labbra contro le sue, affondare un bacio morbido ma allo stesso tempo privo di quell'elettricità che è stata irrimediabilmente soffocata dal suono del cellulare. La presa sui fianchi è possessiva ma non affamata, gli occhi tornano a specchiarsi e la malinconia di lui colpisce nel profondo.
- I'm sorry.
- I know.
- I miss him.
- Me too.
Per la prima volta da quando si sono ritrovati parlano di lui apertamente, prima era solo sussurrato, legato ad episodi e rapidamente accantonato perchè la ferita fa male e non solo a lei. Il non sapere di norma è la sua regola per dormire sogni sereni, ma nel caso del fratello è costante, doloroso, logorio, un'emorragia a cui non riesce a porre rimedio, che non riesce ad arginare non importa cosa faccia. Dicono che nessuna notizia sia una buona notizia, ma non dopo una guerra come quella passata di cui ancora il mondo porta feroci cicatrici, non quando si tratta di un fratello, un patriota, un fuggiasco.
- Cosa voleva tuo marito?
- Ex
- Same thing, che voleva?
- Se ne vuole andare in missione
- You gotta be kiddin' me, e Liam?
Non ne vuole parlare. Lo guarda negli occhi e tace, ingoia il silenzio a bocconi amari e semplicemente gli si stringe addosso.
- Ci facciamo una birra?
- Non hai bevuto abbastanza?
Non ha tutti i torti. Sono troppe notti di fila che si addormenta solo per effetto dell'alcol e così non va. La resa le piega le spalle, gli scivola tra le dita con indolenza, trascinandosi a stento in piedi mentre lui finisce l'ultima sigaretta e lei striscia di nuovo dentro l'appartamento, allungandosi sul divano che ha coattamente occupato. Si schiaccia tra i cuscini, improvvisamente sottile, svuotata di tempra e resistenza, molle. Sente i passi scendere pesanti e far vibrare il metallo, il sospiro pesante, paziente, mentre la guarda e chiude la finestra. Il peso docile che le si abbandona accanto, che si addossa rubando coperta, insinuando la mano attorno alla vita per tirarsela possessivamente contro, cercare una posizione comoda per entrambi in un divano troppo piccolo e finisce per sorridere, ascoltare il respiro di Ryan che via via si fa lento, pesante, a mano a mano che sprofonda nel sonno e alla fine riesce a contagiare anche lei. Dorme, finalmente. Dopo giorni stancanti a lottare contro i suoi stessi limiti, dorme e non ha paura degli incubi perchè c'è qualcuno che li scaccia per lei ancora una volta.